terzo settore

Il terzo settore alla prova della pandemia

Convivenza e inclusione

L’importanza del mondo del no profit in una società emerge durante periodi difficili come quello attuale. Garantirne la funzionalità è importante, soprattutto perché spesso gli enti del terzo settore suppliscono ai deficit istituzionali in settori diversi: dalla salute alla cultura, all’integrazione.

Italia non profit è una piattaforma che dà visibilità ai dati e ai bisogni di questi enti. La trasparenza delle informazioni ha lo scopo di favorire maggiori finanziamenti, e la piattaforma consente l’incontro tra le organizzazioni e i possibili donatori. Essa ha come partner diverse istituzioni filantropiche. L’11 dicembre ha pubblicato il Non profit philantropy social good covid-19 report 2020, una ricerca condotta tra aprile e giugno 2020 interpellando 1378 realtà italiane del terzo settore (associazioni, fondazioni, imprese e cooperative sociali, Ong). L’analisi ha lo scopo di capire l’impatto della pandemia sulla loro attività e i bisogni specifici e in generale fornisce conoscenze ulteriori sulla complessità del terzo settore in Italia.

Fra le organizzazioni analizzate da Italia non profit, il 72% risiede al Nord, il 10% al Centro e il 9% al Sud e nelle isole. Di queste solo il 5% ha più di 100 dipendenti e solo il 2% fattura più di 50 milioni di Euro annui, mentre il 77% incassa tra 1 Euro e 300mila Euro annui. Il 47% non ha al suo interno lavoratori retribuiti e il 93% basa la propria attività sul volontariato. Da questi dati emergono due elementi: che il no profit è più presente al Nord; che la maggior parte di queste organizzazioni è di dimensione medio-piccola e ha una capacità economica modesta.

Per quanto riguarda le aree di intervento, la maggior parte di esse, pari al 39,5%, lavora nel campo dell’assistenza sociale e socio-sanitaria, il 17,4% nel settore dell’arte e della cultura. Dei campi della cooperazione internazionale e dell’economia solidale se ne occupa il 5,5%; la stessa percentuale di enti è attiva nella tutela dei diritti di cittadinanza.

Il report registra le principali difficoltà vissute dal terzo settore durante la pandemia. In particolare il lockdown ha rallentato notevolmente le attività delle organizzazioni: il 30% di queste nell’ambito della formazione ed educazione, il 18,7% nell’assistenza alle persone.

Inoltre le organizzazioni interpellate hanno evidenziato che il lockdown ha peggiorato tre fondamentali ambiti del no profit. Primo fra tutti, la raccolta fondi, per il 57% dei rispondenti; seguono le attività istituzionali per il 52% e la gestione dei volontari per il 38%. Dei 1368 rispondenti, 621 hanno dovuto fermarsi durante il primo lockdown (febbraio-giugno) e il 41% ha più che dimezzato le entrate.

Per il 61% degli interpellati il digitale ha garantito lo svolgimento delle attività istituzionali (fra cui la raccolta fondi). Per quanto riguarda la riorganizzazione del modello produttivo per affrontare la crisi post pandemia, 676 degli enti interpellati vogliono diversificare le fonti di ricavo, mentre 559 cercheranno nuovi volontari.

Italia non profit ha anche mappato gli aiuti al terzo settore, individuando 975 iniziative filantropiche. Durante e dopo il primo lockdown, 722 donatori hanno investito 780 milioni di Euro. Fra i benefattori ci sono grandi aziende, italiane ed estere, e banche. Destinatari degli aiuti sono stati anzitutto gli ospedali, seguiti dagli enti no profit e dai cittadini e famiglie. Gli aiuti sono consistiti in gran parte in donazioni in denaro, ma sono stati donati anche beni e servizi. Gli istituti di credito aderenti hanno concesso crediti e agevolazioni.

Per quanto riguarda il futuro, il terzo settore sarà destinatario di contributi a fondo perduto. In particolare il decreto ristori bis (d.l. 149/2020) ha stanziato 70 milioni di Euro che confluiranno in un fondo ad hoc e verranno ripartiti su base territoriale.

Questo potrebbe essere un punto di partenza per dare un segnale di sostegno al mondo del no profit. Si tratta di un settore che nasce dalla società civile e a questa si rivolge, mettendo a disposizione diversi servizi pubblici. Al di là della filantropia, esempio alto di redistribuzione volontaria della ricchezza prodotta, è essenziale garantire un finanziamento continuativo. Perché dove non arriva lo Stato può supplire la società civile. Ma se ha fondi.