Migranti climatici

Nel Mondo
La COP26

I lavori della COP26, la Conferenza delle Parti per decidere cosa fare per ridurre i cambiamenti climatici e l’aumento delle temperature globali causati dalle emissioni di CO2. Prima di rendere noto il documento finale sono state tre le bozze cancellate dal presidente della COP26. Alla fine si è parlato dei tre punti più discussi ma poco è stato detto degli accordi raggiunti su questi temi.

Non è la prima volta che accade. Anche in passato i lavori si sono protratti ben oltre la scadenza prevista per arrivare ad un documento finale che contenesse proposte concrete. Ogni volta, alla fine, era stato presentato un report pieno di belle parole e tante incertezze.

Alla COP26 non è cambiato nulla: i leader mondiali, i maggiori responsabili delle emissioni di CO2, non sono giunti ad un accordo sui tre punti centrali discussi (emissioni, compensazioni per i paesi poveri più colpiti dai cambiamenti climatici e deforestazione). Ma non basta. Dopo una settimana di lavori, gli oltre mille partecipanti registrati alla COP26 hanno dimenticato di parlare di un fenomeno importante: i migranti climatici.

Già oggi, l’1% della Terra è una zona calda non vivibile. Secondo i ricercatori, entro il 2070, a causa del riscaldamento globale (in parte causato dalle emissioni di CO2), questa percentuale potrebbe arrivare al 19%. Questo costringerà chi vive in queste aree del pianeta a spostarsi altrove. A diventare migrante climatico.

Le cause

Il riscaldamento globale non ha un impatto rilevante solo sull’ambiente: genera cambiamenti geografici e geopolitici. Non si tratta di fenomeni nuovi: nel Routledge Handbook of Peace, Security and Development, Halvard Buhaug e Paola Vesco attribuiscono “il crollo della maggior parte delle antiche civiltà umane a condizioni climatiche avverse, tra cui i Maya (area meridionale del Messico), la dinastia Tang (Cina) e l’impero romano (Mediterraneo)”.

Gli “stress” ambientali moderni hanno semplicemente accelerato questo fenomeno provocando la carenza di mezzi di sussistenza e di bestiame in molte aree del mondo. Lungo le coste, il livello del mare aumenta di circa 3 centimetri ogni 10 anni (con una trend crescente). Oggi circa due terzi degli abitanti del pianeta vive a meno di 100 chilometri dall’oceano (delle 50 città più grandi del mondo, ben 30 si trovano sull’oceano). Studi condotti dall’Università delle Nazioni Unite (UNU) su alcuni stati africani, fra cui Egitto, Marocco, Mali, Burkina Faso e Niger, indicano che il degrado del territorio e la desertificazione contribuiscono e contribuiranno ancor più in futuro in modo incisivo sulla mobilità umana, peggiorando sia le condizioni di vita per coloro che se ne vanno sia per coloro che decidono di rimanere. Questo obbligherà centinaia di milioni di persone a migrare. A volte si tratta di migrazioni interne (che non attraversano i confini dello stato). Altre volte, invece, è necessario varcare i confini per trovare un posto dove vivere.

(Photo by Jonas Gratzer/LightRocket via Getty Images)
Il diritto internazionale

Eppure di questo fenomeno non si parla molto. Non esiste nemmeno una convenzione internazionale ad hoc che protegga chi migra a causa degli effetti di crisi climatiche. L’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati ha addirittura dichiarato che non può essere usata l‘espressione “rifugiato climatico” poiché non si fonda su nessuna norma del diritto internazionale. La Convenzione di Ginevra sui rifugiati (1951) e il successivo Protocollo del 1967 restringono questo status a chi è minacciato nel proprio paese da persecuzioni legate all’etnia, alla religione, alle opinioni politiche, alla nazionalità. Non parlano di problemi ambientali.

L’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (IOM) ha proposto di definire questi migranti “persone o gruppi di persone che, per motivi impellenti di cambiamenti improvvisi o progressivi dell’ambiente che influiscono negativamente sulla loro vita o sulle loro condizioni di vita, sono costretti a lasciare le loro case abituali, o scelgono di farlo, temporaneamente o permanentemente, e si spostano all’interno del loro paese o all’estero”. Ma questa proposta è caduta nel vuoto. Il motivo? Spesso, le crisi ambientali non sono l’unico motivo che spinge una o più persone a migrare. A volte si aggiungono a condizioni economiche precarie. Altre volte sono legate a conflitti politici interni o a persecuzioni razziali. Questo rende difficile anche definire le dimensioni di questo fenomeno geopolitico.

Nel 2020, l’IDCM ha calcolato quasi 25 milioni di nuovi sfollati interni a causa di circa duemila catastrofi, esacerbate dagli impatti del cambiamento climatico, in 140 Paesi diversi. Nel rapporto “Le migrazioni climatiche: rischi e sfide per le politiche di adattamento” Action Aid parla di circa 260 milioni persone (86 milioni delle quali in Africa Sub-Sahariana) costrette, nei prossimi anni, a emigrare a causa dei cambiamenti climatici. Meno di quante previste da altri studi (che però parlavano anche di sfollati esterni) ma molte di più degli sfollati attribuibili a conflitti e violenze. Eppure, di questi ultimi si parla ogni giorno ai telegiornali e sui media.

Rifugiati ambientali

Dei rifugiati ambientali, invece, no. Di loro si parla solo in occasione di disastri ambientali concentrati nel tempo o nello spazio (terremoti, alluvioni e simili). Se, invece, i cambiamenti sono lenti ma inarrestabili, come quelli dovuti all’aumento delle temperature medie stagionali, si fa finta di non vedere cosa accade. Di non sapere cosa sta avvenendo in alcune zone del Pacifico. Simon Kofe, Ministro degli Esteri di Tuvalu (paese che la maggior parte dei partecipanti alla COP26 non sa neanche dove si trova), ha inviato ai colleghi riuniti a Glasgow per la COP26 un video-messaggio per far toccare con mano (anzi con i piedi) quali sono i rischi che corre il pianeta: Kofe ha parlato ai leader mondiali mentre era immerso fino alle ginocchia in mare. “La Cop26 arriva in un momento per noi difficile a causa del cambiamento climatico, ma stiamo reagendo con coraggio”, ha detto. Anche il Ministro dell’ambiente di Antigua e Barbuda ha accusato i grandi emettitori di CO2 di indifferenza: “Per troppo tempo questi grandi emettitori se la sono cavata senza problemi, senza farsi facendosi avanti e senza essere costretti a pagare per il danno che hanno fatto”. “Questa non è carità e non sono aiuti”. In altre zone del pianeta, l’aumento della temperatura ha provocato un calo della produttività agricola e ha generato una crescita delle migrazioni.

Da sempre, emigrare rappresenta un tentativo di adattarsi ai cambiamenti climatici. Un’opportunità per migliorare le condizioni di vita dei migranti e dei loro familiari. Un fenomeno che, a causa dei cambiamento climatici dovuti all’aumento delle emissioni di CO2, è probabile torni ad aumentare. Questo avrà anche un’altra conseguenza: una crescente divergenza fra reddito e opportunità dei paesi poveri e a medio reddito.

Nel 2015, i paesi firmatari dell’Accordo di Parigi sui cambiamenti climatici chiesero che venisse istituito un comitato speciale, istituito sulla base della Conferenza sul Clima di Varsavia del 2013, che elaborasse raccomandazioni per aiutare le persone sfollate a causa del cambiamento climatico. Qualche anno dopo, nel 2018, l’Assemblea generale dell’ONU approvò (con il voto contrario degli Stati Uniti) il “Global Compact for Safe, Orderly and Regular Migration”, un documento che riconosceva la crisi climatica come fattore fondamentale per le migrazioni delle persone e che sollecitava i governi a creare piani per prevenire le migrazioni climatiche e aiutare le persone che saranno costrette a spostarsi per questi motivi.

Stranamente, però, di questi accordi nel documento finale della COP26 (che pure dovrebbe essere ispirata agli accordi di Parigi) non pare esservi traccia.