Balkan Route, la caccia all’estraneo nei boschi al confine tra Bosnia e Croazia

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Il racconto della Balkan Route dei migranti nel BookBlock “Bosnia, l’ultima frontiera” a cura di Gabriele Proglio per Eris Edizioni

Lo chiamano il “game”. Ed effettivamente sembra un gioco. Una sorta di guardie e ladri molto macabro però, una costante e sanguinolenta battaglia dell’orrore come quella tra l’esercito dei Bruti e gli “estranei”, zombie che si moltiplicano e uccidono, raccontata nella celebre serie Sky del Trono di Spade.

Anche nella realtà, lo scenario a tratti è apocalittico, e la storia è crudele. Nei boschi al confine tra Bosnia e Croazia centinaia di migliaia di migranti provenienti da Siria, Afghanistan, Pakistan, dal nord Africa, tentano disperatamente di raggiungere l’Europa puntando a Trieste e vengono puntualmente e con inaudita violenza respinti dalla polizia croata a difendere le barriere di un’Europa che non le considera persone, ma estranei, appunto.

Dati e storie dall’inferno balcanico

Ci sono dei numeri precisi che testimoniano quanto sta avvenendo sulla balkan route. Oltre 850 mila rifugiati, in fuga da guerre, persecuzioni religiose, fame e carestie dal 2015 in poi hanno percorso, a piedi, quei sentieri impervi, tra montagne, fiumi, laghi e ferrovie, per cercare la salvezza nel vecchio continente. La stessa via da dove passa la maggior parte dell’eroina che dal Medio Oriente arriva in Ue. Quella sì, senza particolari chiusure.  

Così come per i lager libici, riconosciuti e legittimati dagli accordi dell’ex ministro Minniti con Serraj nel febbraio 2017, anche il patto intervenuto a marzo 2016 tra la Turchia di Erdogan e l’Europa per blindare quel cammino, già letale di per sé, ha trasformato del tutto quel confine in un labirinto della disperazione e della morte. Tra i sopravvissuti “oltre 140 mila persone sono rimaste intrappolate in Grecia, e oltre 7 mila si ritrovano bloccate lungo i centri di transito e campi per richiedenti asilo allestiti tra Macedonia e Serbia”.

Numeri, testimonianze, voci e volti raccolti nel libro “Bosnia, l’ultima frontiera”, bookblock pubblicato da Eris Edizioni e curato da Gabriele Proglio, ricercatore di Storia Contemporanea all’Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo, in Piemonte.

“Mobility of memory, memory of mobility”

Lavoro a più mani che nasce all’interno del progetto “Mobility of memory, memory of mobility. The Western Mediterranean Crossings in the XX and XXI centuries” con il Centro di Studi Sociali e Politici dell’Università di Coimbra, diretto dallo stesso Proglio. Ricerca finanziata dalla Fundação para a Ciência e a Tecnologia, dal 2017 al 2023. L’obiettivo, si legge nella presentazione, è quello di “studiare i tanti confini del Mediterraneo, dal punto di vista della storia culturale e orale”, concentrando l’attenzione sulla mobilità e sul ruolo delle memorie.

Reportage breve ma molto intenso. In settanta pagine un condensato di testimonianze raccolte da chi negli ultimi anni si è recato più e più volte a osservare quella rotta insieme ai migranti in fuga.

Racconti delle condizioni disumane dei campi profughi bosniaci di Bihac –  60 mila abitanti ai piedi della montagna Croata, dove era stato costruito l’aeroporto segreto del Maresciallo Tito – e Velika Kladuša, gestiti dall’Oim, Organizzazione internazionale delle migrazioni, Agenzia Onu dal 2016.

Tendoni o ex fabbriche abbandonate, luoghi al limite tra inferno e purgatorio, dove “abitano”, anzi, sopravvivono ammassate migliaia di persone.

Nel cantone di Una Sana

Il bookblock porta dentro al Cantone di Una Sana, dove vi sono tuttora 6 strutture provvisorie per i migranti. Il campo profughi di Salakovac vicino a Mostar, la vecchia caserma di Ušivak vicino a Sarajevo, l’ex Hotel Sedra a Cazin, l’ex fabbrica Miral a Velika Kladuša, l’ex fabbrica Bira e l’ex studentato Boric ́i a Bihac ́. Una mappa dell’alienazione tracciata da Silvia Maraone, della ong Ipsia attiva in quei territori dal 2015, insieme alle Caritas nazionale e ambrosiana.

“In media si calcola che nel Cantone di Una Sana risiedano tra campi ufficiali, squat in edifici e fabbriche abbandonate, appartamenti privati oltre 6.000 persone”. Parliamo di zone parecchio fredde, dove spesso nevica. Ma quando il clima diventa meno rigido aumenta il flusso di disperati, che restano però fuori dai campi ufficiali, e “rischiano” di mescolarsi ai vacanzieri. Nel 2019, infatti, spiega Maraone: “Si sono venuti a creare numerosi campi informali e assembramenti nelle città di confine, al punto che d’estate, il Comune ha deciso di aprire un campo di tende a Vuc̆jak, in mezzo ai boschi, per spostare le persone fuori dal centro città affollato di turisti”.

Circa mille richiedenti asilo sono stati così confinati, per mesi, in mezzo ai rottami in quella che, fino a pochi anni prima, era una discarica. “Senza luce e senza bagni, con acqua potabile razionata e distribuita attraverso le cisterne, in mezzo ai campi minati, colpevoli solamente di essere migranti”.

Anzi no, del tutto “estranei”, ribadiamolo. Altro non luogo è una vecchia struttura industriale abbandonata. Come accennato poco sopra, nell’ex fabbrica di Bira si vive e si brancola sempre nel buio, dato che entra una luce fioca da finestroni troppo alti sotto un tetto di lamiera.

“Zombie che brancolano nel buio”

“È stato traumatico varcare la soglia di quei capannoni”, ammette la fotoreporter Emanuela Zampa, entrata lì dentro per tentare di ‘rubare’ qualche scatto tra controlli rigidissimi. Tante anime in pena si avvicinavano a lei per chiederle di fotografarle, e recapitare in qualche modo i loro ritratti alle famiglie per tranquillizzarle: “Ciao mamma, sono ancora vivo, sto bene, ti sorrido. Non ti preoccupare, questo viaggio non è così male”.

Agglomerati di esseri umani “che vagano nell’enorme spazio come zombie senza uno scopo, ombre disumanizzate tra cemento, fango e spazzatura”. Centro di accoglienza gestito dall’Oim, anche qui, ricordiamolo, con decine di tende, piene di file di letti a castello. A un rapido calcolo sono almeno 80 persone a tenda, quattro o sei posti letto per container”, denuncia Zampa.

Fondamentalmente con questo bookblock Proglio e chi vi ha contribuito, ha voluto denunciare la disumanità dei confini sbarrati dell’Europa “che tutto è fuorché dei popoli”.

Lui stesso – e lo rivendica –  due anni fa aveva aiutato alcuni migranti a “bucare” il confine portandoli a Ventimiglia, dove la Liguria diventa quasi Francia. Ci spiega che questa ricerca è iniziata due anni fa. Con Benedetta Zocchi, dottoranda alla Queen Mary University, che ha scritto del “game” ed Emanuela Zampa, era già stato più volte nei campi Oim. Lì aveva incontrato anche Silvia Maraone, Gian Andrea Franchi, attivista e professore e la psicologa Lorena Fornasir, che nel testo spiega senza risparmiare dettagli il dramma delle torture subite. Insieme a Mariapaola Ciafardoni, presidente dell’Associazione Almaterra, che contribuisce nel suo testo a far luce sulle contraddizioni dei campi profughi tra Bosnia e Croazia, era stato lì per un progetto di aiuto e sostegno alle donne.

La geografia delle emozioni secondo Proglio

Ognuno di loro, in questo volume di denuncia, non ha fatto sconti alla miopia consapevole dell’Europa. A ripetizione vengono descritti senza filtri di corpi martoriati, anche di adolescenti, a cui la polizia croata, dopo averli malmenati, ruba le scarpe per costringerli allo strazio di provare a fuggire coi piedi nudi nella neve.

Fuggire per oltrepassare quelle linee che demarcano territori diversi geograficamente, accomunati però dallo stesso disprezzo per i diritti dell’individuo, in Siria, in Afghanistan e in nord Africa quanto in Europa.

I vissuti di chi scappa – scrive Proglio – “costruiscono una stessa geografia delle emozioni, la perdita definitiva di ciò che era casa e con lo spiazzamento perenne nel luogo d’arrivo. Si è continuamente fuori posto, non c’è tregua”. E il gioco della caccia allo straniero “estraneo” continua.