Baobab

L’accoglienza di Baobab, senza ma

Convivenza e inclusione

Quando vado per la prima volta a Piazzale Spadolini, dove ho appuntamento con alcuni volontari di Baobab Experience, arrivo in anticipo. Decido così di andare alla ricerca di un bagno e chiedo ad un vigilante come fare per arrivare direttamente alla stazione Tiburtina.

«Guardi, deve fare tutto il giro. Una volta si poteva passare da lì, ma adesso hanno chiuso le porte per ‘sto schifo». Indica i ragazzi di piazzale Spadolini che in quel momento stanno giocando a pallone. Ci metto un po’ più di un attimo a capire che l’ha detto davvero. Così io ribatto: «Grazie dell’informazione. E comunque questo per me non è uno schifo».

Inizia una discussione sulle condizioni di vita di queste persone, sulla comunità, sulle istituzioni e sul lavoro di Baobab. Io sono in attesa, so che sta per dirlo. Ed eccolo che arriva: «Io non sono razzista, ma…».

Se siamo entrambi d’accordo sul menefreghismo delle istituzioni, perché nei suoi discorsi la colpa è dei ragazzi, mi chiedo? «Io sono sicuro che fra loro ci sono ingegneri e laureati, ma questo non è il modo di stare, urinano e defecano per terra». E dove altro potrebbero farlo se vivono per strada e se andare in un bagno ora è ancora più difficile a causa dell’emergenza coronavirus? «Io sono a favore dell’accoglienza, ma…» e così a seguire.

Piazzale Spadolini, Baobab e le istituzioni

Insomma, me ne vado senza bagno e con in testa tanti “ma”. Che non sono quelli del vigilante. Ma allora a cosa serve parlare e spiegare di chi sono le responsabilità? Ma come si può passare dalla constatazione di quelle condizioni di vita estreme alla colpevolizzazione di chi le subisce? Ma sarà sempre così?

È vero infatti che la situazione a piazzale Spadolini non è per niente facile. «Siamo arrivati all’emergenza covid che avevamo circa 50-60 ragazzi, ora sono quasi il doppio», spiega Ludovica Di Paolo Antonio, volontaria di Baobab che fa parte del gruppo legale.

«Il periodo del covid ha fatto sì che vi fosse una chiusura di molte attività, sia di volontariato che istituzionali, per cui c’è stato un fenomeno di aggregazione qui nel piazzale da parte di persone che già vivevano per strada a Roma: evidentemente ora non riuscivano più a sopravvivere». A loro si aggiungono tutti i migranti di passaggio, o magari temporaneamente a Roma per questioni di documenti, rimasti bloccati a causa dell’emergenza.

Foto presa dalla pagina Facebook di Baobab Experience

Per tutto il periodo dell’isolamento, i volontari di Baobab hanno continuato ad assistere giornalmente queste persone, adottando un protocollo di sicurezza. Anche se con molte difficoltà: «Mascherine e igienizzanti non sono stati prontamente forniti dal Comune, per cui ci siamo attrezzati noi», continua Ludovica, aggiungendo che soltanto un mese dopo l’inizio dell’emergenza la polizia municipale è venuta a piazzale Spadolini per distribuire mascherine.

Le istituzioni sono le grandi assenti di questa storia. I volontari di Baobab hanno fatto continuamente esposti – al Comune, alla Prefettura e alla Protezione civile e al Ministro della Salute – per chiedere che queste persone venissero messe in sicurezza. Ma dall’alto soltanto promesse poi disattese – come quella di 500 nuovi posti e di ospitare quaranta migranti in un’ex palestra del II Municipio– o il nulla.

«Le accoglienze sono state bloccate: abbiamo chiamato la sala operativa sociale più volte, soprattutto per trovare una soluzione in accoglienza alle persone che stavano in condizioni particolarmente critiche. Ma col blocco delle attività, sia dell’ufficio immigrazione che dell’accoglienza, è stato impossibile». Dall’inizio dell’emergenza sono riusciti a far entrare nel circuito dell’accoglienza istituzionale solo 30 ragazzi.

BAOHAUS e l’accoglienza dal basso

In questa situazione di emergenza, i volontari di Baobab hanno così pensato di ampliare un progetto di accoglienza e inclusione a cui già stavano lavorando prima del covid.

Si tratta del progetto BAOHAUS, finanziato dalla Fondazione Haiku Lugano, grazie al quale quattro ragazzi adesso avranno la possibilità di vivere per 6 mesi in un appartamento a Roma.

Progetto BAOHAUS – foto presa dalla pagina Facebook di Baobab Experience

L’obiettivo è quello di dare loro la possibilità di rendersi autonomi: «Finché vivi per strada, continuerai ad essere concentrato su come sopravvivere», spiega Ludovica. «Il progetto è nato proprio per toglierli da questa situazione e dare loro la possibilità di concentrarsi su altro». L’idea è che un periodo di circa 6 mesi il percorso possa condurre all’autonomia. Alla fine dei sei mesi le persone potranno essere sostituite da altre che verranno accolte e potranno intraprendere a loro volta lo stesso percorso.

«Con l’emergenza abbiamo cercato di ampliare poi questi spazi di accoglienza: abbiamo contattato hotel e altre strutture per cercare di trovare una sistemazione a chi ne aveva più bisogno, come una famiglia con bambini che solo dopo venti giorni è stata accolta in un centro di accoglienza istituzionale e che, nel frattempo, sarebbe rimasta per strada». Grazie a questo progetto i volontari di Baobab hanno individuato una soluzione abitativa temporanea per circa 20 persone.

Una concreta dimostrazione, dunque, del fatto che un pugno di volontari riesce a fare molto di più di un intero apparato amministrativo. Grazie a Baobab, infatti, i ragazzi di piazzale Spadolini hanno potuto avere un supporto umano, oltre che alimentare, medico, legale-informativo su quello che stava succedendo in Italia.

E ora, per qualcuno, c’è anche una casa. Che è solo “un primo passo…affinché nessuno resti indietro, mai”.