refugees' lockdown

Far parlare i rifugiati e i richiedenti asilo con le immagini

Convivenza e inclusione, Notizie

Dare voce a rifugianti e richiedenti asilo, domandandogli di raccontare il “loro” lockdown nel sistema di accoglienza italiano tramite foto, video e disegni. Il materiale raccolto verrà usato per creare un archivio e un’opera artistica. Refugees’ lockdown è un progetto indipendente lanciato poche settimane fa dal laboratorio di sociologia visuale dell’Università di Genova, da Controluce e dall’associazione Oblò.

«È importante non considerare i rifugiati e i richiedenti asilo dei ricettori passivi, ma persone capaci di esprimere delle cose e brave nel raccontare per immagini» spiega Enrico Fravega, presidente dell’associazione Oblò e ricercatore di sociologia delle migrazioni. Un progetto visuale può essere una chiave di volta per invogliarli a raccontare in prima persona la loro condizione: «nel mio lavoro di ricerca parlo spesso di loro, tutti ne parliamo; ma loro raramente prendono la parola sulla vita che conducono».

C’è però un elemento da considerare: la possibile ritrosia nel “metterci la faccia”, le difficoltà nell’esporsi. Ma di questo Fravega e gli organizzatori sono consapevoli: «forse saranno in pochi ad aderire all’iniziativa, perché magari sono in una fase delicata della procedura d’asilo, o hanno paura di esprimere fino in fondo quello che pensano».

Eppure la sicurezza che ci siano potenzialità latenti e voglia di esprimersi è il motore del progetto: «nel mio lavoro mi è capitato di vedere cose straordinarie: persone che fanno video per progetti musicali, artigianali ma che sembrano professionali. Penso anche ai disegni fatti da migranti che hanno cercato di andare in Francia attraverso Ventimiglia: li facevano per passare il tempo, ma erano dotati di grande espressività. Davano il senso della condizioni in cui si trovavano. Questa consapevolezza si intreccia con il progetto che abbiamo avviato; l’idea è provare a farli parlare».

Un ruolo importante lo avranno gli stessi centri di accoglienza – i CAS o gli SPRAR/SIPROIMI – dai quali si auspicano manifestazioni di interesse al progetto, anche in un’ottica di integrazione dei migranti. Sono però questi ultimi a essere i protagonisti: «Refugees’ lockdown non coinvolge educatori o operatori dell’accoglienza; stiamo cercando di diffondere la voce in queste realtà più che altro per far sì che i migranti decidano di aderire convinti da persone – gli operatori – di cui si fidano».

Sul perché di un racconto per immagini, Fravega fa riferimento all’universalità del linguaggio visivo: «i foto, i disegni, i video sono più legati alle emozioni, e poi non serve conoscere la lingua italiana o avere capacità di scrittura». E a questo proposito, il sito di Refugees’ lockdown e il form di registrazione al progetto sono disponibili anche in inglese e in francese, per essere più accessibile ai partecipanti.

C’è tempo fino al 31 maggio per inviare i contenuti fotografici, i disegni o i video agli organizzatori di Refugees’ lockdown. L’iniziativa è un’opportunità anche per testare la capacità del sistema di accoglienza italiano di integrare i migranti, coinvolgendoli in prima persona. La speranza è che richiedenti asilo e rifugiati siano disposti a “scoprirsi”: se le parole sono spesso un ostacolo, il linguaggio visivo, come l’arte in generale, può aiutare.