Nero d’inferno

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La storia di Boda’s Bomb, l’uomo che fece saltare Wall Street

Leggendo le pagine di Matteo Cavezzali si insinua immediatamente un dubbio: Mario Buda, passato al secolo come Mike Boda, è una figura rinchiusa nel passato o, invece, è attuale ed atemporale? E ancora, cosa differenzia un eroe da un efferato criminale?

Il giornalista romagnolo a questi dubbi, però, non risponde. Non è suo compito. In maniera abile glissa la sfera teorica, lasciando al lettore l’arduo compito di analizzare le lacune di una strategia farraginosa e autoreferenziale, che si perde nella disorganizzazione anarchica. Ciò che rimane, dunque, è solamente l’uomo inafferrabile, mosso da una rabbia
cieca, a tratti luddista e, probabilmente, eccessivamente spontaneista.

Lo stile asciutto e diretto dell’opera trasporta il lettore nell’America dell’inizio Novecento, riuscendo a sviluppare un circuito sinestetico nel quale realtà e finzione si sovrappongono fino a confondersi. Alla fine delle pagine non si riesce più a distinguere se l’amaro sapore d’antrace e di carbone sia rinchiuso solamente nella carta stampata o se, invece, atrofizzi
anche la bocca di chi legge. La fame e il freddo con cui dovettero combattere la maggior parte degli europei in cerca di fortuna diventa reale, congelando e annichilendo le convinzioni di chi oggi soffre di crisi memoniche e, troppo facilmente, dimentica le umiliazioni che patirono molti nostri connazionali. E allora ritorna quella domanda che,
come una fantasma che continua ad aggirarsi, si riaffaccia ad ogni capoverso: Mike Boda è veramente un uomo rinchiuso nel passato? Ognuno tragga le proprie conclusioni.

Mario Buda

In Nero d’inferno i coprotagonisti del panorama anarchico (Nicola Sacco, Bartolomeo Vanzetti, Luigi Galleani, Andrea Salsedo) si alternano, e non raramente cedono il posto principale, ad elementi inumani. Capaci, questi, di assolvere un ruolo esplicativo dei processi materiali che portarono alla progettazione degli attentati della prima metà del Novecento nel Nuovo continente. L’oceano che separa il Bel Paese dell’America diventa la
prima prova di sopravvivenza, nonché l’autostrada dove i sogni di emancipazione sociale si infrangono contro un ferreo sistema basato sullo sfruttamento dei lavoratori immigrati. La morte di un operaio in fabbrica viene considerata come un effetto collaterale calcolato, inevitabile per sostenere cicli produttivi sempre più in espansione. La rabbia cresce. Si
annida e serpeggia tra i macchinari. Il razzismo verso gli italiani accorcia sempre di più la miccia attaccata al tritolo, e a quel punto, l’esito è inevitabile.

“Che cosa ci faccio qui?”, sembrano chiedersi continuamente i protagonisti del romanzo, dopo essersi resi conto che la mobilità sociale non contempla gli immigrati di prima generazione. La sopravvivenza diventa un fattore giornaliero, e ogni saluto lasciato sull’uscio di porta alla famiglia è potenzialmente l’ultimo. La morte è la compagna indesiderata che guida le maestranze verso la fabbrica, verso il patibolo.

Rabbia sociale e fame diventano palestra politica, nella quale ricercare il barlume della sopravvivenza e della piena libertà. La discussione teorica viene sorvolata, lasciando spazio alla dimensione umana del terrorista, nella quale causa-effetto, vengono spiegati i motivi che portarono la cellula di Luigi Galleani ad intraprendere un percorso di guerriglia urbana.

Matteo Cavezzali non cerca la verità dietro l’attentato di Wall Street, non si innalza a giudice postumo, ma riproduce il ritratto di un uomo che è il risultato delle disparità sociali, della povertà, della fame. Come schegge di vetro impazzite, l’autore restituisce la fotografia di Buda analizzandola da differenti prospettive: il romantico innamorato, la belva violenta e il fedele militante.

Nero d’inferno è un lavoro che riesce a mettere in dubbio le teorie postmoderne, perché l’attualità delle contraddizioni dell’epoca risulta emblematicamente simile a quelle odierne, e pertanto per nulla risolte. Ed è così che Cavezzali, ricalcando le orme del filosofo sloveno Slavoj Žižek nel lavoro “Benvenuti nel deserto del reale“, si interroga sulle differenze tra Mike Boda e gli estremisti islamici odierni, accostando e sovrapponendo il
militante anarchico alla figura del terrorista Anis Amri. Sebbene le motivazioni che hanno spinto i due personaggi a portare a termine gli attentati siano provengano da aree ideologiche totalmente differenti e discordanti, e dunque difficilmente accostabili, questo passaggio permette al pubblico di sviluppare un’analisi critica non convenzionale in merito a questa strategia di lotta.

Cavezzali costringe il lettore a fare i conti con il passato, con l’emigrazione, la fame, il razzismo, la violenza e la memoria.

Nero d’inferno è quel quadro in soffitta che pensavamo di aver perso, ma che invece ancora resiste, ancora arde. Ma non sappiamo chi lo troverà, chi sarà in grado di dargli nuovamente luce. Forse qualche ragazzo con la pelle ancor più scura della nostra, venuto da chi sa dove, in sella a una bicicletta a rischiare la vita, come davanti ad un’odierna pressa. Mike Boda, forse, non è mai morto.

“…E fu lavoro e sangue e fu fatica uguale mattina e sera,
per anni da prigione, di birra e di puttane, di giorni duri,
di negri ed irlandesi, polacchi ed italiani nella miniera,
sudore d’ antracite in Pennsylvania, Arkansas, Texas, Missouri…”

Amerigo, Francesco Guccini

Matteo Cavezzali, Nero d’inferno, Mondadori, Milano 2019, pp. 295, euro 19