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Moltivolti: uno spazio per l’incontro fra cibi e culture a Ballarò

Convivenza e inclusione

“La mia terra è dove poggio i miei piedi” recita una scritta all’ingresso di Moltivolti, un ristorante e spazio coworking nel quartiere Ballarò di Palermo, dove il cibo fa da connessione fra culture e le associazioni attive sul territorio fanno rete.

La scelta della frase non è casuale, ma riflette la visione di chi porta avanti il progetto: tutti abbiamo diritto a muoverci fra continenti in quanto esseri umani, tutti dobbiamo avere la possibilità di autodeterminarci. In questo senso, Moltivolti è anche pratica di queste idee.

La storia e le attività di Moltivolti

Moltivolti è dunque un luogo ibrido, nato nel 2012 e gestito dal 2014 dall’impresa sociale omonima, formata da 14 persone provenienti da paesi diversi. La mescolanza fra culture è il cuore del progetto e si riflette anche nella varietà di proposte della cucina e dello spazio stesso.

«Prima di Moltivolti eravamo una serie di associazioni che lavoravano in un coworking ma separate fra loro», ci spiega Giovanni Zinna, uno dei fondatori dell’impresa. «Abbiamo voluto mettere insieme le nostre risorse e associarvi un’area che potesse creare del reddito: il ristorante, essendo un collante fra culture, ci è sembrata una buona idea».

Nei locali di Moltivolti convivono i dipendenti del ristorante, piatti siculi e da tutto il mondo. Allo stesso tempo altre 12 associazioni, fra cui Libera, Arci Porcorosso e Osservatorio Discriminazioni Razziali, hanno uno spazio economicamente sostenibile per le loro attività. «Si tratta sempre di organizzazioni molto impegnate sul territorio e che sono uno strumento per attivare energie: anche questa è stata una scelta ben precisa», aggiunge Giovanni.

Moltivolti – Foto presa dalla pagina Facebook “Moltivolti”

C’è poi una parte dedicata al turismo responsabile: «Con Moltivolti proponiamo percorsi di turismo responsabile in Africa: qui il migrante diventa viaggiatore e depositario di risorse, è colui che porta gli altri a scoprire la sua terra».

Accanto a tutto questo, una serie di attività collaterali: iniziative, attivismo e creazione di reti che mettano insieme quelle energie positive per il cambiamento. Non è un caso, infatti, che Moltivolta sostenga Mediterranea e le sue battaglie.

Per una tutela reale dei diritti

Tutte queste attività fanno parte di un unicum, un progetto complessivo che si spende per un cambiamento culturale sostanziale: ribaltare quella visione buonista del migrante unicamente come persona portatrice di bisogni e sostenere l’idea che tutti dovremmo essere liberi di autodeterminarci, anche negli spostamenti.

«Noi crediamo che il diritto delle persone a spostarsi debba essere riconosciuto in quanto esseri umani e i confini non debbano essere barriere che proteggono i privilegi di alcuni», spiega Giovanni. «In questo senso, sembra che il discorso classico riguardi sempre i bisogni della persona, che per poter stare qui deve in qualche modo “meritarselo”».

E dunque qual è la strada da intraprendere? «Ci vogliono più diritti reali, senza quelli non ha senso parlare di tutto il resto; noi nel nostro piccolo cerchiamo di fare in modo che questo avvenga e di dare una possibilità». Nel ristorante di Moltivolti, infatti, vi sono cuochi da diversi paesi oltre l’Italia, fra cui Afghanistan, Senegal, Zambia, Bangladesh.

In questo gruppo eterogeneo le problematicità sono legate alle classiche dinamiche dei team di lavoro, ma non strettamente alla differenza culturale: «Spesso la cultura viene usata come alibi per non cambiare, come atto di irresponsabilità; ma quello che posso dire è che qui i problemi sono legati alle dinamiche tipiche di un gruppo di lavoro e non alle differenze culturali».

Che è un po’ quello che succede all’interno dello stesso quartiere Ballarò: un luogo fatto di complessità, con diverse comunità straniere, ma anche abitanti di vecchia data e nuovi arrivati che contribuiscono ad una geografia variegata. Qui, ci racconta Giovanni, c’è stata un’integrazione forzata, dovuta al fatto che «molte aree degradate, che nelle altre città solitamente sono periferiche e sono i luoghi dove si trasferiscono i migranti, si trovano invece in pieno centro e a contatto con la città».

In questo contesto fatto di molteplici complessità, Moltivolti è diventato un punto di riferimento. Una piccola comunità, che anche durante il periodo di lockdown ha ricevuto sostegno e supportato le fasce più deboli.

«In questo periodo emergenziale ci siamo impegnati molto con la distribuzione della spesa e il supporto per le procedure burocratiche dei bonus, ma la nostra direzione è sempre quella del cambiamento culturale», aggiunge infine Giovanni.

Senza tutto questo, infatti, il migrante sarà sempre colui che scappa da guerre e torture, ma non sarà mai riconosciuto come persona autonoma che, così come gli occidentali, ha diritto a spostarsi e a decidere su quale terra posare i piedi e vivere. E anche i suoi spostamenti saranno sempre legati al pericolo e al rischio di morire.

Invece, ogni persona ha un valore nella sua differenza. E se c’è chi ancora cerca di soffiare i venti dell’odio per dividere, esistono luoghi come Moltivolti e altri che prendono queste differenze e le mettono assieme. Creando comunità in cui la convivenza non è soltanto uno slogan.