Rimpatriato

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Rimpatriato.

Voce del verbo rimpatriare.

Voce del verbo militare.

Voce, del verbo sbagliato.

Rimpatria: imperativo presente;

un presente della campagna immigrazioni, vicino alle campagne in cui son nato.

Vicino a dove nasce un circo, tra una fabbrica abbandonata e l’agenzia internazionale del rifugiato.

Tutto murato, all’avanguardia.

Filo spinato.

All’entrata, più di un posto di blocco, più di un avamposto:

“Mi dia un documento”:

schedato.

Bene o male, non ero preparato;

bene o male, un mattino poco assolato.

Più di un soldato. Poco meno di un uomo.

Mi guarda inciampare sullo sguardo, rivolto ad ogni ragazzo sorvegliato. Ognuno,

eccitato da un gioco antiquato:

quello delle milizie, dei comandi, della tutela dello Stato.

‘Ehi capo, questo qui viene in visita; è autorizzato?’

Ognuno, impegnato nel pallone, gioco del calcio distanziato: solo passaggi, nessun contatto.

‘Sei contagiato?’

Ognuno, rendicontato: 15 Sudanesi, 20 Maliani.

Tutti sani, nessun malato.

Questo esce perché questo è entrato.

‘Chi sei tu?’

‘Cerco un lavoro di volontariato.’

Mi han spiegato che ai respinti, son stati negati:

lo spazio di preghiera, il campetto, il convivio, lo svago.

Tutto bene, tutto programmato.

C’è cibo ed il supporto psicologico.

128 posti, si combatte per uno status, si ritorna sulle coste, si diventa ‘Imbarcato’.

Ognuno, mi ha sorriso.

Ho ringraziato: cercavo un contatto a tempo determinato.

Me ne vado tutto contratto, senza tempo, più indeterminato.

Foto: Oltre la ringhiera, se ci riesci by Stefano Brizzi