Giornata mondiale a sostegno delle vittime di tortura

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Il 26 Giugno, in tutto il mondo, si celebra la Giornata Internazionale a Sostegno delle Vittime di Tortura. Venne istituita nel 1987, tre anni dopo l’approvazione della Convenzione contro la tortura ed altre pene o trattamenti crudeli, inumani e degradanti delle Nazioni unite.

Oggi, questo documento è stato ratificato da oltre 160 paesi delle Nazioni Unite. Ma la pratica della tortura è ancora molto diffusa. Basti pensare che, in Italia, ci sono voluti trent’anni perché, nel 2017, venisse introdotto il reato di tortura. Eppure di divieto di tortura si parla in molti trattati internazionali: ne parla l’articolo 3 della Convezione Europea sui Diritti dell’Uomo e anche l’articolo 5 della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo.

Ma non basta: all’interno delle Nazioni Unite, sono diverse le istituzioni incaricate di far rispettare il divieto di tortura (a cominciare dal Comitato delle Nazioni Unite contro la tortura o la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo).

Ciò nonostante, se oggi si chiedesse a qualcuno la definizione di “tortura” probabilmente si otterrebbero silenzi o, nel migliore dei casi, definizioni vaghe e non corrette. L’articolo 1 della Convenzione delle Nazioni Unite contro la tortura definisce “tortura” “infliggere intenzionalmente forti dolori o sofferenze, per uno scopo specifico (come ottenere informazioni o punizioni) da parte o con il consenso delle autorità statali”. La definizione data dalla Corte Europea per i Diritti dell’Uomo per il termine “tortura” è “un trattamento disumano deliberato che causa sofferenze molto gravi e crudeli”.

Piccole differenze che rischiano di rendere ancora più difficile comprendere il problema. Quando si può parlare di “tortura”? E quando di “trattamento disumano e degradante”? La differenza deriverebbe dall’intensità delle sofferenze inflitte. In realtà per decidere se un certo trattamento equivale a tortura o altro, la Corte per i Diritti umani valuta, caso per caso, la durata del trattamento, i suoi effetti fisici e mentali e l’età, il sesso, la salute e la vulnerabilità delle vittime.

Una diatriba che, però, rischia di distrarre da un altro aspetto non meno importante, anzi, oggi, sempre più rilevante: l’articolo 2 della Convenzione contro la tortura afferma che “non esistono circostanze eccezionali” che la giustifichino.

In altre parole, la tortura (e i trattamenti disumani) non è mai ammessa: violare questo diritto “assoluto” non è mai giustificabile, per nessuna motivazione, in nessuna circostanza.

Il pensiero va alle forme di detenzione e tortura alle quali sono sottoposte migliaia di persone accusate di terrorismo. Un problema del quale si parla da decenni. Anche in paesi che hanno ratificato la Convenzione contro la tortura (come gli USA). Ma che nessuno è mai riuscito a risolvere.

Ma se si legge bene la definizione di “tortura” anche il trattamento riservato ai migranti da molti paesi potrebbe essere considerato tale. Basti pensare al trattamento riservato dalla Libia ai migranti in transito diretti verso i paesi dell’UE. O all’”accoglienza” dei migranti al confine tra Spagna e Marocco o a quella dei potenziali rifugiati al confine tra Bosnia e Croazia o al modo in cui sono trattati i profughi in Turchia. A ben guardare sono tantissimi i casi documentati di tortura e di trattamenti disumani sotto gli occhi di tutti. Eppure i leader (e l’opinione pubblica) dei paesi sviluppati fingono di non vederli. Basti pensare a Draghi che, nel corso dell’ultima visita in Libia, ha lodato il nuovo governo con parole che hanno lasciato molti a bocca aperta: “Noi esprimiamo soddisfazione per quello che la Libia fa, per i salvataggi, e nello stesso tempo aiutiamo e assistiamo la Libia”. Esprimere Soddisfazione per un paese che imprigiona uomini, donne e bambini in condizioni disumane? Il report di Marzo 2021 del Dipartimento di Stato USA sul rispetto dei diritti umani in Libia usa parole ben più pesanti (ma anche questo non lo legge nessuno). Ancora più pesante l’ultimo rapporto di Amnesty International dove si parla di “milizie e i gruppi armati che rapiscono persone in base alla loro affiliazione e nazionalità politica, regionale o tribale reale o percepita, compresi manifestanti, giornalisti, medici, dipendenti governativi e attivisti della società civile”, persone “torturate o comunque maltrattate nei luoghi di detenzione ufficiali e non ufficiali. Donne, ragazze e membri della comunità lesbica, gay, bisessuale, transgender e intersessuale hanno continuato ad affrontare discriminazioni e violenze”.

Nelle ultime settimane, pare che Draghi abbia di parlare spesso del tema dei migranti, al G7 e anche durante gli incontri bilaterali (come quello con la Merkel al quale è stata riservata un’attenzione ingiustificata visto che non ha prodotto nulla di concreto). La verità è che i risultati di questi incontri non hanno prodotto nulla di nuovo rispetto a quanto già previsto a Settembre 2020 dal Pacchetto migrazione e asilo. Non si è andati oltre un mero ribadire la volontà di finanziare con (pochi) miliardi di Euro i paesi di transito extraeuropei: la Turchia, la Libia, la Tunisia e il Marocco. Soldi che dovrebbero servire per rendere più umana l’accoglienza dei migranti e dei rifugiati? No, semplicemente per costruire barriere e impedire che poche decine di migliaia di migranti (su milioni e milioni di migranti) possano giungere in Europa.

Nessuno ha parlato misure per accertarsi che cessino queste forme di tortura. O di risarcimento delle vittime.

A parlarne, il 24 Giugno scorso, sono stati i tre esperti nominati dal Consiglio per i diritti umani delle NU che hanno insistito sul fatto che “le persone che hanno subito il calvario della tortura … hanno diritto esecutivo a un risarcimento equo e adeguato”, compresa la riabilitazione). Già lo scorso anno, il Segretario Generale António Guterres aveva parlato di protezione e promozione dello spazio civico. Un concetto ripreso nei giorni scorsi dagli esperti che lo hanno definito “vitale” nella prevenzione e nella lotta contro la tortura e nella salvaguardia dei diritti di coloro che sono stati perseguitati e maltrattati. Di questo, i leader europei (e mondiali) hanno fatto finta di non sapere nulla.

Così come nessuno ha parlato dei casi di tortura in Afganistan. I media hanno dedicato le prime pagine al ritiro delle truppe americane e italiane da questo paese. Non una parola, invece, sul rapporto delle Nazioni Unite presentato a Gennaio 2021 dove sono riportati centinaia di casi di tortura su uomini, donne e bambini rinchiusi in 63 strutture di detenzione in tutto il paese da Gennaio 2019 a Marzo 2020: quasi un terzo (il 30,3%), delle persone prigioniere è stato sottoposto a torture o altre forme di maltrattamenti. Secondo UNAMA e OHCHR raramente in Afganistan sono state rispettate le garanzie procedurali per i detenuti: “In quasi nessun caso, i detenuti sono stati informati dei loro diritti o sono stati in grado di accedere a un avvocato prima di interrogarsi”, ha riportato OHCHR in una dichiarazione. “Pochi hanno ricevuto una visita medica o sono stati in grado di contattare la loro famiglia nei primi giorni della loro detenzione. In modo allarmante, a quasi la metà è stato chiesto di firmare o posizionare la propria identificazione personale su un documento senza conoscerne il contenuto, rendendo discutibile la validità del processo pubblico ministero”.

“In pochi altri posti al mondo si è visto la sofferenza salire così rapidamente negli ultimi tempi”, ha dichiarato Ramesh Rajasingham, vice segretario generale delle Nazioni Unite per gli affari umanitari e vice coordinatore ad interim dei soccorsi di emergenza. Parole che si sono sciolte come neve al sole senza arrivare nelle case degli italiani o dei cittadini di altri paesi coinvolti in questo conflitto.

“Il mondo è ancora afflitto dalla tortura”, ha dichiarato il professor Nils Melzer, relatore speciale delle Nazioni Unite sulla tortura e altre pene o trattamenti crudeli, disumani o degradanti. Melzer ha detto di aver notato una “crescente accettazione dell’idea” che una pratica così “ripugnante dovrebbe essere consentita in determinate circostanze o contro determinati gruppi”.

Forse, è proprio questo l’aspetto più agghiacciante di tutta la vicenda: nel mondo, per alcuni, la tortura sarebbe giustificabile. Dal 2021, si legge in un rapporto dell’OHCHR, “è aumentata la tendenza di rappresaglie e gravità segnalate contro individui e gruppi specificamente per impegnarsi con le Nazioni Unite”. Del resto non c’è da sorprendersi visto che l’unica cosa che le NU sono riuscite a fare è chiedere un risarcimento in denaro per le vittime di tortura: “Le vittime della tortura hanno diritto alla riabilitazione e a coloro che le aiutano in questo processo deve essere consentito di svolgere il loro lavoro senza rappresaglie gli esperti delle Nazioni Unite per i diritti umani” si legge in una dichiarazione dell’OHCHR proprio in occasione della Giornata internazionale a sostegno delle vittime della tortura. Riabilitazione che “comprende un adeguato trattamento medico psicologico, sociale e altre cure specialistica pertinenti”.

“Le persone che hanno subito il calvario della tortura e le sue conseguenze a lungo termine hanno il diritto esecutivo a un risarcimento equo e adeguato, compresa la riabilitazione il più completa possibile”, dicono gli “esperti”.

Com’è possibile che nessuno abbia detto che sarebbe più importante porre fine a queste torture e che l’unico mezzo per farlo, non è risarcire le vittime di tortura e punire i responsabili di queste forme di violenza?

Fino a quando questo non verrà compreso,questi eventi si ripeteranno. Anzi che, come sta accadendo già oggi, ogni anno ci si renderà conto che i casi di tortura sono aumentati. E che a nessuno importerà nulla di tutto questo.