campo di moria

Il campo di Moria a Lesbo è il fallimento dell’Europa

Nel Mondo

Immaginate di fuggire da una guerra o da condizioni di vita precarie e affrontare un viaggio carico di pericoli e di speranza, sognando un’Europa che ti accoglie.

Immaginate di fare il vostro ultimo passo verso la realizzazione di questo sogno e di approdare a Lesbo, finendo in un immenso campo profughi – dove l’acqua scarseggia, le condizioni igienico-sanitarie sono tremende, il sovraffollamento e la povertà anche.

Immaginate di provare a superare lo shock iniziale e di dire a voi stesse “Va bene, sarà per un breve periodo prima di potermi spostare” e di ritrovarvi invece in attesa dell’esame della vostra richiesta di asilo per mesi, se non anni.

Questa non è immaginazione, ma è ciò che succede ogni giorno nel campo di Moria, nell’isola greca di Lesbo, all’interno dei confini dell’Unione Europea.

Il campo di Moria, allestito nel 2013 in un’ex base militare, è stato progettato per accogliere 5.000 persone, ma oggi ne conta circa 16.000. È un luogo dove i diritti umani vengono quotidianamente negati dal silenzio e dal non intervento della Grecia e delle altre istituzioni europee.

«Le condizioni non-umane di questo campo riguardano la situazione igienico-sanitaria, per cui molte malattie infettive circolano, la carenza di acqua e servizi, ma anche le problematiche relative alla sicurezza createsi al suo interno», ci spiega Nawal Soufi, attivista indipendente per i diritti umani, che dal 2015 si impegna all’interno del campo.

«L’eroina è entrata nel campo con tutte le sue conseguenze, spesso ci sono risse e accoltellamenti, le condizioni di vita fanno sì che anche durante la fila per il cibo possa succedere qualcosa di grave: ad esempio una delle ultime risse ha portato via un ragazzo afghano di 21 anni».

Di aneddoti di questo tipo Nawal ne ha tanti. Vivendo in alcuni periodi anche dentro l’accampamento, conosce bene la situazione ed è un punto di riferimento per moltissimi dei suoi abitanti. Con un team di attivisti fra gli stessi migranti, si occupa di sostenere le partenze di chi riceve esito positivo dalla commissione, di fissare appuntamenti negli ospedali dell’isola, di portare avanti casi legali alla Corte europea dei Diritti dell’Uomo, soprattutto quando si tratta di respingimenti.

Campo di Moria – foto di Nawal Soufi

Tutto questo impegno l’ha anche messa al centro dell’attenzione dei gruppi fascisti locali, che per ben tre volte l’hanno minacciata e aggredita, con il benestare delle forze dell’ordine locali.

Non è un mistero, infatti, che l’inferno del campo di Moria sia una responsabilità anche della Grecia stessa.

«Dare al mondo l’immagine che le isole greche hanno tante persone significa continuare a parlare di emergenza, ma non è così», puntualizza Nawal, «Questa non è un’emergenza causata dall’acuirsi di conflitti né tantomeno la Grecia è mai stata lasciata sola, anzi, riceve degli aiuti annuali proprio per questo».

Eppure, di anno in anno la situazione peggiora: i migranti rimangono bloccati nell’isola e nel frattempo lo Stato greco «usa i fondi unicamente per la sicurezza marittima, respingendo i barconi di migranti verso la Turchia».

In questo senso, le responsabilità ricadono sull’Unione Europea tutta, come accade anche in altri casi: «Ci vuole una seria politica di ricollocamento e l’apertura di corridoi umanitari, con grossi numeri, per far arrivare i richiedenti asilo nei paesi in cui hanno già una rete parentale o amicale», continua Nawal, che denuncia come, in assenza di questo processo, alle persone non resti altro che «pagare 6000 euro ai trafficanti, nella speranza di poter lasciare la Grecia, partendo da Atene, verso altre direzioni in Europa».

E così, c’è chi ci riesce e chi no, con più o meno fortuna. Nel campo di Moria ci sono bambini che già sembrano adulti, altri che tentano il suicidio, come denunciato anche da alcune organizzazioni umanitarie. Ci sono donne che hanno subito violenze, adolescenti la cui prospettiva sul futuro è stata completamente distrutta.

E mentre l’Unione Europea chiude consapevolmente gli occhi, non resta che denunciare: «Solo denunciando ciò che succede, si può in qualche modo prevenire un altro 27 gennaio». Nessuno vorrebbe un genocidio alle porte dell’Europa. Eppure è ciò che sta accadendo.