IL SILENZIO DI NAGHMA

Storie

Naghma è nata a Kandahar il primo giorno del 1958. Era la più grande di 8 fratelli, 5 maschi e 3 femmine, o almeno questo è quanto si riesce a ricostruire del suo passato. Poco più che bambina scopri che le piaceva cantare, che quando cantava stava bene, che chi le stava attorno la applaudiva, e che, tutto sommato questa cosa del cantare le riusciva piuttosto bene.

Studiava, a Kabul, dove si era trasferita con la famiglia di uno zio, e nel tempo libero cantava in un gruppo composto da sole ragazze. Tra una canzone e l’altra aveva anche conosciuto un tipo belloccio che, guarda caso, cantava pure lui ed era anche famoso. Così, mollata scuola e famiglia, si sposò con il suo innamorato e iniziò a girellare per l’Afghanistan in tournée improvvisate in cui la sua voce si sentiva più forte di quella del marito. E così tra un bis e l’altro finì col piantare ‘sto marito che il suo successo proprio non lo digeriva.

Nel frattempo però in Afghanistan le cose per le donne avevano preso un brutta piega: poco importava che lei fosse diventata famosa, che la sua voce incantasse uomini e donne quando usciva dalla radio, di tournée, poi, manco a parlarne… l’unica soluzione era andarsene via: in India, prima, in Pakistan, poi, e pure in California. Ovunque potesse continuare a cantare in pashtu (la sua lingua) senza rischiare la pelle.

Lontana da casa lei, ma non la sua voce, che comunque riusciva ad arrivare a Kandahar. E negli ultimi 20 anni ci arrivava sempre più spesso, e non solo la voce, ma anche lei, Naghma, amata e vezzeggiata come una popstar dai suoi connazionali. O almeno fa una buona parte di essi. Almeno fino a oggi, quando i Talebani, i nuovi tiranni del suo Paese, hanno diffuso un comunicato che vieta a tutte le radio afghane di trasmettere voci di donna.

Nessuna voce di donna si sentirà più in Afghanistan, nessuna.

Neanche quella di Naghma e nemmeno quella di Zuala, la prima ragazza ad arrivare alla finale di un talent afghano. E io non lo so se anche voi avvertite la profonda, desolante, tristezza che sento io. Come se silenziando Naghma e Zuala e le altre cantanti afghane, le giornaliste, le speaker, le attrici, le opinioniste, le blogger e le influencer che si erano appena ritagliate una nicchia di libertà nel mondo, avessero silenziato la gioia della vita.

[Tratto dal blog di DeborahDirani]