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Tribunale di Roma, Italia complice delle violenze sulla rotta balcanica

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Un ragazzo del Pakistan ha fatto ricorso al tribunale di Roma per far dichiarare il suo diritto a essere ammesso sul territorio italiano e a registrare la domanda di protezione internazionale, dopo essere stato respinto illegalmente. La corte con un’ordinanza del 18 gennaio ha accolto il ricorso e ha affermato a chiare lettere la serie di violazioni di cui si è resa responsabile l’Italia, in particolare il ministero dell’Interno, controparte del procedimento che ha deciso di non costituirsi.

L’atto anzitutto ritiene illegittima la pratica del “respingimento informale” verso la Slovenia. Un altro fronte ricostruito tramite la viva voce del ragazzo ricorrente è la pratica delle catene di espulsioni sulla rotta balcanica: il migrante viene ricacciato dall’Italia, poi dalla Slovenia, dalla Croazia, infine è costretto a rimanere bloccato in Bosnia. Paese che sta affrontando una grave crisi umanitaria dopo l’incendio del campo profughi di Lipa dello scorso dicembre, complici l’incapacità del governo di fronteggiarla e l’inerzia dell’Europa.

Bisogna precisare che l’ordinanza del tribunale di Roma è l’atto finale di un procedimento cautelare, più veloce rispetto a quello ordinario. Ma le prove che il giovane ha portato alla corte – fra le altre, le foto con i segni delle violenze subite; il rapporto di un’ong in cui c’è una sua testimonianza; un’intervista a un quotidiano danese che lui stesso aveva rilasciato sulla sua tragica esperienza del respingimento – sono state considerate attendibili.

I fatti: il respingimento in Italia e le violenze della polizia nei diversi paesi

Il giovane 28enne era arrivato in Italia nel luglio 2020 alla frontiera di Trieste, insieme ad altri suoi connazionali. Aveva raggiunto l’Europa passando per la rotta balcanica, ed è fuggito dal suo paese di origine perché perseguitato per il suo orientamento sessuale. Una volta giunto in Italia, avrebbe voluto richiedere la protezione internazionale.

All’arrivo è stato accolto da alcuni volontari che operano alle frontiere, ma mentre veniva soccorso, dei poliziotti in borghese hanno preso lui e altri suoi connazionali e li hanno portati in un commissariato. Gli agenti gli hanno fatto firmare una serie di documenti in italiano (nonostante non comprendessero la lingua), gli hanno sequestrato i cellulari e li hanno ammanettati. In queste condizioni li hanno condotti al confine con la Slovenia sotto minaccia che se avessero provato a tornare indietro sarebbero stati presi a bastonate.

Ma in Slovenia comincia un incubo. A circa un chilometro dal confine alcuni agenti hanno iniziato a sparare, poi il giovane e i compagni sono stati arrestati e portati in un commissariato. Anche lì il gruppo avrebbe manifestato la volontà di richiedere la protezione internazionale, ma gli sarebbe stata negata. E anzi, gli agenti li hanno chiusi per una notte intera in una stanza senza il minimo essenziale (cibo, acqua, servizi igienici). L’indomani avrebbero accompagnato i migranti al confine croato, non prima di averli malmenati con calci e usando manganelli.

Analoga, triste trafila è accaduta quando il gruppo è stato preso in consegna dalla polizia croata. Anche in Croazia i migranti avevano provato a richiedere la protezione internazionale, ma gli è stata negata ancora una volta e, anzi, è ricominciata la catena di violenze: stavolta, manganelli avvolti da filo spinato e calci sulla schiena.

Sono stati respinti al confine con la Bosnia Herzegovina, e anche le autorità di questo paese hanno usato violenza. Stando a quanto contenuto nell’ordinanza, gli agenti avrebbero avviato un conto alla rovescia, dopo il quale avrebbero iniziato a malmenare il ricorrente e i suoi compagni, a spruzzargli addosso spray al peperoncino e a fomentare il cane addestrato per morderli. All’arrivo in Bosnia e dopo le violenze subite, il ragazzo era stato accompagnato al campo di Lipa, ma non c’era più posto, quindi è stato abbandonato in campagna. Da lì era giunto a Sarajevo, dove si era rifugiato in un rudere abbandonato e fatiscente.

L’illegittimità del respingimento e le responsabilità dell’Italia

Stando alla ricostruzione del tribunale di Roma lo Stato italiano, nel respingere il ragazzo pakistano e i suoi compagni al confine sloveno, ha compiuto un atto illegittimo. Le ragioni sono diverse.

L’Italia applica un accordo bilaterale di riammissione stipulato nel 1996 con la Slovenia. Esso prevede che i respingimenti siano possibili anche se il migrante ha intenzione di chiedere la protezione internazionale, e che la riammissione non abbia alla base alcun atto formale. Il problema è che questo accordo non è mai stato ratificato dal parlamento italiano e, quindi, non ha alcuna validità giuridica. Il respingimento poi, essendo “informale”, non viene accompagnato da alcun atto scritto. La redazione di un provvedimento amministrativo di espulsione non è un esercizio di stile, perché il migrante a cui viene vietato di entrare in Italia, a prescindere che sia irregolare o richiedente asilo, ha il diritto di conoscere le ragioni di questa decisione e, se non le ritiene giuste o legittime, di ricorrere al giudice dello Stato d’ingresso.

Inoltre per il tribunale di Roma l’Italia non avrebbe dovuto attuare i respingimenti informali «in mancanza di garanzia sull’effettivo trattamento che gli stranieri avrebbero ricevuto in Slovenia in ordine al rispetto dei loro diritti fondamentali». E, da questo punto di vista, secondo il giudice il ministero dell’Interno non può non sapere cosa succede in Slovenia in punto di mancato rispetto dei diritti umani e delle torture e violenze perpetrate nelle catene di respingimenti che dal confine italiano portano alla Bosnia. A riferirlo sono numerosi e autorevoli report di organizzazioni internazionali ed europee, inchieste delle ong e, per finire, una lettera del dicembre scorso della commissaria dei diritti umani del consiglio d’Europa Dunja Mijatović destinata al governo bosniaco, sulla situazione disumana che i migranti si trovano a vivere nel paese.

Un ulteriore punto di illegittimità del respingimento informale è che esso è stato rivolto a un migrante che avrebbe voluto fare richiesta di asilo. Anzitutto c’è il generale obbligo di non refoulement, che vieta allo Stato d’ingresso di espellere un rifugiato o un richiedente la protezione internazionale verso un paese nel quale la sua vita sia in pericolo e la sua libertà sia sottoposta a limitazioni ingiustificate. Lo stesso obbligo fa capire che il richiedente asilo gode di uno status con diritti specifici, che, nel caso del ragazzo pakistano sono stati violati. L’Italia quindi applica un accordo bilaterale con la Slovenia che non ha alcuna validità giuridica e che, per di più, ignora la distinzione tra espulsioni dei richiedenti asilo e non.

Quel che è più grave è che l’Italia ha impedito al giovane di accedere alla procedura di riconoscimento della protezione internazionale. La normativa europea infatti prevede che un migrante, anche se irregolare, debba essere accolto «dal momento della manifestazione di volontà di chiedere» asilo.

Se c’è questa volontà, peraltro, la persona ha diritto al rilascio di un permesso di soggiorno provvisorio, motivato dalla richiesta dello status, che gli consenta di partecipare fisicamente e con tutte le garanzie al procedimento per ottenerlo. In questo caso invece, non solo la volontà del giovane è stata totalmente ignorata, ma la sua domanda non è stata nemmeno registrata. Si tratta di una prassi comune fra i migranti della rotta balcanica che, nella catena dei respingimenti, vengono ricacciati in Bosnia e lì vi giungono non come richiedenti asilo, ma come stranieri irregolari.

Il tribunale di Roma ha quindi chiesto l’ingresso immediato del giovane pakistano sul territorio italiano, imponendo l’obbligo di registrare la sua domanda di protezione internazionale. Una storia a lieto fine, si potrebbe dire: ma il respingimento informale dell’Italia verso la Slovenia ha interessato almeno 1400 migranti nel 2020.

La decisione è importante perché ritiene uno Stato frontaliero corresponsabile dei trattamenti inumani e degradanti che i migranti subiscono nella rotta balcanica. Una complicità che si basa sull’indifferenza all’eco mediatica e ai richiami delle istituzioni europee e internazionali per quanto avviene al di fuori dei propri confini. Uno Stato sedicente democratico e rispettoso dei diritti umani dovrebbe rifiutarsi di espellere persone che, in un paese vicino, subirebbero violenze e soprusi. In un mondo rispettoso delle norme europee e internazionali dovrebbe accadere. In Italia, purtroppo e a quanto pare, ancora no.