I “flussi misti” di migranti dall’Afghanistan

Nel Mondo

Ogni giorno, nel mondo, migliaia di migranti rischiano la propria vita nel tentativo di raggiungere una vita migliore. O semplicemente una vita. Via mare, a piedi, attraverso muri e recinzioni di filo spinato, o magari nascosti dentro camion e container. Sono “semplici” migranti, ma anche rifugiati, profughi, sfollati e minori stranieri non accompagnati. Persone che utilizzano le stesse rotte ma che hanno diritto a forme di accoglienza molto diverse tra loro. Per questo, da tempo, si parla di “flussi misti”.

Un esempio è ciò che sta avvenendo in Afghanistan a causa dei problemi seguiti alla fuga in fretta e furia dal paese dalle maggiori potenze mondiali. I flussi migratori verso i paesi europei seguiti agli stravolgimenti politici in atto hanno richiamato l’attenzione su come accoglierli. Migliaia di persone si sono dirette in diversi modi in Europa. Altri sperano di poterlo fare (come i lavoratori afgani e stranieri ancora rinchiusi nell’edificio delle Nazioni Unite a Kabul i cui ingressi sono controllati dai talebani).

Tanta confusione

Due incontri del G7 (e molti del G20) non sono bastati a definire un fronte comune tra i paesi più “sviluppati” del pianeta. Anche nell’Unione europea e in Europa, le posizioni sono discordanti. Persino i “tecnici” cominciano a cercare soluzioni alternative per far fronte al problema. In Italia, c’è stato chi ha pensato a soluzioni originali (ma non troppo): si starebbe valutando la possibilità di riconoscere d’ufficio lo status di rifugiato a chiunque sia arrivato in Italia dall’Afghanistan con l’operazione Aquila Omnia, iniziata a Giugno. Una decisione inutile e non praticabile per diversi motivi. Questa misura risolverebbe il problema per circa 4.900 persone provenienti dall’Afghanistan. Ma sarebbe discriminatoria nei confronti di decine di migliaia di altri migranti che hanno lasciato il proprio paese per gli stessi motivi ma ai quali non sarebbe permesso di godere degli stessi diritti.

Un riconoscimento inutile anche un altro motivo. Chi ha proposto questo strumento sembra non conoscere la Direttiva comunitaria 2001/55. Una norma che prevede di concedere una “protezione temporanea” (sei mesi rinnovabili una sola volta) in caso di afflussi massicci di “sfollati” provenienti da una specifica area geografica, senza bisogno di una valutazione personale. Se molti paesi europei fingono di non conoscere questa possibilità il motivo c’è. L’accordo prevede per i beneficiari non solo la libertà di circolare liberamente su tutto il territorio europeo ma anche di fruire di molti benefici sociali e anche di lavorare in paesi diversi da quelli d’arrivo.

Una soluzione scomoda per molti paesi europei che preferiscono restare legati agli (insufficienti) accordi di Dublino. E selezionare chi accogliere e chi no. Scaricando sui paesi di primo accesso tutto il peso della prima accoglienza e della gestione. La Direttiva del 2001, infatti, prevedeva l’accoglienza degli sfollati a patto che valesse per la maggior parte degli stati membri. Cosa che, dopo la guerra in Jugoslavia, non è più accaduto.

A farsi carico dei migranti restano i paesi di confine. Tra questi, l’Italia, secondo i dati dell’IOM e dell’UNHCR, è tornata ad occupare il ruolo primario per gli arrivi lungo la rotta mediterranea: nei primi sette mesi del 2021, i migranti sbarcati sono più che raddoppiati rispetto allo stesso periodo del 2020. Spesso, però, le procedure di riconoscimento dello status di rifugiato sono ingolfate e le pratiche giacciono sul tavolo dei funzionari italiani per svariati mesi. Le conseguenze disastrose: basti pensare che, secondo l’ultimo rapporto mensile del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, il secondo paese di provenienza dei minori che scappano dai centri di accoglienza in Italia è proprio l’Afghanistan. Eppure per loro dovrebbe essere facile ottenere il riconoscimento di “rifugiato”. Stranamente, però, molti nemmeno lo chiedono. Molti di loro preferiscono scappare e diventare irreperibili. Anche a costo di correre enormi rischi.

fonte: Hellasfrappeblogspot
I morti in mare

Rischi che si aggiungono a quelli legati all’attraversamento del Mar Mediterraneo sui gommoni o sulle “carrette del mare”. Lungo questo percorso, ogni anno, perdono la vita migliaia di persone. Da Gennaio a Luglio 2021, 1.353 migranti sono morti cercando di raggiungere l’Europa. Più del doppio dello stesso periodo del 2020. Molti di loro(1.078) sono morti nel tentativo di raggiungere l’Italia. E molti di più sono gli scomparsi. Un numero che spesso viene dimenticato ma che è significativo anche per un altro motivo. Oltre la metà degli annegati lungo la rotta tra Africa e Italia provenivano dall’Africa subsahariana (659).

Ma il secondo gruppo è quello dei morti (quasi trecento) per i quali non è stato possibile risalire al paese di provenienza. Uomini, donne e bambini che hanno perso la vita cercando di trovare una nuova vita. Come rifugiati, come sfollati o come migranti poco importa. Tutti uniti. Tutti insieme sugli stessi barconi. Tutti parte di quei “flussi misti” dei quali i governi dei paesi “sviluppati” fingono di non conoscere le cause e si arrabattano senza sapere cosa fare. Eppure, già nel 2011, un documento dell’UNHCR dal titolo emblematico Refugee Protection and Mixed Migration indicava le 10 Linee Guida per districarsi in questo caos. Ma nessuno dei governi europei che ora si affanno per trovare un modo per accogliere le persone che scappano dall’Afghanistan sembra averlo letto.