Minori stranieri non accompagnati e Unione Europea

Editoriale
Le cause e i provvedimenti

Poche settimane fa, al termine dell’incontro a Bruxelles dei capi di governo dei paesi dell’Unione europea, il Presidente del Consiglio Draghi è stato costretto ad ammettere che si è trattato dell’ennesima occasione (persa) per discutere del tema “migranti”. Un argomento di cui i leader europei parlano da anni ma senza mai giungere ad una soluzione.

Le cause

Diverse le cause. La prima è che in questi incontri si parla sempre di “emergenze” e di “rifugiati”. Spesso dopo l’ennesimo caso di cronaca (l’annegamento di decine di persone nel Mar Mediterraneo su una carretta del mare; migliaia di uomini, donne e bambini fuggiti dall’incendio dei campi di accoglienza dell’IOM in Bosnia e bloccati alla frontiera con la Croazia; le manganellate inferte a uomini, donne e bambini senza alcuna distinzione dalle forze dell’ordine spagnole al confine – blindato – tra Spagna e Marocco). Sembra quasi che ci si ostini nel non capire che i flussi migratori non sono eventi occasionali, non sono “emergenze”: sono un fenomeno geopolitico normale e
fisiologico (iniziato decine di migliaia di anni fa, proprio con i flussi migratori dall’Africa verso l’Europa). Un fenomeno che, in quanto tale, richiede regole ben diverse da quelle “emergenziali” adottate fino ad ora.

Ma c’è un altro aspetto che i capi di governo riuniti a Bruxelles sembrano non voler comprendere: per anni, si è sentito parlare di “rifugiati”. Ma la stragrande maggioranza delle persone (è bene non dimenticarlo mai: si tratta prima di tutto di uomini, donne e bambini, non di numeri) che cercano di entrare in Europa non sono rifugiati o profughi: alcune volte sono “sfollati”, altre “naufraghi”. Quasi sempre sono, semplicemente, “migranti”. E molti di loro sono “minori stranieri non accompagnati”.

I rifugiati

Secondo l’articolo 1 della Convenzione di Ginevra del 1951, “rifugiato” è colui “che temendo a ragione di essere perseguitato per motivi di razza, religione, nazionalità, appartenenza ad un determinato gruppo sociale o per le sue opinioni politiche, si trova fuori del paese di cui è cittadino e non può o non vuole, a causa di questo timore, avvalersi della protezione di questo paese; oppure che, non avendo cittadinanza e trovandosi fuori del Paese in cui aveva residenza abituale a seguito di tali avvenimenti, non può o non vuole tornarvi per il timore di cui sopra”.

I dati ufficiali dell’UNHCR parlano di 82,4 milioni di rifugiati ma, di questi, solo 26,4 milioni sono “veri” rifugiati ovvero hanno attraversato il confine cercando “rifugio” in un altro paese. Altri 48 milioni non hanno mai varcato la frontiera (quindi, per loro, la definizione di rifugiato non è corretta).
Nell’ultimo periodo, grazie alle guerre e alle “missioni di pace” e ai bombardamenti dei paesi “pacifisti”, il numero dei rifugiati è considerevolmente aumentato, ma rimane pur sempre una percentuale minima del totale dei “migranti”.

Chi sono i migranti e, soprattutto, quanti sono? Stando agli ultimi dati dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni, IOM, i migranti sono oltre 280 milioni (anche in questo caso, con un trend crescente impressionante). Per la maggior parte non si tratta di persone vittime di persecuzione: migrano per motivi di lavoro o di studio. Anche sulla collocazione geografica sono molti i falsi miti: nel mondo, il paese che ospita in assoluto più migranti sono gli USA (oltre 50 milioni), seguito dalla Germania (15,8) e dall’Arabia Saudita (13,5).

E non è vero che in Europa, i flussi migratori interessano principalmente i paesi mediterranei (Spagna, Italia e Grecia, in primis): nel 2020, i migranti nei paesi dell’Europa mediterranea erano 17,7 milioni, poco più della metà di
quelli nei paesi dell’Europa occidentale (principalmente in Germania e Francia).
Anche sulla loro “classificazione” (sempre che abbia un senso classificare degli esseri umani), esistono degli errori. Molti dei migranti giunti in Italia (o in Spagna o in Grecia) dovrebbero essere classificati come “sfollati”.

A dirlo è la direttiva 2001/55/CE del Consiglio dell’Unione europea del 20 Luglio 2001, “Norme minime per la concessione della protezione temporanea in caso di afflusso massiccio di sfollati e sulla promozione dell’equilibrio degli sforzi tra gli Stati membri che ricevono gli sfollati e subiscono le conseguenze dell’accoglienza degli stessi”. Nata per regolamentare il massiccio afflusso di “sfollati” ai tempi degli scontri nell’ex Jugoslavia, la norma prevede non solo
che queste persone devono essere accolte (sebbene per un periodo di tempo limitato: sei mesi – rinnovabili per altri sei mesi), ma addirittura che è hanno il diritto di muoversi liberamente e addirittura di lavorare o studiare nei vari paesi dell’Unione europea.

Basta pensare al numero di barriere fisiche e non (si pensi alle interruzioni dell’accordo di Schengen) erette nell’ultimo decennio per comprendere quanto poco i governi europei siano disposti a rispettare gli accordi che pure hanno sottoscritto e ratificato.

MSNA – Minori Stranieri Non Accompagnati

C’è, però, un altro gruppo di “migranti” che non possono (o meglio non dovrebbero) essere renti. Sono i minori stranieri non accompagnati, MSNA. Di loro, in Europa, si parla da oltre un ventennio: l’art. 1 della Risoluzione del Consiglio dell’Unione europea del 26 giugno 1997 (97/C221/03) definisce minori stranieri non accompagnati “I cittadini di paesi terzi di età inferiore i 18 anni che giungono nel territorio degli Stati membri non accompagnati da un adulto per essi responsabile in base alla legge o alla consuetudine e fino a quando non ne assuma effettivamente la custodia un adulto per essi responsabile”. In Italia, questa definizione è stata leggermente modificata dall’articolo 2 della l. 47/2017, dove per “minore straniero non accompagnato” s’intende “il minore senza cittadinanza italiana o di altro Paese dell’Unione europea e che si trovi nel territorio italiano, privo di assistenza e di rappresentanza da parte dei genitori o di altri adulti significativi (e giuridicamente rilevanti), per lui legalmente responsabili”.

L’articolo 19 co.1, del T.U.I. del 1999, prevede che i MSNA non possono essere espulsi dal paese: le misure in favore dei minori non accompagnati, previste agli artt. 32 e 33 e nel regolamento di attuazione d.p.r. 31 Agosto del 1999, n. 394 e del d.p.c.m. n. 535/99, si fondano sulla prescrizione contenuta all’art. 19 t.u.imm., che sancisce il principio di inespellibilità del minore straniero (salvo il diritto a seguire i propri genitori o affidatari e salvo per ragioni di ordine pubblico e di sicurezza dello Stato).

Questo dovrebbe essere sufficiente per comprendere come, sin dall’arrivo, le strade dei MSNA e quelle delle altre categorie di migranti dovrebbero essere separate. Giunti in Italia, subito dopo il riconoscimento dell’età, per i MSNA dovrebbe iniziare un percorso diverso. Spesso, però, “diverso” non vuol dire “più semplice”: subito dopo l’arrivo, per migliaia di adolescenti (la stragrande maggioranza di loro è di sesso maschile e hanno un’età compresa tra i 15 e i 17 anni) inizia un calvario fatto di diritti non sempre rispettati e di una sempre crescente voglia di scappare dai centri
di accoglienza per trovare un lavoro e poter mandare qualche soldo ai familiari che hanno pagato il loro viaggio verso l’Europa. Non è raro per questi adolescenti vedere limitate le proprie libertà e soprattutto comprendere di non essere ascoltati (contrariamente a quanto prevede l’art. 12 della Convenzione dei Diritti dell’Infanzia). Difficoltà che portano la maggior parte di questi ragazzi a scappare.

Se, prima, di loro si parlava poco, una volta fuggiti dai centri di accoglienza, di questi ragazzi non si parla quasi mai: il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali li definisce – eufemisticamente – “irreperibili” (dimenticando che, proprio per il fatto che si tratta di MSNA, è lo Stato, in prima battuta, ad essere responsabile della loro tutela).

Minori “scomparsi”

Anche i media non parlano mai di questi casi, eppure sono proprio i MSNA a costituire, in assoluto, la maggiore parte dei minori scomparsi e non ritrovati in Italia. Centinaia e centinaia di minori scomparsi ogni mese (!) finiscono nel dimenticatoio mediatico: secondo la XXIV Relazione dell’Ufficio del Commissario Straordinario del Governo per le Persone Scomparse, solo nel 2020, i minori “scomparsi” e “ancora da ritrovare”, sono stati ben 4.350. Ma di questi più del 91% (3.993) sono proprio minori stranieri! Adolescenti giunti in Italia con la speranza di trovare una vita nuova,
quella che altrove era stata loro negata. Ragazzini che, giunti in Italia, hanno visto delusa ogni loro aspettativa: trovare un lavoro, studiare, avere una famiglia (affidataria), magari diventare “italiani”.

Chissà se per loro è più doloroso vedere infrangersi il proprio sogno e capire che, per loro, il viaggio non è finito o rendersi conto che di loro, dei minori stranieri non accompagnati non importa niente a nessuno? Certo non ai capi di governo riuniti a Bruxelles che, tra una cena di gala e una foto di gruppo, hanno preferito non parlare di questi problemi. Per molti di loro (e per molta gente), i MSNA è come se non esistessero. Neanche dopo essere fuggiti dai centri di accoglienza. Dopo essere diventati “irreperibili” rischiando di diventare terreno fertile per lo sfruttamento in settori come l’agricoltura (secondo i dati dell’ILO il 70% dello sfruttamento minorile è proprio in questo
settore) o, peggio, di finire nelle mani della malavita organizzata.