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Di senza dimora, decoro e soluzioni che non arrivano

Nel Mondo

Sono 50.724 (se non di più), sopravvivono grazie a reti di supporto non istituzionali e sono stati fra i soggetti più vulnerabili durante il lockdown: le persone senza dimora in Italia continuano la loro vita ai margini.

I dati sono quelli dell’ultima rilevazione ISTAT del 2014: fra i 50.724 la maggior parte vive nel Nord-ovest e nel Centro e il 58% è costituita da stranieri. I numeri più alti si hanno a Milano (12.004) e Roma (7.709), le grandi città dove l’esclusione sociale si fa sentire di più.

Secondo le impressioni di chi lavora nel campo, però, questi numeri sono aumentati: a Roma, ad esempio, le cifre dei senza dimora potrebbero sfiorare il doppio.

Cosa ci ha detto la crisi del covid sulle persone senza dimora

La crisi del coronavirus è servita, in questi mesi, a mettere maggiormente in luce una ben precisa visione dei senza dimora, per i quali le amministrazioni e la politica non hanno pensato a soluzioni di lunga durata, ma soltanto ad azioni tampone.

La retorica di Stato, durante il lockdown, non ha neanche tenuto in considerazione il problema quando si diceva #iorestoacasa. In più, si sono verificati diversi episodi di polizia che “sgomberava” i senzatetto dalle strade, dicendo loro di andare a casa.

«Improvvisamente tutto chiudeva, non c’era più nessuno per strada ed era sparita quel minimo di rete informale che è l’unica che funziona a Roma», ci dice Mauro Falchetti, psicologo e coordinatore dell’unità mobile dell’asl Roma 1 gestita dalla cooperativa Parsec.

Mauro è da 13 anni nel settore e in particolare lavora sulla riduzione del danno con persone che fanno uso di sostanze. Proprio grazie a questo impegno, ha potuto notare come l’aspetto determinante nella vita delle persone che incontrava fosse proprio il fatto di non avere una casa. Per questo la questione di chi vive per strada è particolarmente importante per lui, tanto da averci scritto un fumetto (“Il Decoro”, illustrato da Jacopo Piergentili ed edito da Stormi).

Durante il lockdown, ha continuato a lavorare con l’unità mobile. «C’era un grande sbigottimento, soprattutto all’inizio, e nonostante si dica che un senzatetto a Roma non morirà mai di fame né di sete, in quei giorni la paura è stata davvero concreta». Le mense, i servizi sanitari, gli sportelli, tutto era chiuso o erogava servizi limitatissimi e anche il forno o la bottega che sopperiva aveva sempre la serranda abbassata.

«Quello che abbiamo notato nei primi tempi dopo la chiusura è che molti di loro sono sensibili alle propagande complottistiche sul coronavirus e che il consumo di sostanze è aumentato già nel mese di aprile», continua a raccontare Mauro. «Per fortuna dopo un po’ si sono attivate numerose reti di solidarietà, ma questa non è una soluzione a lungo termine».

Il problema delle persone senza dimora, infatti, è qualcosa a cui nessuno ha mai voluto mettere mano, denuncia chiaramente l’intervistato.

L’ottica legata all’emergenza e all’assistenzialismo fa sì che la loro condizione rimanga ciclicamente la stessa. I più fortunati passano dalla strada ai posti letto dei centri per l’emergenza freddo, per poi uscirne una volta finito l’inverno («per quanto riguarda Roma si parla di circa 1.000 posti»); tutti gli altri vivono affidandosi ai numerosi servizi assistenziali che svolgono una funzione quotidiana fondamentale.

Ad esempio, nella Capitale c’è Binario95, un progetto della Europe Consulting Onlus che ha uno spazio nella Stazione Termini dedicato all’inclusione sociale dei senzatetto, che lavora come centro diurno e ha anche 12 posti letto. Eppure, «di luoghi come Binario95 ce ne dovrebbero essere uno in ogni quartiere di Roma».

La situazione si è aggravata con i Decreti Sicurezza. I decreti Salvini, infatti, da un lato hanno messo un maggior numero di persone per strada – abolendo la protezione umanitaria e la possibilità per queste persone di stare in uno Sprar – e dall’altro hanno criminalizzato ancor di più il reato di occupazione. Chi si trova per strada e magari decide di dormire in un edificio abbandonato può essere sgomberato e denunciato, prima di tornare alla ricerca di un nuovo luogo sicuro. Anche questo è come un eterno ritorno, qualcosa che non cambia mai.

La visione dominante, oggi, è quella che criminalizza chi vive per strada e inneggia al decoro. «Oggi si richiede che il senza dimora sia una persona più educata di un cittadino inserito: solo se è bravo, la società gli tende una mano», spiega Mauro Falchetti.

Quello che fa l’amministrazione romana, ad esempio, è unicamente costruire barriere (come quelle attorno la stazione Termini) e impedire alle persone senza dimora di crearsi un rifugio. Lo scopo? Mantenere salde le apparenze di una città da dare in pasto ai turisti e ai benpensanti.

Mentre chi vive per strada si è solo spostato di qualche metro più in là, al margine del margine.