La mia esperienza come insegnante di italiano per stranieri

Addetti ai lavori

di Alessandra Morciano

È il 31 dicembre 2018 e una simpatica febbre mi costringe a casa nel mio letto a riflettere sull’anno passato. È stato un anno ricco e pieno di novità – una delle cose di cui sono più felice è di aver deciso, a febbraio, di insegnare nella scuola di italiano serale di Rebbio, in provincia di Como, a ragazze e ragazzi immigrati. Quest’anno, che è stato l’anno della demonizzazione del volontariato, delle ONG, dell’immigrazione, per me è stato un anno di scoperte e di belle esperienze che hanno poco a che fare con il buonismo e che invece sono espressione della bellezza della diversità.

Facciamo un passo indietro, proverò a raccontare la mia storia in breve: nata in un paese del profondo sud-est (provincia di Lecce) a 18 anni ho deciso di trasferirmi a Roma per studiare Economia, con la voglia di saperne di più su come funziona il mondo. Al bivio insieme ad economia c’era una seconda strada che mi vedeva studiare lingue orientali, l’arabo – sono sempre stata affascinata dalle culture orientali e mi piace pensare che un giorno seguirò anche questa strada. Alla fine Economia, a parte un paio di esami di cui avrei volentieri fatto a meno, mi ha aperto una finestra sul mondo e mi ha dato la possibilità, durante l’ultimo anno di magistrale, di studiare Economia Internazionale Avanzata, che trattava principalmente l’impatto dell’immigrazione sull’economia. L’argomento mi ha da subito incuriosito: sui migranti se ne dicono sempre tante (e nel 2013 decisamente meno di ora!) ma qual è la verità, numeri e formule alla mano? Mi piaceva pensare che avrei potuto avere sempre la risposta pronta per contrastare commenti poco informati (“dicono che”, “ho sentito che”). Non parlo di cose che non conosco e volevo essere preparatissima sull’argomento. Dopo aver studiato la materia che, grazie a formule, derivate e riflessioni, ha confermato le mie idee sull’impatto NON negativo delle immigrazioni sull’economia dei paesi ospitanti ho deciso, grazie alla mia professoressa, di scrivere la mia tesi sull’imprenditorialità degli immigrati in Italia. È stata una bellissima esperienza, che mi ha portata a confrontare la situazione italiana con quella di altri paesi, europei e non, e a vedere da vicino le differenze tra le diverse regioni e città italiane. Infine ho conosciuto delle splendide storie di immigrati che qui in Italia hanno costruito qualcosa di nuovo e originale, non immuni da difficoltà burocratiche, sociali ed economiche.

Questo approfondimento è stato il motivo per il quale, subito dopo la laurea, ho fatto uno stage nell’agenzia pubblicitaria che organizza il Premio all’Imprenditorialità Immigrata in Italia. Di storie ne ho conosciute a dozzine, ma magari sarà argomento di altri post, perché sono tante e tutte molto interessanti e mi dilungherei un po’ troppo. Insomma, a conclusione di questa lunga digressione dico che, come affermato nella conclusione della mia tesi, la diversità porta creatività e ne sono ancora più convinta dopo aver trascorso, nel 2015, 9 mesi in Croazia grazie al programma Erasmus+, svolgendo il Servizio Volontario Europeo (SVE) in un’ONG. Scambi europei, avventure nella natura, presentazioni e marketing per Outward Bound Croatia (l’organizzazione che mi ha ospitata e che si occupa di apprendimento esperienziale attraverso attività nella natura), il tutto circondata da ragazzi e ragazze di diverse nazionalità e background in un paese che non era il mio e in cui si parlava una lingua che non conoscevo e che ho imparato a conoscere (poco) col tempo.

Un salto nel presente: ora sono Marketing Executive in un’azienda in un ambito diverso e vivo e lavoro a Como. Non lavoro nel settore no profit, non ho particolari competenze nel campo dell’insegnamento (se non contiamo le varie ripetizioni a studenti liceali e le lezioni non formali di italiano in Croazia) ma negli ultimi due anni mi sono sentita così impotente davanti alla situazione italiana e comasca che ho iniziato ad informarmi per capire cosa avrei potuto fare nel mio piccolo. A febbraio ho sentito la brutta storia accaduta presso la sede di Como senza Frontiere (rete per i diritti dei migranti che ha subito un blitz da parte di un gruppo di skinhead a dicembre 2017) e ho deciso che volevo seguirli e supportarli. Grazie a facebook sono entrata in contatto con la giovanissima attivista Annamaria ed ho iniziato la mia esperienza nella scuola di italiano serale della parrocchia di Rebbio.

La scuola di italiano si svolge nell’oratorio di Rebbio e tra gli studenti ci sono ragazzi e ragazze provenienti da Nigeria, Somalia, Gambia, Pakistan, ecc. Entrando nella sala che il martedì e giovedì viene adibita a scuola ci si saluta: i ragazzi spesso sono già seduti ai tavoli – ognuno degli insegnanti segue un gruppo piccolo di studenti (dai 2 ai 5), accomunati dallo stesso livello di conoscenza della lingua. I gruppi si decidono ad inizio anno grazie ad un piccolo test d’ingresso; grazie alla divisione in gruppi, gli insegnanti assegnati allo stesso gruppo (uno il martedì e uno il giovedì) si possono coordinare e decidere un piano di studio il più adatto possibile ai loro studenti. A volte i gruppi cambiano causa partenze e arrivi, ma il tutto è documentato nel nostro prezioso registro dove riportiamo le presenze e assenze – i ragazzi firmano ogni volta per attestare la loro presenza e a fine anno ricevono un attestato con il totale delle ore di lezione seguite.

Chi sono gli insegnanti? Ci sono studenti universitari che nelle loro pause studio vogliono dare una mano ad altri ragazzi, ci sono insegnanti in servizio e insegnanti in pensione che decidono di continuare il loro lavoro con ragazzi/e non madrelingua e ci sono lavoratori e lavoratrici provenienti da diversi settori (ad esempio nel mio gruppo abbiamo una libraia, avvocati, impiegati, ecc.) tutti con storie, provenienze, interessi diversi. Mi sembra scontato dire che tutti noi siamo volontari, che non guadagniamo nulla dal punto di vista economico e che lo facciamo per scelta, ritagliando un po’ del nostro tempo libero serale per qualcosa in cui crediamo. Il tutto viene coordinato e gestito da Annamaria ed altre ragazze che dedicano alla scuola di italiano le loro energie e competenze. E infine non posso non ricondurre il tutto a Don Giusto, parroco di Rebbio, che da anni si occupa di accoglienza ed integrazione e che ha reso l’oratorio di Rebbio un luogo di ospitalità, incontro, formazione ed integrazione per persone in difficoltà (sia italiani che stranieri).

Nel mio gruppo seguo tre ragazzi somali e una ragazza nigeriana. La lezione inizia alle 9 di sera – non più tardi, altrimenti si segna ritardo! – e dura un’ora (e anche qualche minuto in più). Sì, è abbastanza tardi, ma è l’unico orario che permette a tutti noi di essere lì: c’è chi viene da Como o da paesi vicini ma c’è anche chi viene dalla Svizzera per poter fare lezione! Al nostro arrivo i ragazzi e le ragazze hanno finito di mangiare da poco e sono pronti (o quasi pronti) per la lezione del giorno: il mio gruppo ora sta studiando i verbi al presente, gli articoli, le preposizioni, ma ci divertiamo anche con giochi didattici e conversazioni, descrizioni e quiz. Spesso mi piace chiedere la traduzione di un vocabolo in somalo o nigeriano (per ora ho imparato 3-4 parole, ma conto di migliorare). A volte mi preoccupo per la lezione, magari è troppo facile e si annoieranno? O è troppo difficile e non riusciranno a seguire? Ma poi cerco sempre di adattarmi alla situazione, capire quando rallentare e quando fare esercizi, quando si sentono soddisfatti di quello che stanno imparando e quando coinvolgere di più la ragazza che magari è più silenziosa o il ragazzo che fa più domande. Non amo essere chiamata “maestra”, perché non penso di esserlo e spesso chiedo al mio gruppo di chiamarmi col mio nome, ma la cosa che non amo per niente e mi fa veramente incazzare è essere chiamata “buonista”, perché sono sicura di non esserlo. E non lo sono nemmeno tutte le persone che ho incontrato e condividono questa esperienza e tante altre nello stesso ambito. Se fossi buonista non sarei profondamente arrabbiata per la situazione attuale nel nostro paese e per alcune parole e bugie che sento, non mi informerei e non sarei stanca di sentire cretinate: è sempre più il caso di far sentire la nostra voce e raccontare le nostre storie.

IlMigrante.org – 13 febbraio 2018

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