migranti LGBT+

I migranti LGBT+ e le realtà che in Italia se ne occupano

Convivenza e inclusione

In Italia esistono associazioni a supporto dei migranti LGBT+. È una galassia poco conosciuta e dedicata agli stranieri che hanno subito persecuzioni nel proprio paese d’origine per motivi di orientamento sessuale o di identità di genere. Non si sa con certezza quante persone richiedono la protezione internazionale per vessazioni di questo tipo, visto che né in Italia, né in Europa ci sono specifici dati statistici sul tema. Inoltre ad oggi non esistono centri di accoglienza dedicati ai migranti LGBT+.

Ancora una volta, quindi, assume importanza il terzo settore. In Italia ci sono associazioni come il G.A.G.A. di Vicenza, che insieme a Boramosa Padova e all’Arcigay di Verona hanno costituito il Progetto Migranti LGBT+. C’è poi la rete nazionale Migranet, formata da tutti gli sportelli italiani che se ne occupano.

Il G.A.G.A. (Gruppo di ascolto giovani arcobaleno) di Vicenza è un’associazione presso cui possono rivolgersi le persone omosessuali e transessuali italiane e i loro familiari. Ma esso svolge attività anche con i migranti LGBT+ e le vittime di tratta degli esseri umani. Il gruppo si finanzia prevalentemente tramite eventi, vendita di gadget e donazioni di privati.

«A noi si rivolgono sia richiedenti asilo, sia persone che ne sono già titolari o che hanno avuto accesso alla protezione umanitaria. Negli ultimi tre anni 120 persone migranti hanno richiesto supporto», dice Nicola Noro, vicepresidente del G.A.G.A. Diversi sono i paesi di provenienza di queste persone: la Nigeria, la Costa D’Avorio, il Ghana, ma anche il Pakistan e il Brasile.

I tipi di aiuto offerti dall’associazione sono diversi: dalla compilazione della domanda d’asilo – «spesso i migranti non sanno nemmeno di averne diritto» – alla raccolta dei dati e dei documenti che serviranno per l’istruttoria dinnanzi alla Commissione territoriale. «In sostanza facciamo lo stesso lavoro di un operatore legale in un centro di accoglienza: ascoltiamo le loro storie, gli facciamo domande e raccogliamo i dati che servono».

E a questo proposito, l’ottenimento dello status di rifugiato per motivi di orientamento sessuale o per identità di genere è difficile. Del resto, come è possibile provare condizioni così intime e personali? C’è quindi il rischio di alimentare luoghi comuni e, conseguentemente, di negare diritti. «Spesso le Commissioni territoriali guardano a quanto di stereotipico c’è nel richiedente; si pensa automaticamente che un uomo gay debba essere effeminato, e che una donna lesbica debba essere mascolina. Se il migrante non assume questi atteggiamenti, si tende a credere che stia fingendo per ottenere lo status».

Oltre al supporto legale, c’è anche quello psicologico e personale. In particolare il G.A.G.A. cerca di stimolare l’incontro dei migranti LGBT+ con persone che possano capirle. Infatti «Molti di loro arrivano dai centri di accoglienza, dove ci sono persone del loro paese d’origine con quella stessa mentalità che li ha spinti a scappare», racconta Nicola. Ma alcuni di loro si sentono anche “sbagliati”, poiché hanno interiorizzato il pensiero comune dei luoghi d’origine. «Alcuni migranti pensano che la loro omosessualità sia frutto di maledizioni, o di rituali magici; dipende molto dal loro livello di istruzione e dalle dimensioni delle realtà da cui provengono».

L’emergenza sanitaria dovuta alla pandemia da Covid-19 ha creato diversi disagi alle persone che si rivolgono all’associazione. «Alcuni degli utenti si sono trovati senza lavoro e senza cibo. Per fortuna sono stati aiutati dalla Croce Rossa, che ha garantito la distribuzione di beni di prima necessità».

Inoltre il coronavirus ha rallentato l’attività del G.A.G.A.: «L’incontro con gli utenti è essenziale, è ovvio che a distanza non si riesce a lavorare bene. Abbiamo mantenuto una certa continuità, anche se virtualmente, con gli sportelli di supporto alle persone transessuali e LGBT+. Ma con i migranti è stato più difficile. Spesso non hanno idea di cosa sia Zoom e non hanno strumenti tecnologici adeguati».

Per il G.A.G.A. ci sono alcuni obiettivi, una volta finita l’emergenza sanitaria. «Prima della pandemia era partita bene la campagna di sensibilizzazione nelle scuole, in cui anche i migranti LGBT+ portavano la loro testimonianza. Pensiamo che educare le nuove generazioni alle diversità sia fondamentale perché non si ripetano le politiche che si stanno vedendo in questi anni», dice Paolo. Un’altra meta è aiutare i migranti nella ricerca dell’alloggio e di un lavoro.

La condizione dei migranti LGBT+ necessita di un doppio livello di intervento. Da un lato c’è l’obiettivo di integrarli nel tessuto sociale in virtù della loro condizione di stranieri. Dall’altro c’è bisogno di sostenere alcuni di loro nel percorso di auto-accettazione della propria sessualità e, in generale, di tutelarli dai comportamenti omofobici e dai pregiudizi radicati, che, purtroppo, ancora oggi colpiscono tutti gli omosessuali senza distinzioni di nazionalità. La sfida di una realtà sociale più giusta e inclusiva – in ogni suo aspetto – è continua. Ma del resto bisogna aspettare che spiova per poter ammirare un arcobaleno.