Migranti o rifugiati?

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Mentre i telegiornali non smettono di riportare notizie di uomini, donne e bambini annegati nel Mar Mediterraneo cercando di raggiungere l’Europa, il dibattito circa le politiche europee da adottare per i flussi di migranti è stato l’ennesimo buco nell’acqua. Al Consiglio europeo dei capi di governo del 24 e 25 Giugno scorsi non si è andati oltre ripetere quanto già deliberato a Settembre 2020: pochi aiuti e quasi esclusivamente destinati ai paesi di provenienza o di transito; niente per l’accoglienza o la gestione dei migranti che riescono ad arrivare in Europa o per il salvataggio in mare. Una decisione che lascia irrisolto un quesito: che fine fanno i migranti giunti in Europa che non ottengono lo status di “rifugiati” o di “sfollati”?

In Italia, durante il primo governo Lega/M5S, vennero chiusi molti dei centri di accoglienza. Decine di migliaia di migranti (tra i quali anche donne e bambini) finirono letteralmente per strada. E negli ultimi due anni, la situazione è ulteriormente peggiorata. Perchè? Cosa dice la legge a tal proposito?

Paesi d’origine sicuri

Secondo la legge, un migrante irregolare che non ha presentato domanda come profugo o rifugiato o sfollato deve essere rimpatriato. A certe condizioni, però. Ad esempio, chi proviene da un paese ritenuto “sicuro” viene rimandato indietro automaticamente. Ma cosa vuol dire “sicuro”? E quali sono i paesi “sicuri”? Tra i criteri per definire “sicuro” un paese (non appartenente all’Unione europea), in primo luogo viene valutato il suo ordinamento giuridico: non devono sussistere atti di persecuzione, tortura o altre forme di pena o trattamento inumano o degradante, né pericolo a causa di violenza indiscriminata in situazioni di conflitto armato interno o internazionale. Inoltre, devono essere rispettati i diritti e le libertà stabiliti nella Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali del 4 Novembre 1950 e i principali trattati internazionali sui diritti umani. Si tiene conto anche delle informazioni fornite dalla Commissione nazionale per il diritto di asilo, quelle fornite da altri Stati membri dell’Unione europea, dall’EASO, dall’UNHCR, dal Consiglio d’Europa e da organizzazioni internazionali competenti.

Da ultimo, un paese viene considerato “sicuro” solo se una persona non ha invocato “gravi motivi” che fanno ritenere quel paese non sicuro. Nel 2008, in attuazione della direttiva 2005/85/CE (norme minime per le procedure applicate negli Stati membri ai fini del riconoscimento e della revoca dello status di rifugiato), il Parlamento italiano ha approvato il decreto legislativo n. 25 . Questa norma prevede, tra l’altro, l’adozione di un elenco dei Paesi di origine “sicuri”, definiti tali periodicamente con decreto del Ministro degli affari esteri e della cooperazione internazionale di concerto con i Ministri dell’interno e della giustizia. Questo elenco viene poi notificato alla Commissione europea.

Tutto chiaro, quindi. Al contrario! Specie dopo aver letto l’elenco dei paesi cosiddetti “sicuri”. Secondo i dati pubblicati nella GU del 2019, sarebbero 13 i paesi d’origine “sicuri”: Albania, Algeria, Bosnia-Erzegovina, Capo Verde, Ghana, Kosovo, Macedonia del Nord, Marocco, Montenegro, Senegal, Serbia, Tunisia e Ucraina. Possibile che un paese dove è in atto una guerra (l’Ucraina) debba essere considerato “sicuro”? Anche per altri paesi i dubbi non mancano. Il Ghana, ad esempio, da anni è martoriato da scontri tra oltre cento gruppi etnici (migliaia le vittime, specie nel nord del paese, dove le comunità musulmane dei Konkomba si scontrano con le etnie rivali Nanumba e Dagomba per i diritti di sfruttamento delle terre e dei corsi d’acqua). Eppure, stranamente, per il governo italiano, il Ghana sarebbe un paese d’origine “sicuro”. Lo stesso vale per alcuni paesi dell’ex Jugoslavia.

Rifugiati LGBTI

Ma non basta. Un migrante proveniente dalla Siria viene considerato rifugiato. E così chi proviene dall’Afghanistan, dalla Somalia, dal Sudan, dal Sud Sudan, dalla Repubblica Democratica del Congo, dalla Repubblica Centroafricana, dall’Iraq e dall’Eritrea. Paesi dove sono in corso conflitti armati. Ma non tutti sanno che “rifugiato” non è solo chi scappa da una guerra. In questi giorni, i media hanno riempito le prime pagine delle polemiche (inutili) sul decreto Zan. Nessuno si è preso la briga di ricordare che, in molti paesi del mondo, anche i cosiddetti LGBTI (l’acronimo con il quale si indicano varie categorie che riguardano tanto l’orientamento sessuale quanto la dimensione di genere) sono perseguitati e puniti con pene severe o addirittura con la morte. E come tali, quando scappano, dovrebbero essere considerati “rifugiati”. Invece, qualche anno fa, in un rapporto (Fleeing Homophobia), emerse che l’atteggiamento dei paesi europei circa il riconoscimento dei diritti dei migranti richiedenti asilo LGBTI è diverso e spesso contraddittorio.

Esemplare (e recente) il caso della Cecenia e delle persecuzioni dei gay. Anche nell’Ue spesso le comunità LGBTI sono vittime di forme d’odio, di violenze anche fisiche. Perfino l’UNHCR parla di “rifugiati LGBTI”: in 73 paesi (poco meno del 40% dei paesi riconosciuti dalle Nazioni Unite) esistono norme esplicite che criminalizzano i rapporti sessuali tra adulti dello stesso sesso consenzienti. 13 paesi aderenti alle Nazioni Unite, addirittura, prevedono la pena di morte per chi ha rapporti sessuali con persone dello stesso sesso. In altri, esistono leggi contro la “propaganda” o “promozione” di comportamenti sessuali “non tradizionali”. Ghana e Senegal prevedono una detenzione da 3 a 7 anni. Anche in Algeria, in Tunisia e in Marocco che pure sono nella lista dei paesi d’origine “sicuri”. In questi paesi, i diritti umani fondamentali non sono rispettati. Per legge. Eppure, le autorità italiane sarebbero pronte a rispedire a casa dei “rifugiati LGBTI” senza neanche leggere le loro richieste d’asilo.

Profughi ambientali

Parole come “migrante” o “extracomunitario” spesso hanno un tono dispregiativo. Anche i “migranti economici” (che fanno tanto comodo alle imprese che li sfruttano, a volte fino alla morte – come dimostra il caso nei giorni scorsi) spesso sono visti con disprezzo. Di alcune categorie di migranti, poi, non si parla nemmeno: i profughi ambientali, ad esempio. Eppure, secondo le stime dell’IOM, a causa dei cambiamenti climatici, saranno loro il maggior numero di migranti da qui a qualche anno (si pensi a quanto sta avvenendo in Indonesia o in Bangladesh).

Rifugiati o migranti?

Secondo Saskia Sassen, “il linguaggio dell’immigrazione e dei rifugiati è insufficiente a descrivere gli eventi storici in atto”. Eventi che comportano cambiamenti che molti fingono di non capire. E, nel farlo, cercano di nascondersi dietro parole delle quali, spesso, nemmeno loro conoscono il vero significato e le conseguenze che comportano per altri esseri umani. Anche ai “piani alti”. Scegliere una definizione (e, di conseguenza, una forma di accoglienza) piuttosto che un’altra, molte volte non ha niente a che vedere con gli accordi sottoscritti e i trattati internazionali. Molte volte è una scelta politica. La prova?

Nel 2015, nei paesi europei, le domande di asilo avanzate da persone provenienti dal Kosovo furono oltre 72mila. Solo quattro anni dopo, nel 2019, alcuni paesi europei (tra i quali Italia e Germania) decisero di inserire il Kosovo nella lista dei paesi “sicuri”. Risultato? Le domande scesero a poco più di 4mila. E quei paesi erano liberi dall’obbligo di accogliere decine e decine di migliaia di persone.

Alcuni anni fa, un giornale internazionale suggerì di utilizzare il termine refugees”, rifugiati, per tutti coloro i quali, per un motivo o per l’altro, sono costretti ad abbandonare la propria casa e la propria terra. Oggi, invece, i governi si ostinano ad affibbiare a persone vittime di sofferenze indicibili definizioni diversi. Classificazioni che, per decine di migliaia di uomini donne e bambini sono un marchio. E, come se non bastasse, spesso pronunciato con tono dispregiativo.