Keita, dall’Africa all’Italia dopo 3 anni e tante violenze: le sue foto esposte a New York

Convivenza e inclusione

L’incredibile storia di un ragazzo della Costa d’Avorio, partito a 13 anni analfabeta e senza un soldo dopo l’uccisione dei genitori. È arrivato a Roma: noi ci saremmo riusciti?

«Sono nato in Costa d’Avorio nel 1993. A 14 anni ho dovuto lasciare il mio Paese nel pieno della guerra civile e iniziare, da solo, un lunghissimo viaggio attraverso la Guinea, il Mali, l’Algeria, il Sahara, la Libia e Malta per arrivare in Italia nel 2010, a 17 anni. Grazie alla frequentazione del centro diurno per minori Civico Zero ho scoperto una innata vocazione come fotografo e ho iniziato la mia carriera artistica». Si presenta così sul suo sito Internet, adesso che è un affermato fotografo, Mohamed Keita.

Ma la sua storia, a lieto fine, parte da molto molto lontano. Keita perde la mamma e il papà quando ha nove anni. I suoi genitori sono uccisi nel corso del terribile conflitto ivoriano. Ha soltanto tredici anni e mezzo quando decide di lasciare la casa distrutta dai bombardamenti. Nonostante sia analfabeta, senza soldi, senza avere un’idea della geografia e della distanza del viaggio, Keita si unisce a un gruppo di profughi che lasciano a piedi il Paese. Per pagare il costi del viaggio, deve fare spesso tappa per mesi per lavorare e poi dare tutti i suoi soldi al trafficante di turno. In tre anni e mezzo attraversa l’Africa, assiste a violenze di ogni genere e vede molti suoi compagni di viaggio morire. E finalmente arriva a Tripoli, ultima tappa prima della traversata.

E qui succede qualcosa di brutto, che però dopo qualche anno gli avrebbe cambiato il destino in senso positivo. Quando è pronto per imbarcarsi il trafficante gli chiede di denudarsi per verificare che non abbia ancora qualcosa indosso da prendergli. Keita non ha più nulla, se non le foto dei genitori custodite gelosamente nella tasca dei calzoncini. Il trafficante deluso dal non poter prendergli più nulla per sfregio getta le foto in mare. Così Keita perde per sempre l’ultima memoria dei genitori, ma allo stesso tempo capisce il valore delle fotografie.

Arrivato a Roma, va a dormire alla stazione Termini. E nel corso di un pattugliamento serale un operatore di Save the Children gli regala una macchinetta usa e getta. Keita fotografa quelli che chiama «vicini da casa». Una di queste foto che raffigura il suo fagotto viene esposta e CivicoZero, il centro per minori stranieri non accompagnate di Save the Children. Una fotografa americana resta colpita e fa esporre la foto al Metropolitan Museum of Art di New York. Nel frattempo Keita viene riconosciuto minore e può restare in Italia, iscriversi alla scuola pubblica e seguire altri corsi. Il suo talento non delude. Arriveranno mostre al Vittoriano e al Macro a Roma e all’ Istituto Italiano di Cultura di New York.

Il viaggio di andata ha anche un ritorno. Keita sente un richiamo per l’Africa e vuole fare un percorso a ritroso. Non può tornare al suo Paese dove non può più andare – e in lui si fa strada l’idea di creare in Africa, a partire dal Mali, laboratori fotografici per bambini che vivono in condizioni di disagio. Le sue fotografie – e quelle di alcuni bambini – si possono vedere da stasera fino al 25 novembre alla mostra «Scatti liberi, l’Africa negli occhi dei bambini» che si inaugura a Roma (ore 18, AuditoriumArte, via Pietro de Coubertin 30) .

Keita, dall’Africa all’Italia dopo 3 anni e tante violenze: le sue foto esposte a New York

Keita è il protagonista del libro di Luca Attanasio «Il bagaglio. Storie e numeri del fenomeno dei migranti minori non accompagnati» (Editore Albeggi), da poco in libreria con la seconda edizione . «Oltre alla storia precedente all’arrivo ha la parte a lieto fine del ritorno in Africa, un viaggio a ritroso», dice Attanasio. La seconda edizione ha una prefazione di Roberto Saviano.

[Fonte: Buone Notizie – Fausta Chiesa – 19 novembre 2018]

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