Né stranieri, né ladri

Racconti di viaggio

Sabrina racconta i rom tra miti e cultura:
“L’unico modo per abbattere il razzismo è informarsi e conoscere”

Sabrina Milanovic è una rom sarda orgogliosa delle sue origini. Nata a Oristano, risiede da sempre nel campo di San Nicolò d’Arcidano. Nella sua vita è stata tante cose: una chef, un’aiuto educatrice, una mediatrice culturale, ma soprattutto è una donna che lotta contro l’emarginazione per abbattere il fenomeno dell’antiziganismo.

L’antiziganismo è la discriminazione specifica nei confronti di rom e sinti, un fenomeno radicato nella storia italiana ed europea, che spesso sfocia nell’odio e nel razzismo. Secondo una ricerca del Pure Research Center, un autorevole centro di studi indipendente americano, che ha analizzato come i diversi paesi europei vivono il loro rapporto con le minoranze, la maglia nera appartiene  all’Italia, soprattutto nei confronti della minoranza ebrea, musulmana e romanì (gruppo che comprende sia il popolo rom che sinto). La ricerca dice, infatti, che in Italia l’85% della popolazione è avversa nei confronti di rom e sinti.

Molti di noi giustificano il pregiudizio razziale additando a questa minoranza alcuni elementi che, a parere della comunità gagè (gagè è chi non è nè rom nè sinto), appartengono alla loro cultura, ma spesso ignorano quale effettivamente sia  cultura romanì.

Se ne è parlato l’altra sera ad un’iniziativa promossa dal Centro culturale Unla di Oristano. E, intervenendo insieme ad altri relatori, ne ha parlato proprio Sabrina Milanovic che ha voluto proseguire  il racconto del suo vissuto.

“Non so  esattamente quando la mia famiglia si sia stabilita a San Nicolò d’Arcidano. Sono certa però che abbiano ottenuto la residenza nell’84. L’allora sindaco Alessandro Vinci li ha accolti, ma non solo l’amministrazione comunale, anche la gente del paese. Erano come affascinati dalla mia famiglia, non so perché, forse il modo di vestire”.

“Scelsero San Nicolò d’Arcidano per un fattore lavorativo. Mio nonno era un calderaio, un mestiere che appartiene da moltissimo tempo alla nostra tradizione. Le famiglie del paese gli affidavano vecchi oggetti da riparare, come pentolami o argenteria, e lui si occupava di rimetterli a nuovo e restituirglieli”.

“Sfatiamo un primo mito: il fatto che i rom non lavorino per cultura è una sciocchezza. Il lavoro per noi è molto importante. Il popolo rom è suddiviso in sottogruppi e questi prendono il nome dal lavoro che la famiglia fa. Io vengo da parte di nonna dal sottogruppo degli allevatori di galline e da parte di nonno da quello dei calderai. Il lavoro delinea un po’ la nostra identità”.

Quando la famiglia di Sabrina arrivò a San Nicolò, non aveva a disposizione un campo allestito così come quello di oggi, dove tuttora Sabrina vive. “Si erano organizzati delle casette con tutto ciò che riuscirono a racimolare, materiale di seconda e terza mano. Un giorno il sindaco Vinci mi raccontò che rimase stupito dal fatto che avevano creato le pareti con il tetrapak, quello dei contenitori del latte”.

La famiglia di Sabrina

Tutto ciò che Sabrina sa delle sue origini familiari sono ricordi narrati, a volte confusi, indotti. Ciò che di materiale le ricordava i nonni e il loro primo periodo nell’arcidanese è andato distrutto nell’incendio del campo, nel 2011.

“Nel 2010 arrivò il finanziamento regionale per l’ampliamento del campo, per la luce pubblica e gli impianti fognari. Nel 2004 erano già state fatte le piazzole per ogni casetta e due bagni per tutto il campo. Durante i lavori ci misero in un terreno difronte al campo, di un privato. All’inizio ci dissero che sarebbero stati solo tre mesi, in realtà siamo rimasti là un anno. Eravamo come dimenticati, non so quale fosse il motivo, anche perché all’epoca avevo appena perso mia madre ed ero ancora piccola, per cui ho dei ricordi confusi a riguardo”.

“Il giorno dell’incendio, però, lo ricordo come fosse ieri. Era l’11 di luglio e c’erano 41 gradi. Viste le alte temperature molti di noi andarono al mare ad Arborea, e al campo rimase la nonna e due miei zii. Ricevemmo una chiamata e ci dissero che il campo bruciava. Noi arrivammo lì quando già c’erano i pompieri, in tempo solo per vedere il cielo nero dal fumo. Perdemmo tutto, rimanemmo letteralmente in costume da bagno. Tutt’oggi non si sa se l’incendio fosse di natura dolosa o dato da cause naturali. Perdemmo tutti i ricordi e la memoria della mia comunità, tutte le foto. Io ne avevo un’intera valigia”.

“L’amministrazione ci trasferì allora nel campo sportivo, dove non avevamo neanche una cucina. Ci ha aiutato la Caritas che ci forniva cibo e vestiario. Così scattò l’emergenza abitativa, che permise di realizzare i moduli dove viviamo tuttora. Il campo, però, non era ancora completamente finito, mancavano la pavimentazioni, le case erano vuote, avevamo perso gli arredi. Nel tempo siamo riusciti a procurarci tutto il necessario”.

“In tutta questa situazione sono comunque riuscita a frequentare le scuole. Anche quella dei bambini rom che non vanno a scuola per cultura è una menzogna. Io amavo la scuola, in italiano ero una delle più brave della classe, e di questo me ne vanto! Per me svegliarmi la mattina e andare a scuola era un piacere, e con i miei compagni andava benissimo. Fino alla II^ media. Lì arrivarono alcuni elementi ripetenti che iniziarono a mettermi da parte, si tappavano il naso quando passavo vicino a loro e pian piano rimasi sola. Iniziai a rifiutare la scuola, non volevo più andarci”.

“L’anno seguente, invece, le cose cambiarono. La professoressa Giovanna Puddu si accorse di questi gesti nei miei confronti e decise di intervenire. Disse che aveva notato degli atteggiamenti che non le piacevano, ma anziché sgridare e basta questi ragazzi dedicò un’ora a parlare di ciò. Suscitò interesse nei miei confronti, iniziarono a farmi domande e a chiedere della mia vita. Dal giorno i miei compagni tornarono quelli che erano. Era riuscita a portarli a ragionare. Questo è molto importante perché fa vedere quanto anche i professori siano indispensabili nella lotta al pregiudizio, alla discriminazione. Se un professore ci mette il cuore, l’armonia in una classe vince sempre”.

“Io non ho finito le superiori per alcuni problemi di salute della mia famiglia. Comunque andai a Roma a fare l’aiuto educatrice in alcuni campi, con l’Assocciazione 21 luglio. Uno si trovava in zona Finocchio e un altro, abusivo, in zona Tiburtina. Lì ho lavorato con dei rom rumeni. Mi occupavo di mediare tra loro e le istituzioni, la società, soprattutto per quanto riguarda la questione linguistica”.

“I rom sono divisi in moltissimi sottogruppi ma abbiamo tutti la stessa lingua, non esiste una barriera linguistica tra rom serbi, rumeni, spagnoli o italiani. Anche nella scuola credo che manchi questa figura qui, una figura di mediazione, che aiuti il bambino bilingue, nell’introduzione alla scuola e alla lingua italiana”.

Dopo questa esperienza, Sabrina partecipa alla selezione per l’Accademia Italiana Chef e vince una borsa di studio grazie a un’associazione inglese. Si diploma e inizia a lavorare nella ristorazione.

Sabrina all’Accademia Italiana Chef

“Cercando lavoro ho spesso nascosto la mia identità, ma non perché me ne vergognassi, quanto per tutelarmi. Trovare lavoro ai giorni nostri è difficile per tutti, ma puoi capire che per un rom lo è ancora di più. Quando iniziai a fare il tirocinio per l’Accademia Chef non dissi di essere rom. Il mio tutor chef era peruviano e instaurammo subito un rapporto di fiducia. Chiedeva spesso da dove venissi, sia per i miei lineamenti sia perché al telefono con la mia famiglia parlavo la lingua romanì, a molti sconosciuta. Io dicevo di venire dall’India”.

“A fine tirocinio mi disse che lui avrebbe voluto offrimi un contratto, ma che il proprietario del ristorante non voleva donne in cucina. Ad un tratto si aprì con me e mi disse che in Italia aveva paura di non avere un futuro perché notava che il colore della sua pelle influenzava negativamente. Disse queste testuali parole: secondo te, qui, un negro può trovare un lavoro? E io risposi: pensa che tu hai dato lavoro a una zingara! A quel punto mi raccontò che il proprietario aveva sempre avuto dubbi sulle mie origini e che per questo aveva chiesto agli altri che lavorano in cucina di non lasciarmi mai sola, di controllarmi. Aveva paura rubassi qualcosa”.

“Quello a cui sto puntando ora è cercare un corso per fare la mediatrice culturale. Vorrei specializzarmi in questo, anche se già un po’ lavoro in questo campo con le associazione di cui faccio parte. Con l’Associazione Sarda Contro l’Emarginazione (ASCE) avevamo avviato uno sportello di segretariato sociale, in via Roma a Terralba, che poi ha chiuso. L’obiettivo era creare un punto di riferimento per chiunque avesse bisogno di svolgere pratiche, come quelle per il permesso di soggiorno, ma anche un punto dove poter essere ascoltati. La nostra associazione ha sportelli di segretariato sociale anche a Sassari, Alghero e a Cagliari. Vorremmo aprirne uno anche a Oristano”.

Foto da Pagina Facebook Movimento Khetane

“A febbraio invece abbiamo fondato Khetane, che vuol dire insieme in lingua romanì. Un movimento nato dall’unione di 38 ragazzi. Lo scopo è quello di dar dar voce al popolo sinto e rom italiano. Ci rendiamo conto che se vuoi essere rappresentato bene devi rappresentarti. Il movimento è coordinato da Dijana Pavlović”.

“Il 16 maggio abbiamo fatto un evento al Teatro Nuovo di Milano, per ricordare la giornata della resistenza rom e sinta contro i nazi fascisti. Eravamo quasi in mille da tutta italia. Con un corteo, siamo andati dal prefetto di Milano e gli abbiamo dato una lettera, che lui ha poi consegnata al ministro Salvini. La lettera diceva che noi ci siamo, anche noi abbiamo i nostri diritti e che siamo stanchi delle discriminazioni”.

“Le cose, purtroppo, in Italia, stanno peggiorando. Stiamo vivendo in un’epoca dove la politica fa razzismo, e usa anche i social per questo. Istigano all’odio razziale per spostare l’attenzione mediatica dai veri problemi. Non esiste nessuna invasione rom, non è mai esistita, siamo 180 mila sul territorio e molti di noi sono integrati completamente. I sinti, ancora prima dei rom, sono qua da 1400 anni, fanno parte della storia italiana, hanno combattuto la resistenza, sono italiani al 100 per cento”.

“Per combattere il pregiudizio è necessario conoscere. Anche il fatto dell’elemosina per cultura, non è assolutamente vero. Deve arrivare questo concetto. Nessun rom fa elemosina per cultura. Semplicemente, come tutti, certe persone lo fanno per necessità”.

“Bisogna andare nelle scuole, ma non concentrarsi solo su bambini e adolescenti ma informare tutte le fasce della popolazione. L’unico modo per abbattere il razzismo è questo. I rom rubano non significa nulla. C’è il rom che ruba, come c’è il piemontese, il sardo… Non per questo”, conclude Sabrina, “un popolo deve essere discriminato”.

[Fonte: Linkoristano – 19 luglio 2019]