camerun e italia

Camerun e Italia, se il coronavirus non ferma la solidarietà

Convivenza e inclusione

Numeri di contagi, morti, guariti. Fase 1 e fase 2. Siamo continuamente bombardati da un’informazione fatta unicamente di dati sul coronavirus, ma che spesso tralascia le iniziative di solidarietà dal basso e interne alle comunità. Per questo l’associazione Camrol – che riunisce i membri della comunità del Camerun – ci racconta come la comunità camerunense sta vivendo questa emergenza.

In Italia infatti vivono circa 15.000 persone provenienti dal Camerun, legate all’Italia in parte dalla stessa tradizione cattolica e in parte da una lunga scia di medici e ingegneri che si è formata nella penisola. Camrol, che è un’associazione che si rivolge principalmente alle comunità del Lazio, si è adoperata per costruire reti di solidarietà interne ma anche per intervenire direttamente in Camerun, dove l’emergenza del coronavirus è ancora agli inizi.

La solidarietà nella comunità camerunense

“La situazione della comunità camerunense a cui facciamo riferimento è particolare”, ci spiega Mani Ndongbou Bertrand H., presidente dell’associazione Camrol. “Ci sono diverse componenti etniche da una parte e dall’altra moltissimi sono studenti, perché c’è una lunga tradizione di persone che dal Camerun vengono qui in Italia per studiare.” Persone che ora, con il lockdown del coronavirus, si ritrovano senza il lavoro – come ad esempio in pub e ristoranti – che li aiutava ad andare avanti. “Proprio in questi giorni stiamo capendo come fare per aiutarli come associazione”

Nel frattempo, però, anche nella comunità camerunense ci sono delle vere e proprie urgenze: “Ci siamo mobilitati per quelle famiglie della comunità che hanno bisogno, facendo una raccolta e portando loro generi alimentari. Si tratta di famiglie che vivono a Roma, Orte, Latina, Aprilia e Fara Sabina”.

Come molte altre comunità, anche quella camerunense ha trovato il sostegno dal basso, grazie alle reti spontanee di aiuto che si sono formate e che in questo momento stanno sostenendo in diversi modi l’emergenza (dalla distribuzione gratuita di mascherine per chi non ce le ha fino al sostegno economico e alimentare).

Dall’Italia al Camerun

Il sostegno che Camrol porta avanti, però, guarda anche al Camerun, dove la situazione in relazione al coronavirus è molto preoccupante: “Siamo arrivati a circa 700 casi, una decina di morti, secondo le stime ufficiali”, racconta Bertrand.

Anche qui le misure prese sono quelle dell’inizio dell’emergenza in Italia: scuole chiuse, riduzione dell’orario di lavoro di uffici, pub e ristoranti aperti fino alle 6 di pomeriggio, distanziamento sociale.

Il problema però è un altro: “C’è tutta un’economia informale che si muove, la gente non può stare a casa altrimenti non sopravvive; le aree rurali, poi, sono difficilmente raggiunte dalle disposizioni del governo”. Il timore infatti è che l’epidemia si propaghi in un paese dove la sanità è privata e, in ogni caso, ha poca disponibilità di terapie intensive e respiratori.

Per questo l’associazione sta lavorando a dei progetti in loco, assieme ad alcune start up del territorio e a Pipad, organizzazione camerunense. “Abbiamo un progetto per intervenire nelle aree rurali: vorremmo sensibilizzare le persone del territorio sulle misure precauzionali e fare una raccolta materiali in base a ciò di cui c’è bisogno anche lì”. Bertrand ci spiega, infatti, che ci sono alcune start up che fabbricano mascherine in loco: non si tratta delle ormai irreperibili FFP3, ma rappresentano comunque un minimo di protezione dal coronavirus.

Da quando è nata nel 1997, Camrol mantiene un legame costante con il Camerun. Ad attività di empowerment dei giovani camerunensi in Italia ha affiancato progetti cooperazione internazionale, ad esempio facendo assistenza nelle scuole del paese.

Inoltre, si è dedicata anche al racconto della comunità e dell’Africa stessa: “L’Africa spesso viene raccontata come un paese, ma in realtà è un continente. Per questo ci impegniamo nel raccontarla senza banalizzarla e senza farla diventare una caricatura, ma raccontandola per quello che è davvero. Anche per far crescere un senso di condivisione fra le varie comunità del continente che spesso manca.”