bottega di lamin e teresa

La Bottega di Lamin e Teresa: l’inclusione attraverso una bottega sartoriale

Convivenza e inclusione

In un piccolo paesino della Calabria è nata una bottega sartoriale gestita da cittadini stranieri e italiani, che è anche luogo di aggregazione e condivisione e scambio con il resto della popolazione. Stiamo parlando della Bottega di Lamin e Teresa, frutto di un progetto Cidis Onlus a Cassano Allo Ionio.

Qui alcuni migranti e dei cittadini cassanesi hanno costituito un piccolo laboratorio sartoriale dove producono abiti e accessori, in una mescolanza di culture e stili sempre in rapporto con il territorio.

La Bottega di Lamin e Teresa: come e quando è nata

La bottega di Lamin e Teresa nasce da un progetto di laboratorio sartoriale avviato nel 2016 all’interno del progetto Sprar (oggi Siproimi) di Cassano Allo Ionio. «L’idea nasce da uno dei nostri ospiti, Lamin, un gambiano che era sarto nel suo paese di origine e che aveva espresso questo desiderio», ci racconta Nicoletta Bellizzi, coordinatrice del progetto.

Inizia così un laboratorio all’interno del centro grazie all’aiuto di Teresa, una sarta professionista di Cassano Allo Ionio, e nel 2018 diventa qualcosa di più: una vera e propria bottega, sostenuta dalla Tavola Valdese e in collaborazione con la Diocesi di Cassano Allo Ionio che ha messo a disposizione alcuni suoi locali. Nel 2019 la bottega viene inaugurata e adesso si avvia a diventare un’impresa sociale.

«L’obiettivo era da un lato quello di sensibilizzare la popolazione e dall’altro di creare occasioni di inclusione sociale: la bottega è infatti un luogo aperto, al quale si sono avvicinati studenti, ragazzi diversamente abili e in generale i cittadini del paese», continua Nicoletta. La bottega, in qualche modo, è riuscita anche a far rivivere un luogo prima poco frequentato: il seminario diocesano, dove un tempo le donne si riunivano per ricamare. Adesso, «è diventato un vero e proprio punto di aggregazione del paese, dove i visitatori viene anche per conoscere le storie dei ragazzi che la frequentano».

Lamin e gli altri vengono da Gambia, Guinea-Konakry e Costa D’Avorio: ognuno ha messo a disposizione le proprie competenze (da quelle sartoriali a quelle legate all’imprenditoria). C’è tutto un lato di questo progetto, infatti, che riguarda la promozione e la sostenibilità di una bottega che punta all’autonomia economica di queste persone favorendo un processo di integrazione nel tessuto sociale.

«La bottega ha permesso di abbattere i pregiudizi, anche grazie all’impegno di chi, come Teresa e altre associazioni che hanno fatto rete, si sono organizzati per sensibilizzare il territorio».

Non solo una bottega

I sarti della bottega in questi due anni si sono sperimentati: da linee per la casa (come tovaglie e simili) a linee di abbigliamento a mascherine e borsellini personalizzati. Anche in queste produzioni si nota un tocco di originalità: i tessuti wax tipici di alcune parti dell’Africa si mescolano al cotone italiano, rappresentando quella mescolanza che fa parte delle stesse identità dei sarti.

«L’impegno della Bottega è anche quello di proporre un linguaggio sartoriale diverso: far sfilare gli abiti cuciti a mano con tessuti che rappresentano lo stile e il gusto dei sarti che vi lavorano, parla alle persone in modo più diretto e racconta la bellezza e la ricchezza della diversità», aggiunge Nicoletta.

E in effetti, la bottega non ha come unico scopo quello di dare una prospettiva di autonomia lavorativa ed economica ad alcuni rifugiati. Il lavoro su sensibilizzazione, inclusione e rapporto col territorio è un tassello fondamentale attorno a quale ruota tutta una serie di iniziative e idee.

«Abbiamo partecipato alla XVI settimana di azione contro il razzismo, indetta dall’UNAR, lanciando la campagna social #IoNonDiscrimino che ha visto il coinvolgimento di tutta la popolazione, alunni, ragazzi diversamente abili e cittadini italiani e stranieri, nella produzione di mascherine con il logo unar. Chi le ha prodotte e indossate è diventato testimonial della campagna di lotta e contrasto a tutte le forme di discriminazione!», spiega a mo’ di esempio Nicoletta.

E ora è in preparazione un evento per il 18 agosto, per celebrare la Giornata mondiale del rifugiato e la XVI Settimana di azione contro il razzismo, già in calendario da molto tempo ma rinviate a causa dell’emergenza sanitaria: verrà organizzato un dibattito con a seguire una sfilata degli abiti della bottega di Lamin e Teresa. Il tutto in collaborazione con la cittadinanza, che è una parte attiva dell’evento.

«Si è costituita come una grande famiglia e infatti anche adesso, dopo questo periodo di chiusura, molta gente ha dimostrato vicinanza e bisogno di ritornare alla socialità». Il periodo di lockdown, infatti, ha comportato anche la chiusura della bottega e la sua riapertura solo su prenotazione. Ma, ci dice Nicoletta, le persone continuano a frequentarla, anche se poche alla volta: c’è un desiderio forte di stare assieme, conoscersi e continuare a costruire qualcosa attraverso uno scambio.

Anche se si tratta di un progetto ancora in itinere, la Bottega di Lamin «è stata un successo», almeno per ciò che riguarda il rapporto con i cassanesi e la convivenza: dalla diffidenza iniziale si è passati alla voglia di stare insieme e condividere. E adesso c’è chi alla bottega ci va anche solo per prendere un caffè e scambiare due chiacchiere. Il primo obiettivo è stato raggiunto.