ecomuseo casilino

Ecomuseo Casilino: valore al territorio e alle culture

Convivenza e inclusione

Può esistere un museo che fra le sue ricchezze comprenda diverse lingue madri, templi induisti e feste islamiche? La risposta è sì ed è anche vicino a noi: si tratta dell’Ecomuseo Casilino, progetto nato e cresciuto nel quadrante di Roma Est.

Si tratta di una particolare tipologia di museo, costituito da un’intera area di città e, oltre che dal suo patrimonio materiale, anche dalla cultura e dalla memoria collettiva di chi quel territorio lo abita.

La storia dell’ecomuseo Casilino

«L’ecomuseo è uno strumento che nasce negli anni Settanta in Francia e che musealizza un intero territorio, valorizzando ciò che dagli abitanti è percepito come importante per la comunità», ci spiega Claudio Gnessi, presidente dell’Ecomuseo.

Questo strumento arriva nel Lazio nel 2012, grazie ad una serie di associazione che dà vita all’Ecomuseo Casilino. Riguarda il territorio indicato come Comprensorio Casilino “Ad duas lauros” e comprende i quartieri di Centocelle, Pigneto, Quadraro e Torpignattara. Si tratta di aree che una volta erano agro romano e che hanno subito una trasformazione continua negli anni. Oggi sono fra i quartieri più multiculturali della Capitale.

«Eravamo oltre dieci associazioni mobilitatesi contro la speculazione edilizia: era in cantiere un piano particolareggiato, che voleva dire costruire migliaia di edifici e strade su una zona dell’agro romano antico con due vincoli archeologici», continua a raccontare Gnessi.

La mobilitazione dal basso ha la meglio e dalla lotta si passa alla proposta pratica: dare vita ad un ecomuseo che valorizzi quel territorio, con la sua memoria storica e presente.

In questo lavoro c’è una dimensione fondamentale: la comunità. «Ciò che fa parte dell’ecomuseo è definito dalla percezione degli abitanti», continua Claudio, «Costruiamo delle mappe di comunità che però non sono definite dall’esterno, ma grazie ad un lavoro di ricerca collettivo e partecipato».

Esiste una vera e propria metodologia di ricerca e azione: c’è un gruppo promotore che si occupa di rilevare il censimento del territorio fatto dalle sovrintendenze e che inizia un lavoro collettivo ragionando con gli attori della comunità che vivono quel territorio. Saranno questi ultimi a decidere cosa valorizzare, cosa far emergere e cosa aggiungere a partire da quel censimento: «In questo senso è l’interazione che sviluppa le mappe e sono le stesse comunità a raccontarsi».

La diversità è ricchezza

Tutto questo viene poi portato all’esterno: c’è una narrazione di questi quartieri che intreccia memoria storica e tempo presente, abbracciando le diverse culture che ne fanno parte.

All’interno di una moschea – Foto presa dalla pagina Facebook “Ecomuseo Casilino Ad Duas Lauros”

In questa direzione l’Ecomuseo Casilino ha ad esempio realizzato il progetto Co.Heritage, che racconta le comunità migranti di Roma Est. Negli anni l’Ecomuseo ha lavorato con il Torpignattara Muslim Center così come con la Moschea di Centocelle, chiedendo alle diverse comunità che le frequentano di raccontarsi e mettendole in comunicazione con altri abitanti del territorio romano. Allo stesso modo ha elaborato percorsi che raccontano la memoria storica, umana e antropologica del territorio: si va dalla più iconica Porta Maggiore a Parco Sangalli, una volta campo da calcio e oggi luogo di incontro fra bangladesi che giocano a cricket e bambini che giocano.

«La nostra sfida ora è cercare di formare le seconde generazioni come ricercatori e narratori», aggiunge Claudio, spiegando che è un lavoro in parte avviato con una ragazza di origini bangladesi e un ragazzo di origine marocchina. In entrambi i casi si tratta di persone con genitori stranieri, ma nati in Italia e abitanti del territorio: proprio per questo costituiscono un elemento importante di interpretazione e racconto dei loro quartieri.

Il valore di un progetto come questo è stato riconosciuto dalle istituzioni: nel 2019 l’ecomuseo Casilino viene inserito nell’elenco degli Ecomusei di interesse regionale. Si tratta di un riconoscimento da parte della regione Lazio, «il primo di questo tipo in Italia che definisce come d’importanza regionale il patrimonio costruito dalle comunità di origine straniera: luoghi di culto, eventi religiosi e civili, tradizioni gastronomiche».

Non solo ha salvato una vasta area dalla speculazione edilizia, ma permette alle comunità di raccontarsi, valorizzando così quegli elementi che costituiscono la sua identità nelle sue più svariate forme. Una narrazione della città di Roma che è difficile trovare in altri luoghi e che ci restituisce, così come altre esperienze in Italia, l’idea fondamentale che la diversità «non è elemento di conflitto sul territorio, ma di ricchezza».