Dai 35 euro ai tagli del decreto sicurezza, quanto si spende (davvero) per l’immigrazione?

Addetti ai lavori

Per sfatare alcune delle bufale più comuni sul tema e capire che cosa cambierà con il nuovo provvedimento, abbiamo parlato con due esperti e consultato alcuni studi

I richiedenti asilo ricevono 35 euro al giorno a testa? Quali tagli sono stati effettuati con il «decreto sicurezza», approvato in via definitiva alla Camera il 28 novembre e promulgato dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella il 3 dicembre? E quanto spende davvero l’Italia per l’immigrazione? Ne abbiamo parlato con il prefetto Mario Morcone, direttore del Consiglio italiano per i rifugiati (Cir), e con Daniela Di Capua, direttrice del Servizio Centrale dello Sprar; alcune informazioni provengono anche dal paper di Ispi e Cesvi «Migranti: la sfida dell’integrazione» e dall’analisi della cooperativa In Migrazione sul nuovo schema degli appalti dei Centri di accoglienza straordinaria (Cas), presentato dal ministro dell’Interno Matteo Salvini il 7 novembre.

I richiedenti asilo ricevono 35 euro al giorno?
No: 35 euro sono la cifra media spesa quotidianamente per ogni richiedente asilo ospitato e per tutte le voci dell’accoglienza – almeno fino all’entrata in vigore del decreto sicurezza – da parte dei Cas (gestiti dalle Prefetture) e dei progetti inclusi nel Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati (che fanno capo all’Associazione nazionale dei comuni italiani e rappresentano il modello dell’accoglienza diffusa).

Com’è stata stabilita questa cifra?
35 euro corrispondono alla cifra mediamente spesa per l’accoglienza dai centri del Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati (Sprar), istituiti nel 2002 dalla legge Bossi-Fini. Quando, nel 2014, il ministero dell’Interno ha incaricato le Prefetture di attivare i Cas (che ospitano quasi il 90 per cento dei richiedenti asilo), si è deciso di tenere come riferimento i 35 euro dello Sprar. Mentre nel caso dei centri Sprar si tratta di una quota media, in quello dei Cas rappresenta la base d’asta della gara d’appalto, che può oscillare di qualche euro al ribasso o al rialzo.

Quali servizi e beni sono (o meglio, erano) coperti dai 35 euro?
Il vitto e l’alloggio dei richiedenti asilo nei mesi di attesa della risposta alla richiesta d’asilo stessa, l’insegnamento della lingua italiana e dei principi/valori fondamentali della nostra Repubblica, i corsi di formazione professionale, i servizi di assistenza psicologica e medica, l’informazione legale e il cosiddetto pocket money. La richiesta d’asilo, che viene effettuata presso la Polizia di frontiera o in Questura attraverso la compilazione del cosiddetto modulo C3, è gratuita per il richiedente; il costo amministrativo del processo di valutazione della domanda d’asilo (coperto dallo Stato) è di 204 euro.

Che cos’è il pocket money?
È la somma, stabilita sulla base di altre tipologie di progetti in cui vengono erogati i cosiddetti pocket money, che chi gestisce il centro di accoglienza consegna direttamente al richiedente asilo. Di solito ammonta a circa €2,50 al giorno e viene utilizzato per le schede telefoniche o per altre piccole spese, come le sigarette o un caffé. Alcuni tengono il pocket money da parte, in modo da raggiungere una cifra più consistente e magari spedirla a casa ai parenti. In certi casi il pocket money è erogato sotto forma di buoni o servizi, oppure ai soldi del pocket money possono aggiungersi quelli per i pasti (qualora il vitto non venga fornito dagli operatori o da un servizio di catering o garantito tramite un buono).

Ma perché si consegna ai richiedenti asilo del denaro contante?
Si tratta di una cifra simbolica (si guadagna di più a fare l’elemosina, per intenderci) che consente ai richiedenti asilo di disporre di un minimo di contante per le piccole spese quotidiane e di condurre così un’esistenza più o meno normale. Si favorisce inoltre il processo di inclusione sociale, in quanto rappresenta un modo poco oneroso ed efficace per insegnare ai migranti da una parte a gestire il denaro e a prendere confidenza con la moneta, dall’altra a interagire e a inserirsi nel contesto in cui vivono.

Quali costi ha tagliato il decreto sicurezza?
Il decreto, per finalità di risparmio, ha tagliato i 35 euro giornalieri a richiedente asilo dei Cas. Il nuovo schema di Capitolato per la gestione dei centri di accoglienza riduce i soldi previsti per l’accoglienza dei migranti, con una forbice compresa tra i 19 e i 26 euro a persona accolta al giorno a seconda della capienza del centro. Il decreto inoltre abroga il permesso di soggiorno per motivi umanitari (sostituito dai «permessi speciali») e prevede che i richiedenti asilo siano accolti solo nei Cara (Centri di accoglienza per richiedenti asilo), e non più nei Cas e negli Sprar.

Quali servizi saranno garantiti con queste cifre?
Solo vitto e alloggio. I privati che parteciperanno ai nuovi bandi indetti dalle prefetture per gestire i Cas non dovranno più occuparsi di garantire l’insegnamento della lingua italiana, il supporto legale, la formazione professionale, l’assistenza psicologica, sociale e sanitaria, la mediazione culturale.

Quali saranno le conseguenze?
Da un lato, secondo il governo, ci saranno dei risparmi (se prima per ogni richiedente asilo venivano spesi circa 12.800 euro all’anno, ora se ne spenderanno in media 8.200). Dall’altro, però, ci saranno la perdita di migliaia di posti di lavoro qualificati e la diminuzione dell’indotto sul territorio. Soltanto chi propone centri di grandi dimensioni riuscirà a sostenere tagli di questi tipo, in virtù delle economie di scala garantite dai grandi numeri: ciò significa che le associazioni e le coop che nel 2017 hanno partecipato ai bandi per l’apertura di Cas con numeri fino a 50 posti (il 57% del totale) probabilmente non prenderanno parte ai prossimi bandi. Ma i soggetti privati in grado di creare grandi centri sono pochi: secondo l’analisi di In Migrazione, le Prefetture si troveranno a procedere con proroghe tecniche alle vecchie convenzioni a 35 euro, con una mancata diminuzione dei costi per lo Stato. «Le vicende giudiziarie degli ultimi anni hanno dimostrato come sull’accoglienza il malaffare ha tratto profitti più sulle forniture di vitto e alloggio che sui servizi per l’integrazione», spiega Simone Andreotti, presidente In Migrazione. «I costi di personale impegnato vanno rendicontati con le buste paga ed è difficile lucrare su questa voce, che per i malintenzionati diventa soltanto una fatica in più, essendo soldi che entrano e subito escono». Le strutture risulteranno praticamente autogestite, dal momento che direttore e operatori dovranno essere presenti solo un numero minimo di ore. A detta del direttore del Cir Mario Morcone e di Daniela Di Capua, direttrice del Servizio Centrale dello Sprar, il taglio dei servizi necessari all’integrazione dei richiedenti asilo rischia di portare a situazioni di marginalizzazione. Verosimilmente sparirà anche il pocket money. A livello politico, si arriverà inoltre alla rottura dello stato di concertazione permanente tra Stato, Regioni e Comuni.

E che cosa succederà agli Sprar?
Ancora non è chiaro. Le linee guida dello Sprar, con il relativo piano finanziario, sono dettate da un decreto del ministero dell’Interno. L’ultimo, che risale al 10 agosto 2016 e mirava a semplificare le procedure di accesso, è stato abolito. Il Servizio Centrale dello Sprar (affidato all’Anci) è in attesa di incontri tecnici con i funzionari del ministero dell’Interno per delineare il nuovo decreto. La speranza di Di Capua è che non vengano ridotti i finanziamenti stanziati, anche se i progetti già finanziati sulla base del vecchio decreto (che si concluderanno tra il 2019 e il 2020) devono proseguire nello stesso modo e con gli stessi costi fino alla scadenza.

Come sono finanziati i Cas e i progetti Sprar?
Attraverso fondi italiani ordinari di competenza del ministero dell’Interno, che fanno riferimento a due distinti capitoli del bilancio. I fondi sono assegnati direttamente ai soggetti titolari del progetto di accoglienza. Per quanto riguarda lo Sprar si tratta di bandi triennali per Comuni o altri enti locali, che possono fare a loro volta un bando per assegnare la gestione a un’associazione o a una cooperativa. Le Prefetture per la gestione dei Cas (strutture in teoria temporanee) possono invece fare convenzioni dirette con cooperative, associazioni o privati.

[Fonte: Corriere della Sera – Andrea Federica de Cesco]

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