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Coloriage: una sartoria sociale e multiculturale che aprirà una scuola di moda

Convivenza e inclusione

Coloriage è un atelier di sartoria sociale nel cuore di Roma, dove artigianato e formazione si intersecano con percorsi di accoglienza e inclusione per migranti e richiedenti asilo.

All’interno di questo laboratorio, i sarti lavorano stoffe di qualità – cotoni italiani e la wax africani selezionati – per dare vita a capi di abbigliamento, mascherine e accessori di vario tipo.

Ma qual è la storia di Coloriage? Quale idea lo sostiene?

Il progetto nasce grazie all’incontro fra Valeria Kone e Sandrine Flament. Si tratta di due donne entrambe legate all’Africa e alla componente migrante del loro territorio italiano: Valeria ha fondato l’associazione Terià, impegnata nella promozione e nella salvaguardia delle pratiche artigianali, mentre Sandrine è stata per quasi venti anni in Africa e ha lavorato per diverse organizzazioni internazionali.

Così, nel 2019 il progetto Coloriage prende vita, con l’intento di valorizzare le pratiche di tessitura artigianali e il savoir-faire di molti artigiani migranti che vengono dai paesi dell’Africa occidentale e allo stesso tempo costruire uno spazio di formazione aperto sia ai migranti che a giovani italiani disoccupati. Non è un caso, infatti, che molti progetti in Italia siano nati su questa scia.

«L’idea alla base del progetto è la contaminazione», ci spiega Valeria Kone, presidente dell’associazione Terià e cofondatrice di Coloriage. In questo laboratorio si mescolano i saperi così come le stoffe: ci sono sarti italiani e africani, come Khassim Diagne che è uno dei formatori, e mascherine double face, che alternano i tessuti tipici africani a quelli occidentali.

Da quando ha aperto, molti ragazzi e ragazze si sono rivolti al laboratorio, che ha la sua sede all’interno del Villaggio Globale all’ex Mattatoio a Testaccio. C’è chi, come Soda, viene dal Senegal e grazie alla formazione nel laboratorio adesso lavora come sarta; ma c’è anche l’interesse di molti ragazzi italiani che riscoprono una passione per un’idea di lavoro artigianale. «Ci sono tantissimi migranti che hanno esperienza come sarti nei loro paesi: qui a Coloriage apprendono le tecniche di sartoria occidentali – come ad esempio le finiture e i cartamodelli – e così possono inserirsi nel mondo del lavoro», aggiunge Valeria.

Adesso, sta per partire un nuovo progetto all’interno dell’atelier: una vera e propria scuola di moda gratuita. Qui i vari formatori insegneranno le tecniche di cucito occidentali ad una classe variegata: un ragazzo afghano, due italiane, una nigeriana e un senegalese.

All’interno di Coloriage, inoltre, la questione etica ha un ruolo importante.

Da un lato c’è la giusta valorizzazione del lavoro artigianale:  «La questione della qualità e del compenso equo e solidale sono le nostre priorità, per questo, ogni prodotto ha un’etichetta che spiega da chi è stato fatto, in quanto tempo e con quali tessuti».

Dall’altro, l’impegno in questo campo si lega alla questione ecologica. Il laboratorio, ad esempio, è anche un atelier di riuso, dove si possono portare capi di abbigliamento o altro per ripensarli e rigenerarli insieme perché «la creatività è sostenibile e responsabile». Allo stesso tempo, a breve ci sarà una nuova linea di prodotti sostenibili e all’insegna plastic free: accessori per i viaggi, la scuola, e una linea kitchen. 

Non è un caso, infine, che il lavoro di Coloriage si intrecci con quello di altre organizzazioni: negli scorsi mesi, ad esempio, la sartoria ha prodotto le mascherine per Open Arms e per alcune organizzazioni come Amref Health Africa o Arcs Culture Solidali che poi le distribuiranno in Africa.

Per il momento, «siamo riuscite a portare un messaggio dirompente all’interno della Stazione Termini, dove il 6 ottobre riaprirà il nostro temporary store», ci spiega Valeria Kone, «qui accanto a negozi come quello di Benetton ci siamo noi, con la nostra scritta che recita: “Coloriage è una sartoria sociale in cui la parola creatività fa rima con solidarietà e multiculturalità“».