“Patang Bazi” La guerra degli aquiloni.

Convivenza e inclusione

In cielo si libravano già almeno due dozzine di aquiloni, come squali di carta in cerca di una preda. Nel giro di un’ora il numero era raddoppiato e il cielo era punteggiato di rosso, azzurro, giallo. Il vento era perfetto, soffiava con forza, facilitando le manovre di ascesa e le discese in picchiata. Vicino a me Hassan teneva il rocchetto. Le sue mani sanguinavano già.
Ben presto iniziarono i combattimenti e i primi aquiloni abbattuti volteggiavano alla deriva. Attraversavano il cielo come stelle cadenti, in un vortice di code colorate, disseminando i quartieri di Kabul di premi per i cacciatori. Li sentivo gridare mentre saettavano per le strade.
Il cacciatore di aquiloni, Khaled Hosseini

Gli aquiloni a Kabul appaiono come bagliori di colore che contrastano col panorama marrone di una polvere implacabile. Proibiti dal regime dei Taliban, sono tornati il principale divertimento dei bambini afgani e di qualche adulto (restano preclusi a bambine e donne). Ma questo non è un passatempo per noiosi pomeriggi. L’ unica ragione per avere un aquilone è “combattere”.

Un aquilone che svolazza solitario in cielo è una sfida lanciata ai vicini. Scopo della guerra è tranciare il filo dell’aquilone altrui con il proprio, facendolo precipitare al suolo. Il filo degli aquiloni da battaglia è ricoperto da uno strato di colla e vetro sminuzzato, che si trasforma in una vera e propria lama. Il gran giorno per le battaglie degli aquiloni è il venerdì. Tutti i ceti sociali di Kabul sono ben rappresentati: gli scolari combattono contro i ministeriali, i medici contro gli operai.

Combattono a coppie: uno tira il filo, l’altro regola il rocchetto. I bambini troppo poveri per possedere un aquilone si precipitano a raccogliere quelli sconfitti caduti al suolo. Sono i “cacciatori di aquiloni”. «Da noi non ci sono calcio, baseball o basket» dice Ahmad Roshazai, impegnato a far volare l’ aquilone da una collinetta con i due fratelli. Le sue mani sono piene di tagli provocati dal filo affilato come una lama. «Qui non c’è verde. L’unico divertimento che ci resta è questo».

Oggi alcune fabbriche di Pakistan, India, Malesia o Cina sfornano decine di migliaia di rocchetti di filo di nylon da combattimento fatto a macchina. Se ormai quasi tutti i fili utilizzati in Afghanistan sono di produzione industriale e importati, la maggior parte degli aquiloni restano produzione di artigiani locali. Per giudizio unanime, il miglior costruttore di aquiloni di tutta la capitale si trova a Shor Bazar, un mercato che occupa un intero isolato pieno di botteghe che fabbricano aquiloni. Si tratta di Noor Agha, un uomo smilzo e presuntuoso di 53 anni che vive rintanato in uno squallido tugurio di fango e pietre all’ interno di un cimitero. In bocca non gli resta quasi nessun dente. «Nessuno è in grado di battermi. Nessuno sa fare ciò che io faccio» dice borioso seduto a piedi nudi sul pavimento della sua bottega mentre costruisce uno dei suoi gioielli. Mentre nel Shor Bazar la maggior parte degli aquiloni si vende per l’equivalente di meno di 30 centesimi di dollaro, le creazioni di Noor Agha possono costare anche più di un dollaro. La sua fama locale ha attratto l’attenzione dei produttori del film “Il cacciatore di aquiloni”, che lo hanno assunto affinché insegnasse ai due piccoli protagonisti a combattere con gli aquiloni e per fargliene preparare centinaia da utilizzare nelle riprese.

[Fonte: LaRepubblica – 16 dicembre 2007]

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