one blood family

One Blood Family: la band multietnica fatta da italiani e migranti

Convivenza e inclusione

One blood Family è una band multietnica, di cui fanno parte persone provenienti dall’Italia e migranti da diversi paesi dell’Africa.

Oggi, la band sta per incidere il suo primo disco, dove esperienze e sonorità si mescolano dopo un lungo lavoro assieme.

Ma qual è la storia della One Blood Family?

È nata nel 2017, a Torino, all’interno della Cooperativa sociale Atypica, che gestisce un centro di accoglienza a Collegno. «L’idea era di portare lì la nostra esperienza come musicisti», ci spiega Gabriele Concas che, assieme a Matteo Marini (entrambi della Sweet Life Society) e Simone Pozzi e Manuel Volpe (di Spazio Rubedo), è fra i coordinatori del progetto. «Ci incontravamo lì ogni lunedì sera per fare musica, ma non si trattava di un semplice laboratorio: era un lavorare assieme con l’ambizione di creare una band per fare musica dal vivo».

Fin da subito, quindi, il progetto della One Blood Family ha qualcosa di diverso. Non è qualcosa di transitorio, ma una voglia di lavorare insieme destinata a durare.

«Abbiamo sempre cercato di trasmettere una certa attitudine e l’idea di responsabilità di quello che stavamo facendo: la differenza sostanziale rispetto ad altri progetti era proprio questa, l’ambizione di mettere la nostra esperienza per creare qualcosa di vero». Poi, ci tiene ad aggiungere Gabriele, l’idea rimane quella di «lavorare e creare insieme, noi non siamo i loro tutor».

Da quel 2017, la One Blood Family di passi ne ha fatti parecchi. Non tutti i ragazzi ospiti del centro di accoglienza sono rimasti – «c’è chi non vive più in Italia, chi ha scelto altri progetti» – ma nel frattempo altri se ne sono aggiunti, fra cui Godness, la prima donna (senegalese) del gruppo.

E poi, diverse soddisfazioni: il live durante il “Jazz is dead” a Torino nel 2018, diverse collaborazioni fra cui due residenze artistiche e anche l’invito al programma Propaganda Live.

La musica della One Blood Family si sviluppa attorno ad un confronto continuo.

«Il nostro è un genere molto ricco, anche perché fra noi stessi coordinatori del progetto c’è molta varietà (dal jazz all’elettronica all’afrobeat)», continua a spiegare Gabriele Concas. «Qui c’è un confronto continuo, a volte anche un compromesso fra ciò che piace a tutti quanti: questo è fare musica insieme».

Come in altri casi, anche questa volta la musica si è dimostrata qualcosa che unisce e che dà alle persone migranti la possibilità di esprimere qualcosa di sé. All’interno della band i ragazzi ospiti del centro di accoglienza si occupano per lo più di voce e percussioni e mettono molto di loro stessi all’interno dei testi. Ad esempio, la canzone “Life Can Change” è allo stesso tempo un «manifesto di speranza e un pezzo d’amore, un grido scritto durante il periodo in cui Salvini era Ministro dell’Interno, per dire che le cose fondamentali della vita di ogni essere umano sono universali».

Adesso, la band sta lavorando alla produzione di un disco. Il periodo di lockdown ha comportato in qualche modo uno stop ai lavori e a quella musica dal vivo per cui sono nati.

Ma anche questo fa parte del confronto e del cambiamento. E così, nel frattempo, la loro musica continua a vibrare in attesa di poter tornare a fare concerti dal vivo.