E in Kurdistan cadono le bombe

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La guerra nelle quattro parti del Kurdistan non si è mai fermata. Soprattutto quando ad agirla è la Turchia. In modi diversi, infatti, le popolazioni che vivono in quei territori (le aree curde di Turchia, Iraq, Siria e Iran) si ritrovano soggette a repressione, minacce e attacchi.

I tentativi di assimilazione e annientamento sono diventati più pressanti soprattutto dal 2015 in poi, quando il processo di pace fra Turchia e PKK (Partito dei Lavoratori del Kurdistan) si è interrotto. Al contempo, l’esperimento del confederalismo democratico in Rojava, nel Nord Est della Siria – fatto di convivenza fra popoli, democrazia diretta, liberazione delle donne ed ecologia – ha iniziato a rappresentare una minaccia concreta all’ordine costituito delle grandi potenze.

Cosa sta succedendo in questo momento nelle quattro parti del Kurdistan?

Al momento, la situazione più drammatica riguarda una parte del Kurdistan iracheno, nell’area di Haftanin, dove vivono non solo curdi, ma anche assiri, caldei e armeni. Nell’ultimo mese la Turchia sta portando avanti l’operazione militare turca “Claw Eagle” in questa area, con l’obiettivo di colpire la guerriglia del PKK.

La sera del 15 giugno la Turchia ha iniziato a sganciare bombe, nel silenzio internazionale, per poi procedere con un’operazione militare via terra. Se l’obiettivo era colpire le basi del partito, la realtà ha voluto che circa una decina di civili venissero uccisi.

Queste operazioni militari sono tutt’ora in corso e, come denunciato da Un Ponte Per, le conseguenze sui civili sono gravissime: i bombardamenti hanno causato l’evacuazione di 21 villaggi al confine con la Turchia e lo spostamento forzato di 13.000 persone, mentre alcune zone agricole da cui proviene il 60% dei prodotti dell’area sono al momento inaccessibili.

«Tutto quello che sta avvenendo fa parte di qualcosa di più grande, non riguarda soltanto questa area», commenta Erol Aydemir, attivista e membro della comunità curda in Italia. «La Turchia sta attaccando con tutta la sua forza sia le montagne (dove il PKK ha le sue basi ndr) che la popolazione».

Presidio della comunità curda del 5.02.2018 a Roma, durante la visita di Erdogan al Papa – Foto di Elisa Elia

In modo diverso ma altrettanto mirato, la Turchia sta attaccando la Siria del Nord e dell’Est. Oltre ad aver occupato il suo territorio e a sostenere le bande jihadiste che proseguono con gli attentati, controlla il flusso dell’acqua che arriva in alcune aree della Siria del Nord e dell’Est.

In particolare, da quando è iniziata l’invasione dell’ottobre 2018 nell’area di Serekaniye, la forze di occupazione turco-jihadiste hanno preso il controllo della stazione di pompaggio dell’acqua di Alouk, che rifornisce l’area di Hasakeh. Da quell’ottobre hanno bloccato l’acqua più volte e anche ora, con il caldo e la crisi pandemica, lasciano 1.2 milioni di persone senza risorse idriche.

«Anche in questo caso non è qualcosa di nuovo: la Turchia ha iniziato a togliere l’acqua anche ad alcune città interne al suo territorio, come Cizre, Urfa, Mardin», continua Erol, «Si tratta di una politica vecchia che si replica anche in Siria».

In Turchia, infatti, sta andando avanti il progetto GAP (Southeastern Anatolian Project) che prevede la costruzione di 22 dighe lungo l’Eufrate. L’ultima diga costruita, quella di Ilisu, ha determinato la scomparsa della città millenaria di Hasankeyf e l’evacuazione di migliaia di persone a cui non è stata data un’alternativa abitativa concreta.

Contemporaneamente, la repressione interna prosegue: giornalisti, attivisti, deputati, cantanti continuano ad essere arrestati e incarcerati soltanto per aver espresso un dissenso o aver cantato nella propria lingua, come nel caso di Nudem, in carcere dal 2015 con l’accusa di “promozione della propaganda curda”.

Per quanto riguarda invece la parte iraniana del Kurdistan, ci sono meno notizie, ma anche lì la repressione statale fa il suo: attivisti e attiviste vengono arrestati, come Zeynab Jalalian, curdo-iraniana,che dal 2007 è in carcere con l’accusa di appartenere al PJAK (Partito delle donne libere in Kurdistan).

Al confine fra l’Iran e Iraq e Turchia inoltre, continuano le uccisioni dei kolbar, dei lavoratori che portano beni di prima necessità da un confine all’altro e che sono considerati illegali dallo Stato iraniano, ma che rappresentano una fonte di sussistenza per i villaggi circostanti.

In Kurdistan, lo si può dire, cadono le bombe. A volte sono quelle della NATO, quando è la Turchia a sganciarle per fiaccare la resistenza di un popolo. Altre volte è la mannaia di uno Stato che deve assimilare e per questo reprime e imprigiona oppure distrugge le culture nel tentativo di debilitare la forza di una società ribelle.
In quel crogiolo di popoli che è la mezzaluna del Kurdistan, la guerra non si è mai fermata. Perché anche il fiume della resistenza dei popoli continua a scorrere.