Open Arms, Emran, 14 anni «Il mio compagno lasciato morire di fame in una cella libica»

Racconti di viaggio
Le testimonianze dalla nave della ong spagnola che ha salvato 313 migranti. «Se fossero arrivati i libici ci saremmo buttati in acqua». Evacuato minore somalo con ferite a un occhio

«Se al vostro posto fossero arrivati i libici ci saremmo buttati in acqua». Palestinesi, siriani, subsahariani. Non ci sono solo Sali Sanou, 23 anni, e Sam, mamma e figlio del Burkina Faso, tra le 313 anime tratte in salvo dalla Ong catalana.

«I migranti sono tutti allo stremo delle forze», spiega al Corriere Riccardo Gatti, comandante della Open Arms. «Non sono a bordo ma sto seguendo da vicino con i colleghi». Dal ponte arrivano le prime testimonianze. «In Libia mi hanno imprigionato, con me c’era un giovane somalo, era pelle e ossa, volevamo dargli da mangiare ma ce lo hanno impedito. È morto due giorni dopo», racconta Emran, somalo di 14 anni, alla reporter de El Diario Fabiola Barranco Riaza. Le prigioni libiche ancora scoppiano, i racconti di torture e abusi restano una costante, i segni e le cicatrici sui corpi anche. «Mi hanno picchiato, ho perso un occhio, ero da solo: la mia famiglia è rimasta in Palestina», ha raccontato ancora Emran che poche ore dopo verrà evacuato a Lampedusa su una lancia della Guardia Costiera italiana, come raccontato sempre da El Diario.

Con Emran c’è Blessing, 23 anni, che ha avuto un bambino durante la prigionia e come la maggior parte delle sue compagne di viaggio ha subito violenze e abusi di ogni tipo. E Charity, 25 anni, che ha lasciato la Nigeria per sfuggire dai jihadisti di Boko Haram e ora si prende cura di Blessing e di un’altra donna che chiama «sorella».

«Li abbiamo soccorsi in tre salvataggi diversi. Durante la fase di ricerca, in un’occasione, i libici si sono avvicinati ma poi se ne sono andati», sottolinea Gatti. Come da procedura, il team di ricerca e soccorso della Proactiva Open Arms ha segnalato via mail la presenza dei gommoni ai centri di comando delle diverse guardie costiere interessate, libici compresi. «Tripoli ci ha risposto via mail senza commenti. L’unica cosa che hanno scritto è stato l’indirizzo del comando generale della Marina italiana. Dopo di che sia La Valletta che Roma hanno rifiutato l’assegnazione del Pos (Place of Safety, il porto di sbarco che viene assegnato dalle autorità in caso di salvataggio come previsto dal diritto internazionale, ndr)». Poi Gatti si interrompe. Da Madrid arriva la notizia che Open Arms può sbarcare in Spagna. Nel frattempo la Astral (la goletta di appoggio della Ong, ndr) è salpata da Barcellona per portare rifornimenti. «Sarà una lunga traversata, abbiamo a malapena i viveri. Ma almeno il meteo è buono fino a martedì». Fino a Natale.

Correzione: In una versione precedente dell’articolo erroneamente era scritto che Emran era di nazionalità palestinese.Ce ne scusiamo con i lettori e l’interessato.

[Fonte: Corriere della Sera – Marta Serafini – 22 dicembre 2018]

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