medicina delle migrazioni

Medicina e migrazioni, perché il diritto alla salute non è uguale per tutti

Convivenza e inclusione

La medicina delle migrazioni non è una branca a parte della medicina, ma semplicemente una medicina più attenta alle condizioni culturali, sociali ed economiche di chi proviene da un paese straniero e vive in determinate condizioni socio-economiche.

In Italia esiste un dibattito attorno a questo argomento da ormai circa trent’anni. Già nel 1990 nasceva la SIMM (Società Italiana Medicina e Migrazioni) e nel 1995, a seguito di diversi appelli e lotte, veniva emanato il Decreto Legge 489/95, che sancisce il diritto all’assistenza sanitaria anche per gli immigrati irregolari presenti sul territorio italiano (e non soltanto per i casi di urgenza).

Queste norme diventeranno effettive con il decreto legislativo 286/98 “Testo unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell’immigrazione e norme sulla condizione dello straniero”: lo straniero non iscritto al SSN (Servizio Sanitario Nazionale) può accedere ad alcuni presidi pubblici accreditati in modo gratuito e preventivo.

Tutto questo ha senza dubbio rappresentato un passo in avanti fondamentale per la medicina della migrazione.

Da questo momento in poi, il diritto alla salute viene garantito a tutti, indistintamente dal paese di provenienza e dalla regolarità dei documenti. Eppure, la condizione sociale del migrante forzato continua in un modo o nell’altro a incidere sul suo diritto alla salute.

Infatti, come evidenziato da Salvatore Geraci, medico della SIMM e volontario Caritas, in un articolo per la rivista “Studi Emigrazione”:

«Vi è una serie di “fattori di rischio” e malattie che incombono nel paese ospite, soprattutto se i processi di integrazione sono lenti e vischiosi: il malessere psicologico legato alla condizione di immigrato, la mancanza di lavoro e di reddito, la sottoccupazione in professioni lavorative rischiose e non tutelate, il degrado abitativo in un contesto diverso dal paese d’origine, l’assenza del supporto familiare, il clima e le abitudini alimentari diverse spesso inserite in una condizione di status nutrizionale compromesso, la discriminazione nell’accesso ai servizi sanitari nonostante le leggi».

La condizione sociale della persona ha dunque una ricaduta diretta sulla sua salute. E, dal momento che la condizione sociale di chi migra forzatamente è influenzata anche dalle politiche migratorie nazionali e internazionali, ne consegue che queste ultime provocano un effetto sulla vita di questi migranti e sulle loro possibilità di curarsi.

Un esempio è costituito dai Decreti Salvini. Questi avevano introdotto dei cambiamenti che hanno inciso notevolmente sulla salute dei migranti: aumento del periodo di permanenza nei CPR da 90 a 180 giorni con tutto ciò che ne consegue per le condizioni fisiche e psicologiche della detenzione; impossibilità dei richiedenti asilo di iscriversi all’anagrafe e dunque avere una residenza e anche un medico di base; abolizione della protezione umanitaria e conseguente caduta in uno stato di irregolarità burocratico-legale di migliaia di migranti impossibilitati a rinnovare il loro titolo di soggiorno e dunque ad avere una residenza e un medico; tagli al sistema di accoglienza Sprar e dunque alla capacità di creare percorsi di inclusione e autonomia reali.

Le conferme arrivano anche da chi ha lavorato sul campo: Erica Binetti, giovane medica, ha svolto il suo tirocinio curriculare presso l’ambulatorio per Popolazioni Migranti del Policlinico Umberto I di Roma e ha scritto la tesi dal titolo “Le implicazioni delle politiche migratorie sulla salute dei migranti e della popolazione italiana.”

Nella sua tesi si è concentrata, in particolare, sullo studio della tubercolosi e sull’analisi di dati di popolazione migrante prima e dopo il primo Decreto Sicurezza.

«Si assiste», scrive, «ad una riduzione dei casi di tubercolosi e HBV nella fase successiva all’entrata in vigore del Decreto Sicurezza», ma la spiegazione non va ricercata in una diminuzione reale dei casi di tubercolosi, ma piuttosto in una mancata diagnosi.

«La maggior parte dei pazienti sono infatti minorenni albanesi o nord africani che, appunto per la loro età, hanno ancora diritto ad entrare nel sistema dell’accoglienza. […] Al contrario i maggiorenni, provenienti principalmente da regioni ad alta endemia, sono coloro che spesso non hanno più diritto ad una seconda accoglienza nei SIPROIMI e quindi non effettuano lo screening che permetterebbe di avere un quadro veritiero della situazione».

Questo è soltanto un esempio specifico che però ci restituisce un quadro dei possibili effetti delle politiche migratorie sulla salute.

A discapito della Costituzione, dunque, la salute continua ad essere un diritto che di fatti non viene garantito a tutti.

Se sei povero, avrai meno opportunità di curarti. Se sei anche straniero, le tue possibilità si ridurranno in modo drastico. Ma se sei povero, straniero e irregolare, probabilmente ricadrai più facilmente nell’invisibilità.