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Colombia: cosa sta succedendo fra massacri nelle aree rurali e proteste urbane?

Nel Mondo

Negli ultimi mesi si sono accesi i riflettori sulla Colombia anche qui, in Italia. A seguito dell’uccisione del cooperante internazionale Mario Paciolla, infatti, si è tornati a parlare della situazione del paese latino americano.

Da un lato, si è registrato un aumento di uccisioni e massacri nelle aree rurali. Allo stesso tempo, però, questi ultimi mesi hanno visto intense proteste nelle principali città del paese.

Cosa sta succedendo dunque in Colombia? Il conflitto interno sta diventando di nuovo realtà quotidiana?

Molti giornali internazionali, infatti, hanno denunciato la situazione colombiana come molto rischiosa, soprattutto a seguito dell’uccisione di alcuni minorenni a Cali e a Samaniego lo scorso agosto. Si è parlato di un possibile ritorno al conflitto e di esecuzioni extragiudiziali da parte dell’esercito nelle aree rurali.

Secondo i dati raccolti da Indepaz (Istituto de estudios para el desarollo y la paz), vi sono stati 36 massacri nel 2019 e 67 nel 2020, con 133 e 271 persone assassinate. Massacri dove a morire sono i leader sociali, gli attivisti, le persone comuni che vivono in determinate aree rurali fondamentali per il narcotraffico.

«Nonostante l’aumento dei massacri, non credo che questi possano essere collegati ad un ritorno del conflitto armato», ci spiega una fonte sul campo, che preferisce rimanere anonima, ma che studia e lavora da anni per la risoluzione del conflitto in Colombia. «Quello che sta avvenendo nelle aree rurali è legato al narcotraffico: ci sono zone dove questi gruppi criminali devono mantenere il controllo geografico del territorio (per poter produrre e spostare la cocaina all’interno del paese) e per farlo non hanno alcun tipo di scrupoli».

In base a questa visione, ciò che sta succedendo è legato principalmente al narcotraffico e allo scontro fra gruppi criminali per il controllo del territorio. Scontri in cui, a volte, si inserisce anche «quella piccolissima percentuali di dissidenti delle FARC che ha deciso di continuare a combattere ma non sta sfidando lo Stato quanto gli altri gruppi sul territorio».

Tutto questo è possibile perché c’è una totale incapacità dello Stato nel controllare quelle aree: «Nonostante la Colombia abbia l’esercito più grande dell’America Latina, c’è una totale incompetenza del governo nel dare la sicurezza che i cittadini richiedono».

Allo stesso tempo, però, le forze armata e la polizia in Colombia non godono di una buona reputazione.

Secondo un articolo di El País tradotto da Internazionale, «Alcuni sondaggi realizzati da Invamer Gallup hanno rivelato come nello scorso giugno il favore nei confronti delle forze militari sia diminuito di 37 punti raggiungendo il 48 per cento; è un dato significativo per una delle istituzioni più importanti in un paese che ha trascorso oltre cinquant’anni in guerra con le Farc».

Questo è successo per tanti motivi: le ombre sulle esecuzioni extragiudiziali, la violenza della polizia durante le proteste urbane, il lockdown.

Quest’ultimo, in particolar modo, ha inciso fortemente su queste percezione. Secondo la nostra fonte, infatti, le proteste nelle città – e in particolare a Bogotà – non hanno a che vedere in modo diretto con ciò che accade nelle aree rurali.

«Durante il lockdown, le persone delle aree rurali che dovevano andare a lavorare si sono scontrate quotidianamente con le forze dell’ordine che le obbligavano a rimanere dentro casa: questo ha causato una forte insofferenza in questi mesi e, quando a settembre l’avvocato Javier Ordóñez è stato ucciso, a Bogotà è scoppiata una protesta senza precedenti».

A tutto ciò vanno aggiunte le difficoltà economiche, la perdita del lavoro da parte di molti senza alcun tipo di tutela sociale, la frustrazione degli studenti di vivere sotto un governo che ha tagliato i fondi all’università e all’istruzione.

Si respira un clima di forte tensione all’interno del paese, anche perché secondo molti attivisti il governo Duque è il responsabile di questa serie di cose. Che si parli della violenza dell’esercito o delle misure neoliberiste, loro non hanno dubbi.

Proprio in questi giorni, infatti, la Minga indigena, che è lo spazio di organizzazione comunitaria delle organizzazioni indigene, afrodiscendenti e popolari della regione del Cauca, si è messa in marcia verso Bogotà, chiedendo un incontro a Duque. Loro non hanno dubbi sulla formula da adottare per risolvere i conflitti nel paese: difesa del territorio, redistribuzione delle terre, autonomia educativa e politica.

Sono tantissimi, infatti, i leader indigeni vittime del conflitto nelle aree rurali (e non solo del Cauca, ma anche in altre zone) e rappresentano un interlocutore fondamentale per la pace.

Per il momento Duque non ha risposto in modo diretto alla loro richiesta. Ma i massacri e le uccisioni, aumentati proprio negli ultimi due anni, potrebbero imporre un cambio di linea al governo. E non solo nei confronti dei popoli indigeni.