«Straniero a chi?» E venne il 68 delle seconde generazioni

Riflessioni

Prima della nascita della Rete G2 – Seconde Generazioni, un figlio di immigrati cercava di “mimetizzarsi”, passava per straniero e cercava di essere trattato da straniero, come i suoi genitori e parenti. Almeno finché, per un qualche miracolo, veniva a conoscenza della legge per la concessione della cittadinanza in Italia, la L.91/92, e diventava cittadino italiano. Era un percorso per pochi “iniziati”, di cui nessuno comprendeva bene i termini: si ignorava la legge, figuriamoci la possibilità di modificarla! E l’atteggiamento da parte di chi diventava italiano, per lo più era: «Se ci sono riuscito significa che il sistema funziona, la legge offre sbocchi e possibilità, quindi va bene così, la legge non va modificata». Tutto questo, pian piano, dopo il 2005, è cambiato. In questo senso il merito della Rete G2 – Seconde Generazione è quello di aver avvicinato alla politica chi la politica la rifiutava, anzi la guardava con sospetto. Per far comprendere a noi stessi e al nostro paese, l’Italia, che noi eravamo qui e non eravamo di passaggio, inventammo il concetto di «seconde generazioni dell’immigrazione», da cui la sigla «G2», che molti usano ma pochi capiscono.

I primi corsi di formazione della Rete G2 – Seconde Generazioni, che hanno formato una generazione di attivisti, parlavano di riforma, dello Ius soli e di seconde generazioni. Era il periodo pionieristico, quando il motto era «niente per noi senza di noi!». Sembrava il ’68 delle “seconde generazioni. Ci chiedevamo, allora, come mai a scuola fossimo tanti e nei seggi elettorali, invece, inesistenti. E la risposta che ci davamo era, per colpa della L.91/92. Cominciammo, quindi, a ragionare su come cambiare questa legge maledetta, che in un paese demograficamente condannato ad essere vecchio ci impediva di essere quello che eravamo: italiani come tutti gli altri, né più, né meno.

Ritornerà spesso, come un ritornello, un elemento di confusione, per cui il termine “seconde generazioni” lo si userebbe solo per definire coloro che sono figli di “entrambi” i genitori immigrati e comunque facendo passare l’idea che solo chi non ha ottenuto la cittadinanza italiana sia veramente una “seconda generazione”. Si è trovato, così, il modo di creare le “banlieue” cocettuali anche Italia, perdendo di vista il concetto originale e il motivo per cui era stato creato.

Ma chi sono, quindi, le “seconde generazioni”? Chi è nato qui in Italia da genitori stranieri, chi è cresciuto qui ma nato altrove, ragazzi/e adottate, figli/e di rifugiati, chi ha il problema della cittadinanza in senso stretto o semplicemente chi si percepisce discriminato perché si sente dire che non esistono italiani “neri”, “cinesi”, “arabi”, “rumeni”, “musulmani”, “ebrei” ecc. Soggetti, quindi, che solidarizzano con chi la cittadinanza non ce l’ha e spera che prima o poi in Italia nessuno li tratti più da stranieri. Straniero a chi? Appunto!

Ma le resistenze sono ancora tante. Prima di tutto tra le stesse “seconde generazioni”, che a volte non vogliono acquisire consapevolezza di sé. Molti, infatti, preferiscono rimanere “mimetizzati”e sostengono che se parli di “figli di immigrati” o di “seconde generazioni” crei confusione, disordine, divisione, auto segregazione. Per loro l’Italia è perfetta, è il paese dei balocchi, e noi della “Rete G2” perché dovremmo rompere questo idillio? Incuranti del fatto, però, che da quella temperie sociale e culturale è emerso un processo irreversibile e un nuovo soggetto sociale. Da questo nuovo “meelting pot” culturale sono nati cantanti e generi: film come «Bangla», cantanti come Ghali, Mahmood, Tommy Kuti, Diamante e molti altri. Anche dal punto di vista politico, la prima proposta di legge sulla riforma della cittadinanza si è imposta nel dibattito proprio grazie ad una proposta dal basso, lanciata dalla società civile e dai diretti interessati, le seconde generazioni. Si tratta della Campagna l’Italia sono anch’io , nata nel 2011 e promossa da 19 associazioni, tra cui Rete G2 – Seconde Generazioni- che ha lanciato una raccolta di firme per una proposta d’iniziativa popolare di riforma della legge 91/92. Per far discutere la proposta di riforma in Parlamento erano sufficienti 50.000 firme e si arrivò a più di 200.000! Purtroppo appena la proposta di riforma approdò in Parlamento, la XVI Legislatura terminò. Con l’inizio della Legislatura successiva, la proposta di riforma rimase ferma in commissione Affari costituzionali, fino alla nomina della deputata Marilena Fabbri come relatrice di un testo base da cui iniziare la discussione. La stesura definitiva del testo della riforma fu varata dopo due giri di audizioni e una complessa trattativa.

I testo definitivo della riforma sulla cittadinanza prevede che i bambini nati in Italia diventino italiani per nascita soltanto se almeno uno dei genitori ha il permesso dell’Ue per soggiornanti di lungo periodo (valido per i cittadini extra Unione europea) o il ‘diritto di soggiorno permanente’ (per cittadini Ue). In alternativa, come gli altri bambini non nati in Italia ma arrivati qui entro i dodici anni, bisogna obbligatoriamente frequentare uno o più cicli scolastici per almeno 5 anni e, almeno per le elementari, concludere positivamente il ciclo scolastico. Inoltre, per i più grandi è prevista una norma transitoria per sanare le situazioni pregresse.
Intorno alla proposta di legge Fabbri si sono coalizzati associazioni, movimenti e un patto tra partiti, sia di destra che di sinistra, che hanno contribuito alla stesura e all’approvazione. È stato un movimento ampio e traversale che ha permesso di arrivare a un testo di riforma condiviso da una maggioranza.

Successivamente la sua approvazione, non solo la maggioranza ha votato a favore (quindi Pd, sinistra, Ncd), ma Forza Italia si è divisa, il M5S si è astenuto e solo la Lega e i soliti partiti di estrema destra hanno votato contro. La norma è stata poi approvata alla Camera dei deputati il 13 ottobre del 2015. Vittoria di un modello, che poi non si ripeterà perché la riforma rimarrà parcheggiata al Senato della Repubblica senza nessuna possibilità d’approvazione. Del resto, se “veramente” la si voleva approvare, si sarebbe dovuta discutere prima dell’approvazione della riforma costituzionale di Renzi in doppia lettura. Sta di fatto che al Senato si fece il contrario della Camera, non si cercarono compromessi, nonostante fosse chiaro, a un certo punto, che non ci fossero i numeri neanche tra i senatori della maggioranza. E non sto qui a ricordare i senatori assenti che fecero mancare il numero legale per l’inizio della discussione il 23 dicembre del 2017.

Ecco, io ricomincerei la battaglia da dove l’abbiamo lasciata veramente, cioè il 13 ottobre 2015, alla Camera dei deputati!

[Fonte: IlManifesto – Mohamed A. Tailmoun – 07 Maggio 2019]

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