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La Grande Moschea: “Il Ramadan in quarantena è una grande prova per i fedeli”

Convivenza e inclusione

Il Ramadan del 2020 sarà sicuramente qualcosa che resterà impresso nel mondo islamico: un Ramadan in quarantena, che le varie comunità musulmane in Italia e nel mondo stanno affrontando a partire da oggi.

A parlarcene è il Centro Islamico Culturale d’Italia – Grande Moschea di Roma, fondato nel 1966 e riconosciuto ufficialmente dallo Stato nel 1974. Ancora oggi è l’unico ente musulmano riconosciuto dalla Repubblica Italiana e si rivolge ad un ampio pubblico di fedeli.

La moschea è, infatti, una delle più grandi d’Europa e arriva a raccogliere anche 50.000 fedeli durante le festività più importanti, come ad esempio la fine del Ramadan.

L’atto cultuale rimane intatto, manca la dimensione comunitaria

“La quarantena non interviene in modo diretto sul Ramadan in sé”, ci spiega Gabriele Tecchiato, bibliotecario e socio del Centro Islamico Culturale d’Italia.

I fedeli, infatti, possono comunque ottemperare al culto islamico durante questo mese, magari assieme ai familiari conviventi. Come ci spiega Gabriele Tecchiato, nella religione islamica “le azioni valgono secondo le intenzioni” e questo non cambia, neanche durante il lockdown.

Eppure, viene a mancare un importante lato di questo pratica: quello comunitario, dalla preghiera al pasto collettivo alla fine della giornata di digiuno. Che pure il mondo musulmano ha accolto con grande maturità, ci spiegano dalla Grande Moschea: “Un’ulteriore prova da affrontare non con rassegnazione, ma con consapevolezza.”

Del resto già 1000 anni fa, ai tempi della peste nera, il mondo islamico si era ritrovato ad affrontare la stessa situazione. E i consigli dati dal filosofo e medico Avicenna furono gli stessi di oggi: quarantena e distanziamento sociale come unico rimedio all’espandersi del contagio, come spiegato sulla pagina Facebook del centro.

All’epoca la chiamarono alarbaenyya (quarantina): “Uscite dalle moschee e disperdetevi: ciascuno preghi a casa sua, se non vuole ammalarsi”, recitano in un film dedicato al filosofo. Nel XIV secolo fu proprio il “metodo quarantina” ad essere portato in Italia dai mercanti veneziani, che in italianno venne poi chiamato “quarantena“.

La Grande Moschea si organizza durante la quarantena

In questo mese e mezzo di lockdown, la Grande Moschea ha collaborato attivamente con lo Stato per il rispetto delle regole, ma si è anche organizzata per assistere i fedeli.

“I nostri uffici, seppur chiusi al pubblico, sono rimasti attivi e disponibili, soprattutto per quanto riguarda le pratiche delle sepolture”. Infatti, ci spiega Gabriele Tecchiato, in questo mese si è avuto un crescendo di richieste di sepolture, che solo in parte è dovuto al coronavirus: “C’è da considerare che a causa del blocco dei voli, molti non hanno potuto rimpatriare la salma per la sepoltura”. E infatti la sezione islamica del cimitero di Prima Porta è al limite.

Allo stesso tempo, la Grande Moschea ha invitato i suoi fedeli a partecipare alle campagne di raccolta fondi della Protezione Civile e a donare il sangue, qualora fosse possibile.

“Noi svolgiamo un’attività di coordinamento diretto insieme con le varie istituzioni islamiche sul territorio, come ad esempio la Confederazione Islamica Italiana e la Comunità religiosa islamica.”

Ma sono state le stesse comunità ad organizzarsi per aiutarsi reciprocamente e non soltanto fra quelle islamiche, ma proprio nei confronti di chi, in questo momento, ha maggiore bisogno.

Si tratta dell’ennesima testimonianza di come la solidarietà dal basso esista e di come sia trasversale. Quelle che alcuni credono delle barriere invalicabili fra religioni e culture differenti sono in realtà dei ponti. Retti da pilastri di fiducia e solidarietà.