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Alcune voci della comunità bangladese di Roma durante il coronavirus

Convivenza e inclusione

Alcune voci della comunità bangladese di Roma ci raccontano come stanno vivendo l’emergenza del coronavirus. Ci siamo chiesti più volte, infatti, come le comunità straniere stiano affrontando il lockdown.

Distribuita soprattutto fra Torpignattara e la Tuscolana, la comunità bangladese di Roma rappresenta la terza comunità straniera in quanto a numeri. Una comunità che è entrata a far parte del territorio e che è costituita da numerose associazioni e partiti politici che costruiscono reti di mutuo aiuto.

I problemi della comunità bangladese a Roma a seguito del coronavirus

Come è già successo per tante altre comunità straniere, il problema del lavoro e della sopravvivenza quotidiana è emerso con forza anche all’interno della comunità bangladese.

“Molte persone non hanno documenti e non hanno potuto fare richiesta per i buoni spesa; chi faceva il venditore ambulante, e quindi guadagnava alla giornata, ha smesso di lavorare e ugualmente non può fare alcuna richiesta di aiuto; senza contare chi poi lavorava in nero”, ci spiega Nayana Ahmed, segretaria generale dell’Italy Mohila Awami League, il partito politico che fa riferimento a quello attualmente al governo in Bangladesh, declinato in versione tutta al femminile.

Del resto, il decreto Cura Italia ha lasciato dietro di sé un numero altissimo di dimenticati, di cui moltissimi sono rappresentati dai membri delle comunità straniere.

È per questo che spesso la solidarietà si muove in maniera orizzontale, dal basso, all’interno delle comunità stesse che negli anni hanno costruito reti di mutualismo e supporto, anche economico.

“Come Italy Awami League abbiamo cercato di aiutare le famiglie più in difficoltà: per ora siamo riusciti ad aiutare economicamente circa 100 famiglie, per fare in modo che potessero almeno comprare i generi alimentari fondamentali”, spiega Nayana a proposito delle iniziative di solidarietà interna.

“Non abbiamo molte risorse e quindi facciamo quello che possiamo”, continua, “anche con l’associazione delle donne “Nobojagoron Mohila Kollan Shomiti” di cui io faccio parte siamo riuscite a raccogliere qualcosa, dando 10-15 euro a chi ne aveva bisogno”.

Oltre il problema del lavoro

I problemi non sono solo economici, ma riguardano ad esempio anche la didattica a distanza: “Ho sentito ad esempio due famiglie che avevano problemi a far seguire le lezioni a distanza ai loro figli: questo perché non tutti possiedono i dispositivi tecnologici adeguati e spesso sono uno strumento fondamentale per restare in contatto con chi è in Bangladesh”.

Anche in Bangladesh, infatti, si sta cercando di affrontare l’epidemia, che per ora ha superato i 2.000 contagi e conta quasi 100 morti, secondo i dati trasmessi dalla John Hopkins University.

C’è un lockdown, anche se è difficile rispettarlo: “Molti lì lavorano alla giornata e quindi sono costretti a uscire per poter sopravvivere”, spiega Nayana.

Il problema è che mancano le risorse economiche, non ci sono abbastanza ventilatori e non si riesce a garantire una sanità a tutti. In Bangladesh infatti vivono circa 161 milioni di abitanti: rappresenta il settimo paese più popoloso del pianeta.

Le organizzazioni di donne della comunità bangladese

All’interno della comunità bangladese sono tantissime le organizzazioni di donne, piccole eppure nodi fondamentali della vita sociale della comunità. Queste si occupano di organizzare eventi ma anche di sostenere le donne della comunità che chiedono un supporto.

“Ora è tutto più difficile, non possiamo vederci e non riusciamo a fare molto”, spiega Arifa Masuda, segretaria dell’associazione di donne Mohila Songstha. “Quello che siamo riuscite a fare per il momento è stato veicolare le giuste informazioni alle donne della nostra comunità riguardo quello che stava succedendo”.

Questa attività di informazione, svolta del resto anche da altre comunità, rappresenta un ponte importante fra le comunità straniere e il territorio in cui vivono.

“A prescindere dal lavoro dell’associazione, posso dirti che io ed altre donne bangladesi ci stiamo organizzando per pregare insieme, anche a distanza”, continua Arifa.

Un momento importante, quello della preghiera, che assume maggiore significato se fatto insieme: “Anche se non riusciamo a collegarci con i video, ci organizziamo per pregare tutte insieme il venerdì pomeriggio: chi lo fa con video chi scrivendo, ma siamo tutte connesse.”

Una pratica che sarà ancora più importante, per le donne e non solo, per l’intero mondo islamico a partire da giovedì 23 aprile, data di inizio del Ramadan.