Dalla radio agli orti sociali, le storie dei progetti di rifugiati in Italia: “Così troviamo riscatto. Accoglienza deve puntare all’autonomia”

Convivenza e inclusione

Quando era in Sudan, Yagoub Kibeida, entrato in Italia come rifugiato, era stato costretto a lasciare il suo Paese per il suo attivismo contro la dittatura e la guerra. Oggi è direttore esecutivo dell’associazione Mosaico – Azioni per i rifugiati, fondata a Torino nel 2006,con la quale si occupa di fornire assistenza a persone senza fissa dimora, migranti, richiedenti asilo. Ne fanno parte sia stranieri immigrati che italiani, attivi nel sostegno al percorso di inserimento e integrazione nella società locale di tante persone che arrivano nel nostro Paese. “In piena pandemia abbiamo lanciato uno sportello di strada, per intercettare i bisogni di tanti soggetti deboli e invisibili, esclusi dai servizi”, ha spiegato a IlFattoquodiano.it, a marginedell’evento finale a Roma della quarta edizione di PartecipAzione. Un programma di Intersos e di UNHCR (l’Agenzia ONU per i rifugiati) che promuove la partecipazione attiva nella vita economica, sociale e culturale del nostro Paese.

La stessa Mosaico fu tra le prime associazioni a essere coinvolte nel programma. Ora, a distanza di quattro anni dal lancio, ParteciAzione – spiegano i promotori – ha sostenuto la crescita di 40 associazioni in 12 regioni italiane, dalla Lombardia fino alla Sicilia, “mettendo a disposizione un finanziamento e un supporto tecnico nella realizzazione di progetti per i rifugiati, un percorso di formazione di alto livello, l’opportunità di rete e collaborazioni a livello locale e nazionale”. Altre sette sono state così le realtà finanziate e supportate per il 2021. I progetti? Dalla raccolta dei rifiuti all’imprenditoria locale, dal lavoro agricolo negli orti urbani, fino alle attività radiofoniche e teatrali, diverse sono state le attività svolte dalle associazioni, nell’anno complesso segnato dalla pandemia di Covid-19. E non è un caso che molte, alla fine, abbiano finito anche per fornire un supporto sanitario, collaborando con le Aziende sanitarie locali e altre realtà del terzo settore, anche accompagnando le stesse persone aiutate negli hub e nei centri vaccinali.

È il caso di Mathew e Zakharia, che con la loro associazione ‘Faro del Borgo’ da temposi mobilitano, da una parte per la raccolta dei rifiuti e l’assistenza tra i braccianti sfruttati del ghetto di Borgo Mezzanone, a pochi chilometri da Foggia. Dall’altra, proprio a combattere paure e scetticismo, oltre che la solita burocrazia, per convincere la popolazione migrante a vaccinarsi. “Tanti inizialmente erano dubbiosi o non volevano, come tanti italiani. Poi, con la collaborazione di Intersos, alla fine sono state più di 1500 le persone che hanno deciso di farsi somministrare il vaccino anti-Covid“, precisano. Eppure, in una condizione di degrado e con livelli igienico-sanitari ai minimi termini, Zakharia avverte: “Qui non c’è soltanto il problema del coronavirus. Qualsiasi altra epidemia può diffondersi, perché la nostra area è molto sporca. Cerchiamo di raccogliere l’immondizia, ma non abbiamo gli strumenti, né riceviamo risposta da oltre due anni alle sollecitazioni fatte in Prefettura e al Comune, per portarla via. Così anche il nostro lavoro diventa inutile”, aggiunge sconsolato.

Non sono stati gli unici ad aver promosso tra rifugiati e migranti la necessità di vaccinarsi, per evitare rischi. Anche lo stesso Kibeida avverte come nel capoluogo piemontese i problemi siano stati simili, così come gli interventi necessari: “Tanti rifugiati e migranti restano nel nostro territorio perché respinti alla frontiera con la Francia. Conosciamo dove si trovano i loro insediamenti, così questo ci ha permesso di assisterli con acqua e cibo, fornire loro mascherine e dispositivi contro il rischio di contagio. Poi, nei mesi successivi, anche di accompagnare diversi migranti negli hub”. C’è poi chi da anni già lavora nel campo dell’orientamento e della formazione sindacale, cercando di fornire assistenza legale e sussidi per i più deboli e i senza fissa dimora. È il caso di Sottoilbaobab, altra associazione piemontese di Canelli, formata da un gruppo di undici persone, tra cui molti lavoratori per lo più stagionali, impegnati nel settore della viticoltura nella provincia di Asti. “Vogliamo prendere il nostro destino in mano, formare i braccianti affinché conoscano i loro diritti,sappiano leggere una busta paga.Tanti qui hanno firmato contratti in bianco, sono sfruttati da molte cooperative, nella totale assenza di controlli. Così chi arriva come rifugiato, da regolare, finisce per tornare nell’irregolarità, perché vittima di contratti grigi”, avverte Oumarou. Dare voce ai braccianti è il suo obiettivo: “Devono diventare protagonisti diretti della lotta contro lo sfruttamento“, rivendica. Bisogna tornare in Puglia, invece, a Brindisi, per un progetto di inclusione che mette insieme ragazzi disabili e normodotati: “In molti paesi Africani la disabilità è nascosta, così, una volta in Italia, ho invece pensato di mettere in piedi un progetto comune, in modo che tanti ragazzi potessero comprendere cosa significa davvero essere diversamente abili”, spiega Drammeh. Con la sua associazione, Smiling Coast of Africa, ha così realizzato un orto sociale con prodotti di origine africana coltivati in maniera sostenibile, accanto a un programma di attività psicosociali, portato avanti dallo staff della cooperativa Eridano, che lavora proprio con persone con disabilità.

E ancora, c’è anche chi ha lanciato programmi innovativi di inclusione sociale, attraverso il teatro e la radio, o attivando corsi di formazioni per gli stranieri. “Mi piaceva la radio, mi divertivo ad ascoltarla. Poi quando sono arrivata in Italia dal Venezuela, ho colto questa opportunità. Ma non chiedetemi di parlare, preferisco restare in regia”, scherza Alexandra, tra i soci di Radio Attiva Arci e che ha partecipato al progetto de “Il Redattore Errante”, insieme ad altri cinque rifugiati. Con tanto di programma radiofonico realizzato, in quattro episodi, “La voce dei vivi. La verità che fa male”, trasmesso sulle frequenze di Contatto Radio, emittente locale di Carrara che ha un’esperienza ventennale e registra oltre 3mila ascolti settimanali. “I temi? Abbiamo parlato di sicurezza sul lavoro e dell‘importanza dei vaccini“, spiega pure Amadou Yellow, Per questo, aggiunge, “penso a tanti miei amici e spero possano trovare in queste trasmissioni tante informazioni utili”.

E poi c’è anche chi ha scelto l’arte, il teatro, per puntare sugli scambi culturali e cercare punti di contatto tra le differenti comunità. È il caso dell’associazione dei rifugiati sudanesi di Via Scorticabove, a Roma: insieme a un’altra realtà, l’Associazione dei Genitori della scuola Di Donato, ha coinvolto otto tra rifugiati e rifugiate, affiancati da professionisti dello spettacolo, per mettere in scena “La stagione delle migrazioni a nord”, adattamento del celebre romanzo dello scrittore sudanese Tayeb Salih. “Masrah in arabo significa teatro. Noi lo abbiamo messo in scena all’aperto, così come si fa da noi a Karthoum e in tutto il nostro Paese. E, a due passi dal Tevere, ci sembrava quasi di sentire lo scorrere dell’acqua del Nilo, una fonte di vita per ogni sudanese”, spiegano Adam e Alessandra.

Dalla Sicilia invece arrivano altri due progetti finanziati. C.U.C.I.R.E. è un programma di sartoria sociale, lanciato nel quartiere multiculturale di Ballarò, a Palermo, al quale hanno partecipato venti tra rifugiate e migranti, per poi aprire un pop-up store, gestito dalle stesse persone coinvolte nella formazione. ‘Fuori Mercato’ è invece un’associazione attiva nella promozione di una cultura ecologista, nella produzione e nel commercio di prodotti equosolidali, nel rispetto dell’ambiente e dei diritti dei lavoratori. Storie e progetti di riscatto sociale, “al di là di propaganda e pregiudizi – spiega pure Cesare Fermi, direttore regione Europa Intersos, che mostrano come in realtà “i rifugiati hanno storie, vissuti, capacità lavorative e più di tutti hanno voglia di ricostruirsi una vita. E i numeri parlano chiaro: il 10% dell’economia del nostro Paese si basa su imprese gestiti da stranieri”, precisa Fermi. Non senza dimenticare quanto sia stato necessario il contributodelle comunità di rifugiati nella lotta alla pandemia: “È stato l’anello che ha permesso di raggiungere le persone nel territorio”, ha ricordato, sottolineando come, di fronte ad anni di tagli indiscriminati alla Sanità pubblica, sia emersa in questi mesi la necessità urgente di sviluppare la medicina di prossimità: “Da Foggia fino in Sicilia a Campobello, o nelle occupazioni della Capitale, abbiamo raggiunto risultati importanti con la vaccinazione, grazie al supporto delle comunità. Adesso però serve una vera riforma della sanità”, conclude. Da diverse associazioni, invece, l’appello è affinché cambi il sistema di accoglienza, a partire dalle proprie esperienze virtuose: “Assistenzialismo e paternalismo non permettono di mostrare il vero volto del rifugiato. Oggi l’accoglienza è molto corta nel tempo, manca spesso una progettualità e spesso chi ne beneficia finisce dopo poco tempo per ritrovarsi per strada”, spiega Kibeida. Invece, conclude, “serve puntare sulla finalità dei progetti e su come raggiungere l’obiettivo dell’autonomia“.

[Tratto da il Fatto Quotidiano]