Chi è il migrante?

Convivenza e inclusione

Il sociologo algerino Abdelmalek Sayad, appassionato studioso delle migrazioni dei suoi connazionali in Francia, affermava che la migrazione è sempre considerata, in qualche misura, una colpa,  un tradimento. Il migrante, in quanto emigrato, tradisce il suo gruppo di provenienza, perché abbandona la sua casa e, così facendo, mette in pericolo l’integrità e l’identità del suo gruppo. Ma è colpevole anche per il paese nel quale è immigrato, perché è visto come un estraneo, un diverso, uno che non dovrebbe essere lì ma, essendoci, minaccia anche l’integrità e l’identità del gruppo con cui entra in contatto.

Doppiamente presente e doppiamente assente, dunque. È per questo, insiste Sayad, che la mobilità è un fenomeno che, pur assolutamente “normale” (la storia dell’uomo è sin dall’inizio storia di spostamenti e migrazioni), è vissuto in maniera così problematica. Ed è per questo che i migranti sentono continuamente di dover legittimare e giustificare la propria migrazione: essi devono dimostrare al proprio gruppo d’origine che non hanno tradito, ma al contrario stanno facendo un sacrificio (lavorare lontano da casa) per il bene del gruppo; e cercano di convincere il paese di arrivo che sono intenzionati a restare solo finché c’è possibilità di lavorare, oppure che vogliono integrarsi. La migrazione, dunque, deve essere solo un sacrificio. Solo lavoro. Un’integrazione paradossale, quella di colui al quale è concesso di restare solo se vive la propria presenza come un sacrificio, come qualcosa di provvisorio.

Il migrante, però, non è soltanto un estraneo: egli è interno al gruppo che lo ha, almeno in parte, accolto, sebbene in una posizione marginale. Un migrante, infatti, è chi viene per restare. Non è un turista, non è un ospite di passaggio, non è un imprenditore che investe e riparte. È proprio perché viene qui per restare, che il migrante pone un problema.

Lo straniero è chi ci mette davanti al fatto che la nostra cultura non è qualcosa di assoluto, ma è solo una tra le tante. Le nostre certezze, le abitudini che diamo per scontate, persino i movimenti più automatici del nostro corpo, davanti a uno straniero vengono meno: lo vediamo parlare un’altra lingua, atteggiare il suo corpo in maniera diversa; non capisce cose che per noi sono senso comune, pensa in maniera differente. Non capisce quando lo stiamo salutando, quando deve ringraziare, quando deve andare via. Ci guarda da estraneo, ci studia. Ci studia per capire meglio cosa fare, cosa dire, forse per compiacerci, per sembrarci meno straniero. Forse perché vuole essere meno straniero, vuole somigliarci. Impossibile. Impossibile colmare il solco che ci divide, impossibile essere uguali, identici. Ma è impossibile anche non provare a capire, comunicare, tradurre.

D’altro canto, i migranti oggi sono, più spesso che in passato, dei transmigranti: non abbandonano definitivamente il proprio paese d’origine, ma vi restano legati: continuano a considerarlo come il luogo degli affetti, dove tornare spesso e utilizzare il denaro guadagnato, magari investendo in nuove imprese; dove eventualmente impegnarsi nella politica o nel sociale, magari assieme agli altri emigrati. Il transmigrante è chi si muove tra i due mondi, traendo risorse economiche, culturali, relazionali, da entrambi. Nel migliore dei casi, perché ha successo in entrambi i mondi; nel peggiore, perché non riesce a trovare la propria strada in nessuno dei due.

L’Italia è paese di migranti. Di emigrati, anzitutto: i milioni di italiani che sono partiti, tra la fine dell’Ottocento e i primi del Novecento, per le Americhe, per l’Australia. I milioni che sono partiti per il Nord Europa, nel secondo dopoguerra. Ma non solo quelli che sono andati all’estero. L’Italia è – sin dall’Unità e ancora oggi – un paese di migrazioni interne, dal Sud al Nord soprattutto. Gli operai e i muratori meridionali nelle città piemontesi e lombarde; le maestre e i maestri che insegnano in città di cui non sono originari; gli studenti universitari fuori sede. Migranti anche loro. E ancora, per ricordare una figura che è rimasta nella memoria collettiva italiana, le mondine: decine di migliaia di donne che ogni anno si spostavano, da tutto il Nord Italia, nelle risaie del Piemonte e della Lombardia per i quaranta giorni della monda del riso; migranti solo stagionali, certo. Ma migranti anche loro.

È chiaro, però, che se oggi in Italia si parla di migrazioni – e di temi come il multiculturalismo, la multietnicità, l’identità nazionale, l’integrazione… – è perché l’Italia è, ormai da quarant’anni, paese di immigrati oltre che di emigrati. Meta di immigrazione, la penisola lo era già stata: tanti migranti (albanesi, greci, rom…), nel corso dei secoli vi si sono insediati. Ma l’immigrazione contemporanea ha altre dimensioni: sono tra quattro e cinque milioni i cittadini stranieri oggi residenti in Italia. I primi ad arrivare, tra fine anni Sessanta e primi anni Settanta, furono forse i tunisini in Sicilia o le lavoratrici domestiche filippine; ma anche gli studenti greci, i dissidenti iraniani o quelli provenienti dai paesi dell’Europa socialista. Da un lato, migranti economici, che si spostano per trovare condizioni di lavoro migliori, per guadagnare denaro da inviare ai propri cari nel paese d’origine. Dall’altro lato, migranti politici, che fuggono dai loro paesi perché perseguitati o a causa di guerre.

Una distinzione, questa, che però negli anni è diventata sempre più sfumata. Sempre più difficile distinguere tra le tante cause per le quali si decide di partire dal proprio paese. E sempre più difficile distinguere tra i tantissimi che sono costretti a varcare illegalmente i confini dell’Italia e dell’Europa. Nel corso degli anni l’Italia e l’Europa hanno chiuso le proprie frontiere ai migranti e hanno deciso di provare a mettere dei confini rigidi alla mobilità delle persone, a lasciar fuori i tanti che desiderano entrare. Una politica di chiusura inutile, demagogica e, per forza di cose, inefficace. E che ha avuto alcuni, drammatici effetti. Anzitutto, quello di costringere i migranti che desiderano o sono costretti a venire in Italia a percorrere rotte pericolose e ad affidarsi a mediatori e passeur, spendendo cifre altissime e spesso rischiando la vita.

E, a volte, perdendola. Le tragedie di Lampedusa dell’ottobre 2013 sono solo gli ultimi episodi di una lunga serie di morti. Il secondo effetto è quello di creare una frontiera interna: i migranti che riescono a entrare in Italia sono spesso emarginati, sfruttati, criminalizzati. Facciamo attenzione alle parole più utilizzate oggi per parlare di migranti. Quelli che attraversano il mar Mediterraneo sono spesso definiti, con una parola orrenda, clandestini, e solo raramente profughi, richiedenti asilo o semplicemente migranti. Clandestino è, d’altra parte, il termine più utilizzato per parlare dei cosiddetti migranti irregolari, di quelli che hanno perso o non hanno mai avuto il permesso di soggiorno rilasciato dalle questure italiane. Il permesso di soggiorno, ovvero un atto amministrativo, un pezzo di carta, attraverso il quale lo Stato italiano concede a un cittadino straniero di poter restare sul territorio italiano, a patto che abbia (e solo finché ha) un contratto di lavoro.

Non avere il permesso di soggiorno vuol dire, oggi, incorrere nel reato di clandestinità e vivere nel  continuo rischio del rimpatrio forzato o di ricevere un foglio di via. D’altro canto, però, ai migranti non è concesso entrare in Italia per cercare lavoro; essi devono quindi cercare di entrare di nascosto oppure, se possibile, procurarsi dei visti turistici, per diventare irregolari se, come molti fanno, restano in Italia dopo la scadenza del visto. Sto parlando degli extracomunitari, un altro termine antipatico, che designa i cittadini nati in paesi non appartenenti all’Unione Europea (anche se di solito non lo utilizziamo per parlare degli svizzeri, degli statunitensi o degli australiani).

I neocomunitari, invece, cioè quelli che erano extracomunitari fino a che i loro Stati non sono stati ammessi nell’Unione Europea (polacchi, rumeni e così via), possono oggi spostarsi e cercare liberamente un impiego in quasi tutti i paesi europei, proprio come gli italiani o i francesi. Tuttavia, non si sono ancora liberati della definizione di migrante e di straniero. Spesso, poi, si parla dei migranti come problema (il problema immigrazione). Essi – si ripete – pongono la questione della sicurezza. O, al meglio, si parla dei migranti come risorsa economica: perché accettano i lavori che gli italiani non vogliono più fare. Perché sono giovani, e quindi aiutano le casse dello Stato a pagare le pensioni agli anziani italiani.

Il problema si pone quando incontriamo un migrante e pensiamo di aver incontrato una cultura, non un individuo agli anziani italiani. In ogni caso, diamo per scontato che debbano restare nelle fasce più basse del mercato del lavoro: muratori, manovali, braccianti agricoli, facchini, camionisti, operai, operaie, assistenti familiari (le cosiddette badanti), donne delle pulizie.

In ogni caso, diamo per scontato che debbano restare nelle fasce più basse del mercato del lavoro: muratori, manovali, braccianti agricoli, facchini, camionisti, operai, operaie, assistenti familiari (le cosiddette badanti), donne delle pulizie.
Ma anche altri termini, apparentemente più neutri, devono essere utilizzati con cautela e consapevolezza. Etnia e comunità, ad esempio. Quante volte abbiamo letto, ascoltato, parlato di etnia senegalese, etnia pakistana, etnia rumena. Si tratta semmai di nazionalità, non di etnie: un cittadino senegalese è tale perché ha un passaporto rilasciato dallo Stato senegalese, non (solo) perché ha dei legami di sangue con altri individui originari del Senegal.

L’etnia invece è una categoria che è stata utilizzata in epoca coloniale per costruire artificialmente, in base a specificità linguistiche, culturali o di esperienza storica (o peggio in base a presunte caratteristiche somatiche), una presunta differenza tra gruppi all’interno di una stessa popolazione per meglio governarla, dividendola. E ancora, quante volte abbiamo letto, ascoltato, parlato di comunità cinese, comunità marocchina, comunità peruviana. Un termine positivo, questo: una comunità è fatta di legami di vicinato, parentela, amicizia, affetto, fiducia. Legami caldi. Ma perché presupponiamo che tutti i migranti debbano avere, tra loro, legami caldi? In Italia abita, più o meno stabilmente, grosso modo un milione di rumeni: tutti legati tra loro da parentela, affetto e fiducia, solo in quanto rumeni? Nella comunità cinese di Prato vi sono sia gli operai che muoiono nell’incendio dei capannoni-fabbrica in cui abitano, sia gli imprenditori che lucrano sul lavoro dei loro connazionali; nella comunità marocchina di Salerno vi sono sia i braccianti che lavorano in nero per pochi euro al giorno, sia i loro caporali: un effetto paradossale di quei legami caldi, che assicurano sfruttamento invece che solidarietà.

Certo, in un paese straniero due migranti possono sentirsi vicini, simili, solidali per il fatto di provenire dallo stesso Stato. Ma questo avviene più raramente e più superficialmente di quanto pensiamo. In ogni caso, non è solo una questione di precisione terminologica. Sto cercando di dire che, quando noi autoctoni pensiamo ai migranti come etnie, comunità, e persino culture, li stiamo categorizzando, stiamo erigendo dei confini tra loro e noi e in qualche misura li stiamo inferiorizzando. Stiamo assumendo che non possono essere come noi. Perché, infatti, non si parla mai di una etnia italiana? Perché noi occidentali siamo Stato e Nazione, e loro etnie e comunità?

Il problema, in definitiva, si pone quando incontriamo un migrante e pensiamo di aver incontrato una cultura, non un individuo.
Pensiamo che le sue azioni, i suoi comportamenti, i suoi pensieri siano dovuti anzitutto alla sua origine, alla sua appartenenza comunitaria, culturale, etnica. E che come lui si comporteranno e penseranno tutte le persone della sua stessa origine e appartenenza. Questo avviene non solo quando alle etnie e alle comunità si associano significati negativi, come nei discorsi xenofobi e leghisti (la comunità rumena è pericolosa; l’etnia araba è anti-cristiana), ma anche quando se ne parla in termini positivi, ad esempio di musica etnica, cucina etnica. Se un senegalese suona il djembé, è perché è senegalese, e tutti i senegalesi suonano il djembé. Se una signora marocchina cucina il cuscus, è perché è marocchina, e tutte le signore marocchine cucinano il cuscus. Se un rumeno ruba, lo fa perché è rumeno, e tutti i rumeni rubano. E l’elenco (degli stereotipi) potrebbe continuare.

Tutti gli stereotipi colgono una parte di realtà. Ma è solo una parte, appunto. Che non prende in considerazione le mille differenze (di genere, età, classe sociale, professione, livello di educazione, gusti…) tra persone di uguale provenienza. E soprattutto non tiene conto del fatto che il migrante è proprio colui che lascia il proprio gruppo, la propria famiglia, il proprio paese, a volte perché, almeno in parte, si pensa diverso, o vuole diventarlo. Egli cerca autonomia. E per questo, spesso, è considerato colpevole. Questa stereotipizzazione ci porta a considerare migrante anche chi non lo è. I figli dei migranti, ad esempio. Sono nati qui, sono cresciuti qui, vanno a scuola qui. Non sono migranti: non si sono mai spostati. Eppure, restano stranieri, anche se spesso non possono tornare nel paese d’origine dei loro genitori perché sono stranieri anche lì: non ne conoscono le usanze, le tradizioni, a volte neanche la lingua.

Quando l’immigrazione familiare si sostituisce all’immigrazione da lavoro, l’inganno è definitivamente svelato: lo straniero è qui per restare, vivere, crescere, amare, essere amato. Non solo per lavorare e sacrificarsi. Come nell’Italia di oggi, dove i figli dell’immigrazione crescono velocemente, senza purtroppo essere considerati ancora italiani. Un altro confine. La misura della frontiera, in ogni caso, è dentro ciascuno di noi: quanti, tra gli italiani che stanno leggendo questo numero di “Hamelin”, hanno un amico migrante? Non un conoscente, un compagno di classe o di studi, un collega, un cliente, un utente. Un amico

[Fonte: Hamelin35 – Il Migrante – Mimmo Perrotta]

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