Migranti: persone o manodopera?

Editoriale

La maggior parte dei migranti che arrivano in Europa (e in Italia) viene per lavorare. Spesso per guadagnare qualcosa da mandare ai propri familiari.

Le Nazioni Unite si occuparono di questo problema già nel 2011. Quell’anno, venne pubblicato RIGHTS OF MIGRANT WORKERS IN EUROPE, uno studio commissionato dall’Ufficio Regionale dell’Alto Commissario per i Diritti Umani di Bruxelles allo scopo di identificare e analizzare le sfide e le opportunità di ratifica da parte europea paesi della Convenzione internazionale sulla protezione dei diritti di tutti i lavoratori migranti e Membri delle loro famiglie (ICRMW). Allora come ora, l’ICRMW è uno strumento internazionale fondamentale per i diritti umani che stabilisce i diritti umani fondamentali dei lavoratori migranti e delle loro famiglie, siano essi in una situazione regolare o irregolare. Nel 2011, solo 44 paesi avevano ratificato questa Convenzione. In Europa solo quattro (altri due l’avevano firmata ma senza trasformarla in legge). Nessuno membro dell’UE. Un dato sufficiente per comprendere le lacune esistenti in Europa nel settore della protezione dei lavoratori migranti.

Pur dotata di un solido quadro giuridico che vieta lo sfruttamento del lavoro e promuove l’accesso al mercato del lavoro, l’Unione europea appare purtroppo carente quando si parla di lavoratori “migranti”. È vero che la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea vieta ogni forma di schiavitù e di lavoro forzato (art. 5) e promuove condizioni di lavoro eque e giuste per proteggere i lavoratori, la loro dignità, salute e sicurezza (art. 31).

Ma è altrettanto vero che sono frequentissimi i casi di sfruttamento dei lavoratori stranieri. Spesso sottopagati o costretti a turni di lavoro estenuanti o sotto minaccia a causa del loro status di irregolari.

Lavoratori in nero

Molti di loro lavorano “in nero”. Lavorano in condizioni che non tengono in alcun conto i loro diritti. Che non garantiscono loro alcuna protezione. Eppure la loro manodopera è richiestissima. Durante il lockdown, in Spagna (ma anche in altri paesi dell’Ue), molte aziende hanno lamentato la carenza di manodopera per svolgere lavori di base ma fondamentali (soprattutto nel settore agricolo). A dimostrarlo il fatto che il 70% degli stranieri irregolari presenti nell’Ue ha almeno un lavoro.

Il (mancato) rispetto dei diritti dei lavoratori migranti è un fenomeno che accomuna quasi tutti i paesi dell’Unione europea. Dal punto di vista normativo, la direttiva 2009/52/CE criminalizza le condizioni di sfruttamento nei confronti dei lavoratori con status irregolare. Anzi, va oltre: impone agli Stati membri di attuare ispezioni sul luogo di lavoro per impedire ai datori di lavoro di assumere illegalmente lavoratori irregolari. Ma dalla teoria alla pratica esiste un abisso. Per denunciare questa situazione, a giugno 2020, Aboubakar Soumahoro, un sindacalista di origini ivoriane che vive in Italia, ha iniziato uno sciopero della fame. Si è anche incatenato davanti ai cancelli di Villa Pamphili a Roma, dove erano riuniti i politici per attrarre la loro l’attenzione (e quella dei media).

fonte: difesapopolo.it

Aboubakar ha anche lanciato una campagna dal titolo “I am not invisible” (“non sono invisibile”) con la quale chiede di porre fine allo sfruttamento nei confronti dei lavoratori migranti nel settore agricolo. Il suo potente messaggio è un invito all’azione per tutti per aumentare l’inclusione e l’uguaglianza a livello nazionale e internazionale. Ma non è bastato.

Anche Clean Clothes Campaign, la rete globale che mira a migliorare le condizioni di lavoro dei lavoratori dell’industria dell’abbigliamento, ha denunciato questo stato di cose. Insieme a 22 organizzazioni europee ha chiesto formalmente il miglioramento dei diritti dei lavoratori in Europa (famosa la vertenza circa i diritti dei lavoratori siriani – in particolare bambine – impiegati nella produzione di abbigliamento in Turchia, tra i maggiori esportatori di indumenti nell’UE). Anche questo non sembra essere servito a molto.

Le indicazioni della Cooperazione internazionale sui migranti privi di documenti (PICUM) per dirimere le questioni riguardanti l’occupazione dei migranti e sensibilizzare i responsabili politici europei sono rimaste inascoltate. Nella sua analisi, PICUM parlava di discriminazione di genere (definita come un vincolo importante per il sostegno dei lavoratori stranieri). Eppure ancora oggi, in molti paesi europei, la maggior parte dei lavoratori domestici sono donne migranti. A causa del loro isolamento e dell’ambiente di lavoro solitario, possono essere soggetti a un rischio maggiore di molestie e abusi.

Quanto emerge dai dati più recenti è che i lavoratori migranti che, sulla carta, dovrebbero essere tutelati dalla legislazione europea, continuano a vivere ai margini della società proprio a causa del loro status.

Nonostante gli sforzi, le promesse fatte e i dibattiti mai finiti sulle politiche di integrazione dei lavoratori migranti, l’Europa continua ad essere divisa sotto molti punti di vista.

Ancora oggi, a oltre 15 anni dall’entrata in vigore, solo Albania e Bosnia (unico paese Ue) hanno ratificato l’ ICRMW (oltre alla Turchia). Tutti gli altri paesi hanno preferito fingere di non vedere. Di non sapere che molti dei prodotti agricoli che finiscono sulle loro tavole e che non provengono dall’estero, spesso sono realizzati sfruttando lavoratori migranti sottopagati. Che molti dei capi d’abbigliamento che finiscono in alcune catene di grandi magazzini sono realizzati da lavoratori sfruttati senza alcun diritto sociale oltre che sindacale.

Anche le Nazioni Unite sembrano aver gettato la spugna e aver rinunciato a far rispettare i diritti dei lavoratori migranti ai paesi europei: nell’ultima riunione del Comitato per i Lavoratori Migranti dell’OHCHR delle Nazioni Unite (tenutasi all’inizio di Ottobre 2021) si è parlato del “basso numero di ratifiche della Convenzione internazionale sulla protezione dei diritti di tutti i lavoratori migranti e dei membri delle loro famiglie”, di “insufficiente ratifica e del ritardo nell’entrata in vigore delle procedure per ricevere comunicazioni da individui e stati”. Problemi che erano e rimangono le maggiori sfide del Comitato per i lavoratori migranti nel garantire la protezione dei diritti dei migranti in tutto il mondo.

Lo stesso Comitato sembra non avere più energie: nel verbale si parla di “dialoghi costruttivi con delegazioni del Ruanda e dell’Azerbaigian”. E poco altro. Misure assolutamente insufficienti a cambiare la situazione in cui vivono e lavorano milioni di persone giunte in Europa per lavorare (solo nel 2020, sono state oltre 2,9 milioni le domande di visto per soggiorni di breve durata presentate da cittadini di paesi extra-UE, ma a questi si devono aggiungere i migranti irregolari).