Lampedusa

A Lampedusa va in scena la frontiera

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In queste ultime settimane Lampedusa è tornata al centro dei riflettori: fino a poche ore fa vi erano circa 1.200 migranti – arrivati con numerosi sbarchi dalla Tunisia – nell’hotspot dell’isola che di norma potrebbe contenerne 192.

A molti è sembrato di tornare indietro alla crisi del 2011, anche se i numeri sono nettamente inferiori: quell’anno c’erano fra i 12.000 e i 15.000 tunisini a Lampedusa.

Ma il déjà vu non è un caso. Ora come allora, Lampedusa è il simbolo delle politiche emergenziali in tema immigrazione.

In queste ore, infatti, sta avvenendo il trasferimento dei migranti dall’hotspot (in cui sono rimasti per giorni in condizioni disumane) verso le navi da quarantena predisposte dal governo (dove dovranno rimanere per altri 14 giorni). Per ora, 756 persone sono state trasferite sulla nave Rhapsody, mentre ci sono altre tre navi disponibili.

Eppure, sulla scelta di questa soluzione gravano numerose perplessità denunciate dalle organizzazioni di settore: l’inadeguatezza di una nave per accogliere e garantire benessere psicofisico, le difficoltà a portare avanti le procedure di accoglienza, lo sperpero di denaro pubblico che avrebbe potuto essere usato diversamente. Si parla infatti di circa 4 milioni per l’appalto di due navi per quaranta giorni.

«Si sarebbe potuto fare diversamente, garantendo ad esempio un trasferimento aereo in tutta sicurezza», commenta Francesco Piobbichi, operatore sociale di Mediterranean Hope Lampedusa per la FCEI (Federazione Chiese Evangeliche Italiane), che al momento si trova sul luogo. Si sarebbe potuta organizzare un’accoglienza in piccoli gruppi diluita nei giorni, contando anche che il numero di migranti nei centri di accoglienza italiani è oggi ai minimi: si parla di 84.791 persone, a fronte delle 190.674 nell’ottobre 2017.

In questo senso, la scelta delle navi da quarantena è l’emblema di una determinata visione politica sull’immigrazione.

«C’è una politica dell’emergenza, che sul fronte interno porta a investire in politiche penali e non sociali e sul fronte esterno a contenere l’immigrazione», continua Francesco Piobbichi, «in Italia abbiamo questa impostazione da circa trent’anni e vediamo come il governo l’abbia interiorizzata quando sono l’esercito e le navi di quarantena ad occuparsi delle persone migranti, disumanizzandole».

È un continuo alimentare l’emergenzialità nei confronti di un fenomeno che invece è strutturale e che, con gli stessi investimenti che vengono fatti per militarizzare le frontiere, potrebbe essere gestito diversamente con una pianificazione a lungo termine.

Disegno di Francesco Piobbichi

La FCEI, ad esempio, è stata la prima a portare avanti in Europa il progetto-pilota dei corridoi umanitari, ovvero far arrivare i profughi in Europa in modo sicuro, garantendo loro il viaggio e l’accoglienza per un determinato periodo di tempo. «Per circa 2.000 rifugiati siriani che abbiamo fatto venire dal Libano abbiamo speso – sovrastimando – 5 milioni di euro; immaginiamo cosa si potrebbe fare, ad esempio, con i 6 miliardi dati alla Turchia nel 2016».

Lo stesso discorso vale per i 12 milioni dati dal governo italiano alla Tunisia, per gli accordi Italia-Libia così come per tutti i soldi spesi per esternalizzare le frontiere e disumanizzare chi migra verso l’Europa.

«Noi come Mediterranean Hope proponiamo un cambio, facendo arrivare le persone con vie legali e sicure, decostruendo così la frontiera: il nostro slogan potrebbe essere “Defund the border”, perché è proprio la frontiera ad uccidere, non il mare».

Ma il problema è che smontare questa politica emergenziale non conviene ai governanti di turno. Agitare lo spettro dell’insicurezza e mettere in atto lo spettacolo del controllo è molto redditizio, economicamente e politicamente. Lo è dentro e fuori le città, in mare così come nelle periferie, dove la frontiera assume un’altra forma ma mantiene lo stesso significato. In questo senso, Lampedusa indica la strada.