decreto sicurezza

Il nuovo decreto sicurezza e immigrazione fra luci e ombre

Notizie

In Parlamento è in atto la conversione in legge del decreto sicurezza e immigrazione, che modifica diverse disposizioni dei cosiddetti “decreti Salvini” (il n. 113/2018 e il n. 53/2019). Nonostante gli ostruzionismi della Lega, il 30 novembre la Camera ha posto la fiducia con 298 voti a favore e 224 contrari, e si attende il passaggio in Senato. La conversione in legge dovrà avvenire entro il 20 dicembre.

Le novità del decreto sicurezza e immigrazione sono diverse e ne avevamo parlato nell’intervista all’avvocato e attivista Gianluca Dicandia. Anzitutto sono state ampliate le ipotesi di divieto di espulsione. Oltre al rischio di tortura nel proprio paese d’origine, lo straniero non potrà essere rimpatriato qualora vi sia pericolo di sottoposizione a «trattamenti inumani o degradanti» o di «violazione del diritto al rispetto della propria vita privata e familiare».

Il provvedimento ha reintrodotto la protezione umanitaria (denominata “speciale”) ampliando i casi in cui può essere concessa e così riducendo il rischio che i migranti diventino irregolari.

Uno dei problemi fondamentali dei decreti Salvini, infatti, era che coloro che entravano in Italia, qualora non avessero potuto acquisire lo status di rifugiato o accedere alla protezione sussidiaria, non avevano accesso al sistema d’accoglienza legale. Di conseguenza molti migranti sono diventati irregolari, anche perché gli era preclusa la possibilità di ottenere un permesso di soggiorno per ragioni di lavoro.

Il decreto sicurezza e immigrazione amplia le ipotesi di convertibilità di permessi rilasciati per altri motivi in permessi per ragioni di lavoro. In particolare quelli per protezione speciale, per calamità, per residenza elettiva o acquisto della cittadinanza, per attività sportiva o per lavoro di tipo artistico, per motivi religiosi, per assistenza ai minori.

Il nuovo decreto ha anche eliminato il divieto di iscrizione all’anagrafe comunale per i richiedenti asilo, permettendo il rilascio della carta di identità e l’accesso ai servizi del proprio comune di residenza. Sul punto era intervenuta la Corte Costituzionale, che con una sentenza del luglio 2020 aveva dichiarato illegittimo il divieto posto dal decreto del 2018, per violazione del principio di uguaglianza (art. 3 della Carta).

Un’altra novità è la creazione di un sistema di accoglienza e integrazione più capillare e incentrato sul territorio. Si attendono maggiori dettagli sulle risorse e sulle modalità concrete di attuazione.

Col nuovo decreto si attenua la criminalizzazione delle ong che prestano soccorso ai migranti in mare. Il valore massimo delle multe è più contenuto e le navi non potranno più essere confiscate.

La normativa dei decreti Salvini aveva posto l’Italia in contrasto con le leggi internazionali. La Corte Costituzionale si era pronunciata con una sentenza del maggio 2019, evidenziando l’arbitrarietà dei criteri di irrogazione delle multe alle ong, che potevano arrivare anche a un milione di euro. Sulle distorsioni di questa normativa era intervenuto anche il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, che aveva richiamato all’obbligo di soccorso di «chiunque sia trovato in mare in condizioni di pericolo».

Secondo il nuovo decreto sicurezza e immigrazione il Ministero dell’Interno non può più vietare in via generalizzata l’ingresso delle navi in acque territoriali. Le uniche ipotesi – in linea con la normativa internazionale – sono i motivi di ordine e sicurezza pubblica e quando le imbarcazioni violino le leggi di immigrazione italiane. Ma il divieto non si applica se le operazioni di soccorso sono «immediatamente comunicate al centro di coordinamento competente per il soccorso marittimo». Nel caso di violazioni, la sanzione è quella prevista dal codice della navigazione (reclusione fino a 2 anni) e le multe sono da 10mila a 50mila euro.

Tuttavia, come ha sottolineato la ong Mediterranea, quella del nuovo decreto è una vittoria a metà per chi presta soccorso in mare, considerando che bisognerà stare attenti alle procedure per non essere sanzionati.

Rispetto al decreto legge originario pubblicato in Gazzetta Ufficiale, durante il passaggio in commissione sono stati introdotti due emendamenti. Il primo elimina il tetto massimo di quote del decreto flussi, sinora fissato a 30mila, per i migranti per ragioni di lavoro. Il secondo prevede l’estensione del divieto di espulsione agli stranieri che potrebbero essere perseguitati nel paese d’origine per ragioni di orientamento sessuale o di identità di genere.

Ci sono senz’altro alcuni miglioramenti rispetto all’impostazione precedente. Ma il decreto sicurezza e immigrazione è considerato “tiepido” e in linea con la politica securitaria sinora perseguita dall’Italia. Complice è anche l’Europa che, al momento, non sembra voler cambiare rotta.

Immutato è rimasto, ad esempio, il regime di detenzione alla frontiera per i migranti che vogliono presentare richiesta di asilo. I richiedenti infatti possono essere bloccati al confine per mesi, anche solo per essere identificati. Oltre a questo, essi non hanno la possibilità di avere supporto legale nella pratica di valutazione della domanda. In sostanza, permane il regime di trattenimenti ingiustificati o di sommarie espulsioni – come quelle che avvengono al confine tra Friuli e Slovenia.

Nell’attesa di atti di maggior coraggio delle istituzioni italiane ed europee, qualcosa si è mosso. Meglio di niente, ma si spera sia solo il primo, timido passo di un percorso di cambiamento nelle politiche migratorie.