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Ius soli e ius culturae, propaganda ma (ancora) pochi fatti

Convivenza e inclusione, Notizie

Lo ius soli torna nuovamente nel dibattito politico: ne ha parlato qualche giorno fa Enrico Letta, neosegretario del Pd, che lo ha incluso fra le proposte per il rilancio del partito. Anche stavolta le destre si sono fermamente opposte a una riforma dell’acquisizione della cittadinanza: Matteo Salvini ha commentato che bisogna risolvere «i mille problemi che hanno gli italiani e gli stranieri regolari in questo momento, non perdiamo tempo in cavolate».

L’acquisizione della cittadinanza italiana si basa sul principio dello ius sanguinis, ossia l’essere figli di almeno un genitore italiano. Le ragioni storiche sono legate alla forte emigrazione che ha caratterizzato il paese: i discendenti di italiani emigranti, seppur residenti all’estero, hanno potuto acquisire questo diritto proprio perché tutelati dallo ius sanguinis. Altrettanto non si può dire per i molti ragazzi stranieri nati, cresciuti e residenti in Italia che, ancora, non possono essere cittadini italiani. Le ipotesi in cui lo straniero può acquisire automaticamente la cittadinanza perché nato in Italia – per ius soli, appunto – sono specifiche e riguardano casi estremi: se i genitori sono ignoti o apolidi, oppure quando il minore è stato abbandonato sul territorio dello stato.

Le proposte di legge per l’introduzione di un temperamento allo ius sanguinis ci sono state. La più recente era stata approvata dalla Camera nell’ottobre 2015 con una maggioranza significativa, ma si è arenata in Senato per la scadenza della legislatura, nel 2017. Il disegno di legge prevedeva di estendere l’acquisizione della cittadinanza ai bambini stranieri: in una prima ipotesi, avrebbe potuto richiederla il genitore che avesse un permesso di soggiorno di lungo periodo o permanente. In un secondo caso era previsto l’acquisto della cittadinanza per ius culturae per i bambini stranieri minori di dodici anni che avessero frequentato regolarmente almeno cinque anni all’interno del ciclo di istruzione del sistema nazionale.

Credit: Mauro Biani (account Instagram: @maurobia)

«Il Pd non ha approvato la legge quando aveva i numeri per farlo, durante il governo Gentiloni [che durò da dicembre 2016 a giugno 2018, n.d.r.]. Ad oggi parlare di ius culturae e di ius soli con questa maggioranza, in cui c’è anche la Lega, mi sembra propaganda. Sono cavalli di battaglia che si tirano fuori quando non c’è niente da offrire», dice Paolo Barros, consigliere del municipio IX del comune di Roma e presidente di NiBi (Neri italiani – Black italians). Madre capoverdiana e padre guineano, Paolo è nato e cresciuto in Italia e a 18 anni ha potuto acquisire la cittadinanza. Insieme a una forte rete creata dai ragazzi di seconda generazione che vivono nel paese, si batte da tempo per l’estensione di questo diritto.

«Io ho potuto fare il mio percorso politico in quanto cittadino italiano, ma ci sono tante persone alle quali questa possibilità viene ancora negata. Non possono fare politica, o partecipare ai concorsi pubblici e sono schiavi del permesso di soggiorno».

Le istituzioni purtroppo non stanno offrendo risposte. Specie sullo ius culturae: «siamo stati sentiti nel gennaio 2020 da Giuseppe Brescia, presidente della commissione affari costituzionali alla Camera; dovevano farci una relazione, ma tutto è rimasto fermo». Questa modalità di acquisizione della cittadinanza sembra essere un buon compromesso perché sarebbe sostenuto anche dalla destra: «prima dell’inizio della pandemia avevamo incominciato a dialogare con diversi partiti. Addirittura anche in Fratelli d’Italia c’erano state delle aperture». Questo perché «legare l’acquisizione di questo status all’aver intrapreso il percorso scolastico in Italia e alla residenza stabile dei genitori è maggiormente accettato dalla popolazione; a differenza delle difficoltà di far passare lo ius soli».

E a proposito, sulla narrazione dell'”invasione” dei migranti e su quanto questa sia un ostacolo all’estensione dei diritti di cittadinanza italiana agli stranieri, Paolo evidenzia l’importanza della corretta informazione. «Se si vogliono fare le cose per bene, si dovrebbe agire anzitutto a livello di opinione pubblica: far capire esattamente di cosa si parla ai cittadini nell’estendere questo basilare diritto civile, e dirgli che l’acquisizione di uno status uguale per persone nate e cresciute qui non gli leva nulla, anzi arricchisce il paese».

Paolo e i ragazzi di seconda generazione aspettano delle risposte serie dalla politica. «Noi vogliamo essere protagonisti perché ci sentiamo parte di una comunità, che è quella italiana. Come tali, vorremmo che ci venisse data la possibilità di contribuire alla crescita del paese».