Pedagogia interculturale, educazione degli adulti e applicazione in progetti di accoglienza per richiedenti asilo

Addetti ai lavori
Un project work di Goria Mo del corso universitario intensivo di qualificazione per l’esercizio della professione di educatore socio pedagogico

Ho lavorato per tanti anni come operatrice dell’accoglienza richiedenti asilo e in seguito come coordinatrice di progetto, quindi come educatrice e operatrice sociale.
Nell’elaborare il project work del corso universitario intensivo di qualificazione per l’esercizio della professione di educatore socio pedagogico (il famoso adeguamento Iori per noi educatori “navigati” ma senza titolo specifico) ho voluto rispolverare gli strumenti teorici del mestiere e il loro quadro di riferimento.

Non potevo prescindere dalla pedagogia interculturale e dall’educazione degli adulti e seguire il corso universitario mi ha consentito di andare a ritroso nella mia formazione politica e culturale e ripensare all’impianto teorico che mi ha guidato nella professione.

Ho ritrovato il relativismo culturale da cui sono partita, la pratica di libertà che mi appartiene politicamente, ho rivisto Freire nell’esperienza con adulti scarsamente alfabetizzati e ho dato un assetto al metodo interculturale che diventa esperienza reale, fusione di orizzonti.

La pratica interculturale, che parte consapevolmente dal relativismo culturale, vede come necessaria una capacità di apertura intellettuale ed emotiva verso le diverse esperienze culturali, spinge nella direzione di una pratica educativa che allena a formae mentis molteplici, che apre e fa spazio, da un punto di vista insieme cognitivo e valoriale, alle culture altre, anche le più lontane e meno familiari.

Si richiama a tutto ciò come ad un progetto affascinante di ibridazione, mosso in primis dalla necessaria empatia verso l’umanità nella sua interezza e dalla fiducia nel suo potenziale, ancora inespresso, di pacifica convivenza su un pianeta minacciato proprio da meccanismi di sottomissione e depredazione gerarchica del forte sul debole, dell’uomo sulla natura.

La pratica interculturale che necessità di competenze alte, di operatori dell’accoglienza culturalmente e professionalmente preparati, di progetti di ampio respiro, dovrebbe essere la cifra comune alle politiche dell’accoglienza.

Tutto l’impianto teorico preso in considerazione dal project work e la sua applicazione nella pratica rappresentano in questi tempi bui una aspirazione in direzione ostinata e contraria. Mentre scrivevo e rivedevo con entusiasmo gli autori che mi hanno ispirata, uscivano i bandi prefettizi per l’accoglienza con le indicazioni del decreto Salvini. In tale clima di degenerazione politica e culturale, di declino delle competenze professionali richieste per lavorare con i migranti, ho visto invece il consolidarsi della bontà del pensiero interculturale, unico adatto a traghettare l’umanità verso una salvezza, il consolidarsi della bontà del metodo Freire per dare strumenti di liberazione a chi non ha avuto accesso all’educazione e al pensiero critico.
La nuova umanità sarà planetaria o non sarà, diceva qualcuno, saggio e profetico.

Il progetto

[Fonte: MetlingPot – Goria Mo – 29 aprile 2019]

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