nocap

NoCap: una rete internazionale contro il caporalato

Convivenza e inclusione

Dalle proteste dei braccianti di Nardò nel 2011 alla creazione di una rete internazionale contro il caporalato: è questo il passaggio «dalla protesta alla proposta» che ha segnato la nascita di NoCap.

NoCap è una rete internazionale di attivisti contro il caporalato nata ufficialmente nel 2017, ma maturata dopo anni di esperienza e di lotta nelle campagne pugliesi da parte di Yvan Sagnet, prima bracciante e sindacalista CGIL, oggi presidente a tempo pieno dell’associazione. Lo scopo è contrastare attivamente il caporalato nelle diverse campagne d’Italia e creare un’alternativa valida e concreta.

Il lavoro della rete NoCap

«Quello che facciamo noi è partire dall’alto: visto che la filiera agricola funziona in maniera verticale, dove il caporalato è funzionale ad un sistema iniquo come quello della Grande distribuzione organizzata, abbiamo deciso di lavorare con operatori della distribuzione consapevoli e sensibili sull’argomento», spiega Yvan Sagnet quando parla dell’attività di NoCap.

Così alcuni prodotti ricevono il bollino etico NoCap e sono una garanzia per il consumatore che li compra. Ma come funziona?

Gli attivisti di NoCap si impegnano su più fronti: parlano con gli operatori della distribuzione che decidono di collaborare, accolgono un listino di prodotti e poi assieme ai produttori stabiliscono un prezzo equo del prodotto che andrà a finire sullo scaffale del supermercato con il bollino. Stabilire il prezzo assieme al produttore è un meccanismo virtuoso, l’unico che fa sì che non vi sia sfruttamento del lavoro e che la qualità del prodotto sia garantita.

Foto presa dalla pagina Facebook di NOCAP

Ma, oltre a questo, «chiediamo alle aziende di produttori un forte impegno nel sociale e questa è la parte bella del nostro progetto», aggiunge Yvan, «chiediamo loro di assumere alcuni lavoratori sfruttati nelle campagne. Nel contempo noi come rete ci occupiamo di sistemarli in alloggi e di garantire un trasporto sicuro per il lavoro» grazie a collaborazioni con enti locali e fondi dell’associazione. Tutto è iniziato grazie al Gruppo Megamark proprietario delle insegne dei supermercati A&O, Famila, Dok, il primo distributore a dimostrarsi sensibile alla causa e a impegnarsi con la rete.

Il sistema del caporalato, infatti, è composto da più facce e non basta rimuovere lo sfruttamento lavorativo per far sì che queste persone escano dalle loro condizioni di marginalità. Uscire dai ghetti e potersi muovere in sicurezza e autonomia sono altre due condizioni indispensabili per porre fine a quel sistema.

Il progetto è partito concretamente da 7 mesi in Puglia, Sicilia e Basilicata e già conta circa 15 aziende coinvolte, diversi distributori, 120 lavoratori immigrati che adesso possono condurre una vita piena ed equa. L’obiettivo è far sì che questi numeri aumentino di anno in anno fino a non lasciare margine di azione al caporalato e alla criminalità organizzata.

Un autobus per le donne braccianti

Proprio in questi giorni la rete NoCap sta portando avanti una raccolta fondi per acquistare un pullman per garantire un trasporto per le donne braccianti. Anche qui l’obiettivo a cui mirano gli attivisti è qualcosa di più del semplice trasporto: «Vogliamo garantire un trasporto sicuro a queste donne che vanno a lavorare nei campi e allo stesso tempo lavoriamo per coinvolgere delle aziende che le assumano in modo regolare e senza sfruttamento».

Anche se è una realtà meno conosciuta, infatti, sono migliaia le donne sfruttate nei campi, impiegate nella raccolta dell’uva, delle fragole e delle ciliege. Tre anni fa la morte di Paola Clemente, sfruttata per pochi euro l’ora nelle campagne pugliesi, faceva luce anche su questo fenomeno. «Le donne sono molto sfruttate dai caporali ma anche dalle imprese stesse, che possono guadagnarci grazie ad una differenza salariale di genere», continua il presidente di NoCap, «Per questo facciamo un lavoro sia di sensibilizzazione con le aziende ma anche con le stesse braccianti, che lavorano principalmente nelle zone fra Taranto, il nord barese e il Metapontino».

Un impegno su più fronti

Nel frattempo sta per partire anche un altro progetto legato all’app NoCap: un’applicazione sul cellulare permetterà di denunciare sfruttamento e abusi in modo diretto, mandando le informazioni direttamente a questura e prefettura e potendo in questo modo denunciare.

Il lavoro della rete infatti continua anche direttamente nelle campagne e nei luoghi dello sfruttamento. In questo senso è ancora fondamentale denunciare ma anche informare i braccianti degli strumenti a loro disposizione. Che poi è quello che gli attivisti stanno facendo proprio in questi giorni per quanto riguarda il decreto sulle regolarizzazioni.

«Noi crediamo che la regolarizzazione sia legata più ad una questione di giustizia che di utilità, questo non è stato un buon approccio, ma è comunque un piccolo passo avanti che apre una finestra a persone che non hanno scelta». Anche in questo caso, il lavoro di NoCap è lo stesso: usare questo decreto per dare una possibilità a qualcuno e lavorare di concerto con le aziende più sensibili che vogliono regolarizzare.

Insomma, l’approccio della rete NoCap«non è facile e richiede molto impegno e molto lavoro», commenta Sagnet. Ma nel giro di pochi mesi ha cominciato a dare i primi risultati, costruendo un’alternativa valida e reale per alcune persone, incidendo sulla loro quotidianità in senso positivo. E dando loro la possibilità di vivere una vita equa.