La comunità afghana in Italia: “Siamo tutti uguali, il nemico è lo stesso”

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“Al momento siamo tutti fermi, mentre noi attivisti ci diamo da fare per diffondere le informazioni riguardanti questa emergenza del coronavirus”, spiega Mohammad Idrees Jamali, vice presidente dell’Afghan community in Italia, quando gli chiediamo della situazione della comunità afghana in Italia.

Le persone provenienti dall’Afghanistan che vivono in Italia sono infatti circa 11.000 e parlano principalmente due lingue, pashtu e dari, che sono anche le lingue ufficiali del paese.

Con il diffondersi del coronavirus la comunità afghana si è quindi ritrovata completamente bloccata, come tutto il resto della popolazione. E quello che gli attivisti riescono a fare è fondamentalmente informare adeguatamente le persone e mantenere i collegamenti con l’Afghanistan.

La comunità afghana ai tempi del coronavirus

“Quello che facciamo noi attivisti è raccogliere le informazioni, le notizie e poi diffonderle nelle due lingue della comunità afghana, il pashtu e il dari. Lo facciamo di continuo, postando soprattutto informazioni utili sulla nostra pagina Facebook”, spiega Mohammad. “Noi non abbiamo grandi risorse economiche, quindi quello che possiamo fare è principalmente questo”.

Un compito fondamentale, se si pensa che ad attivarsi per le comunità straniere sono state principalmente le reti di solidarietà dal basso, supportando ad esempio nella traduzione delle nuove regole e soprattutto delle modalità per accedere ai sussidi statali.

Sussidi che, però, non riguardano tutti: quello strato di precariato e lavoro nero, infatti, non è contemplato dal decreto Cura Italia e così anche molti membri della comunità afghana, lavoratori non regolarizzati, hanno perso il lavoro, ci spiega Mohammad Idrees Jamali.

“La comunità si attiva principalmente a livello territoriale, cercando di intervenire laddove c’è un problema. Ad esempio il 28 marzo un ragazzo afghano è morto a Torino a causa del coronavirus: ci siamo attivati per recuperare la salma, che per giorni è rimasta bloccata in ospedale, e portarla in un cimitero lì in città.”

L’emergenza coronavirus in Afghanistan

Dall’altra parte, il collegamento con l’Afghanistan è continuo. Soprattutto perché la situazione del paese, già incandescente, rischia di diventare una catastrofe umanitaria.

E se i membri della comunità afghana informano sulla situazione che stanno vivendo in Italia, allo stesso modo seguono ciò che accade nel loro paese natale: “In Afghanistan la gente muore di fame; gli attacchi dei talebani non si sono fermati; moltissimi ospedali sono distrutti. È una tragedia da cui il popolo afghano non può uscire”, spiega il vice presidente dell’associazione.

In Afghanistan, infatti, i numeri dei contagiati da coronavirus sono ufficialmente 521, con 15 decessi. L’epidemia potrebbe però diventare esplosiva, in un paese martoriato per anni dalla guerra e fortemente dipendente dall’aiuto di organizzazioni non governative, dove non esiste un sistema sanitario adeguato. “Diverse ONG e l’UNHCR si sono attivate per campagne di sostegno, ma il governo per ora non ha previsto un supporto economico. In più, i prezzi ora sono altissimi e per comprare un kilo di farina bisogna spendere il doppio rispetto a prima.”

Le ripercussioni del coronavirus nel paese sono forti non soltanto per la società civile, ma anche per lo stesso processo di pace che è stato interrotto proprio a causa dei blocchi degli spostamenti dovuti all’emergenza.

In Afghanistan dunque la guerra diventa doppia: “È sempre una guerra, ma senza nemico: ora si morirà da entrambe le parti.