ethnic cook

A Bari c’è un bistrot sociale multietnico gestito da donne e si chiama Ethnic Cook

Convivenza e inclusione

Il cibo parla di mondi diversi, crea interazione e unisce. Lo sanno bene le tantissime realtà che negli ultimi anni hanno puntato sull’inclusione dei migranti attraverso una tavola imbandita. E lo sa bene anche Ethnic Cook, il bistrot sociale multietnico inaugurato lo scorso 20 giugno a Bari.

Frutto dell’impegno dell’Associazione Culturale Origens, Ethnic Cook non è soltanto un luogo di ristorazione multietnica, ma anche un punto di aggregazione, dove l’inclusione è qualcosa di attivo e praticabile giorno dopo giorno.

Ethnic Cook: un bistrot sociale gestito da donne

«Per me il cibo è un enorme veicolo di comunicazione davanti al quale cadono le barriere», spiega Ana Estrela, presidente di Origens e ideatrice di Ethnic Cook assieme a Laina Estrela e Zakaria Haidary. «Alla Festa dei Popoli a Bari alcuni anni fa avevo notato che la gente parlava più facilmente davanti al cibo, chiedendo informazioni su quel piatto e poi parlando di altro: si creava interazione. Ma tutto questo si esauriva nel giro dei pochi giorni del festival».

Da qui nasce l’idea di ricreare quell’atmosfera anche durante il resto dell’anno e permettere uno scambio costante. Così nel 2014 prende vita il progetto “Ethnic cooking with friends”, dove cuochi e cuoche di diverse nazionalità si mettono insieme per cucinare e portare in giro il loro cibo e le loro storie. Ogni cena corrisponde ad una nazionalità e dunque ad una cultura, a racconti fatti di immagini o video, a danze. L’iniziativa ha subito successo e il cibo si riconferma fin da subito fattore di vicinanza e inclusione.

Questo impegno continua fino a che, grazie ad un bando Urbis della città di Bari, il progetto diventa più sostanzioso. L’associazione decide di creare un punto fermo sul territorio, che sia luogo di scambio, supporto e formazione, oltre che di inclusione sociale. E con uno sguardo in particolare alle donne.

Il bistrot Ethnic Cook

«Ethnic Cook è gestito da sole donne ed è frutto di una scelta ben precisa, vogliamo dare un segno su questo», spiega Ana Estrela, specificando che per il momento soltanto 4 di loro stanno lavorando, ma presto saranno in 10 e provenienti da diversi paesi di America Latina, Asia e Africa.

Il progetto prevede anche una parte di formazione culinaria, dedicata ad un gruppo fra le 10 e le 40 donne, perché «questa edizione in particolare sarà dedicata a loro, seppure i nostri corsi sono rivolti anche a uomini. Inoltre, vogliamo che Ethnic Cook sia uno spazio di riferimento per quelle donne migranti che lavorano come badanti e che non hanno una dimensione propria una volta uscite dalla casa in cui lavorano: questo può diventare il loro spazio, dove passare il tempo libero».

Ma c’è anche una forte tensione all’interazione col territorio: «Vogliamo che le donne del territorio interagiscano con le donne straniere e viceversa, in nome di uno scambio di saperi femminili». Ethnic Cook, non a caso, si trova nel quartiere Libertà di Bari: uno dei più multietnici, sia per numero di immigrati che per varietà di nazionalità.

Davanti al cibo cadono le barriere

È dunque il cibo a permettere tutto questo. Al riguardo Ana ha un’opinione ben precisa, nata dalla sua esperienza di vita: «Quando ero piccola, mia madre e la mia madrina cucinavano cibo in casa da asporto per sbarcare il lunario e io ero lì con loro, ad aiutarle e ad assaggiare e imparare a conoscere i sapori».

Ana viene dallo Stato di Bahia, in Brasile, ed è arrivata 22 anni fa in Italia e più precisamente a Bari, dove ha costruito la sua comunità e le sue relazioni. Adesso, conserva dentro di sé quella memoria che l’ha portata a dare vita ad Ethnic Cook: «Con il cibo andiamo a toccare le corde di una memoria antica, è come andare indietro e ripescare un’energia vitale e viscerale». Davanti a queste sensazioni, tutti quei muri mentali cedono. E le differenze insieme diventano possibilità di creare qualcosa di nuovo.

Nel suo piccolo, il bistrot sta cercando di proporre proprio questa idea, anche attraverso i suoi piatti. Oltre alla lista di cibi etnici dalle diverse parti del mondo, ci sono anche le “orecchiette in the world”, in cui alle orecchiette tipiche pugliesi vengono uniti sughi tipici dei tre continenti, o i “panzerotti mondiali”, che sono ancora in fase di elaborazione ma che ripropongono lo stesso concetto.

I riconoscimenti già sono arrivati: dall’UNHCR alla Fondazione ISMU, che ha riconosciuto Ethnic Cook come una delle tre migliori buone pratiche in Puglia per quanto riguarda l’inclusione e la valorizzazione delle competenze dei migranti.

Ma soprattutto, in questo primissimo mese di vita, la migliore risposta è quella del territorio: le persone vengono, mangiano, stanno insieme e tornano. Nel frattempo nascono nuove idee, progetti su come rendere questo un luogo di incontro, scambio e formazione. Presto ad esempio le “merendine dal mondo” faranno conoscere ai bambini culture di ogni dove. Da un’idea ne nasce un’altra e così a seguire: il bistrot Ethnic Cook è, giorno dopo giorno, pratica di inclusione.