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Il nuovo Patto europeo sull’asilo: cambierà davvero qualcosa?

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Il 23 settembre scorso la commissione europea ha presentato al parlamento europeo ed al consiglio la proposta di regolamento sulla politica migratoria in ambito comunitario. Nell’intenzione della commissione il nuovo Patto europeo su migrazione e asilo è un superamento dell’attuale politica europea d’asilo che si basa sul sistema Dublino.

La proposta giunge all’indomani dell’incendio nel campo profughi di Moria nell’isola di Lesbo, episodio che ha mostrato per l’ennesima volta le fragilità delle politiche migratorie europee.

I limiti del sistema Dublino

Il “sistema Dublino” è il tessuto normativo che regge la politica comune adottata dai paesi membri dell’UE nel settore migratorio, dalla Convenzione siglata nel 1990 nella città irlandese sino ai regolamenti modificativi, l’ultimo dei quali è del 2014. Il principio-base che regge il sistema è quello del primo paese d’ingresso. In particolare, il primo Stato presso il quale giunge il richiedente asilo è competente a valutare la domanda di protezione internazionale, così come ad accoglierla o respingerla.

L’attuazione del sistema Dublino ha mostrato molti limiti. Anzitutto il principio del primo paese d’ingresso implica che il paese che riceve la domanda d’asilo deve farsi carico dell’accoglienza della persona. Questo a prescindere che la destinazione finale del migrante sia uno Stato diverso da quello di primo arrivo. Infatti il sistema Dublino formalmente garantisce l’accesso in UE, ma l’obiettivo è evitare il fenomeno dell’asylum shopping, ossia che il migrante scelga il paese presso il quale presentare domanda d’asilo. L’effetto è stato quello di crisi migratorie cicliche nello spazio UE, con forte pressione solo sui paesi frontalieri (principalmente Italia e Grecia).

Dal lato dei migranti si è assistito a forme di trattenimento di lunga durata in strutture chiamate nel corso del tempo con nomi diversi (in Italia centri di accoglienza, centri di accoglienza richiedenti asilo, dal 2015 hotspot). Nell’attesa di definizione della pratica sulla richiesta d’asilo, i migranti sono sottoposti ad un vero e proprio regime detentivo, con compressione dei diritti umani basilari ed un perdurante approccio emergenziale nella gestione degli sbarchi.

Il nuovo Patto: rafforzamento dei confini e nuove forme di “solidarietà” tra paesi membri

Il nuovo patto prevede anzitutto un rafforzamento dei confini europei esterni. In previsione c’è un potenziamento di Frontex, l’agenzia UE della guardia di frontiera e costiera, che si occuperà dell’intera procedura di screening, sia anagrafico che sanitario. In generale poi, il progetto del nuovo patto è un disincentivo alla migrazione verso l’Unione, considerando che verranno privilegiati gli accordi con i paesi di provenienza e di transito dei migranti.

Ulteriore novità del patto è la modalità con cui verrà attuata la “solidarietà” tra Stati membri. In sostanza si propone che il paese che rifiuta il ricollocamento dei migranti nel proprio territorio su sollecitazione dello Stato di primo ingresso o della commissione europea, debba sobbarcarsi gli oneri economici di rimpatrio. Eventualmente, lo stesso paese potrà attivare forme di assistenza con lo Stato di provenienza. Un’ulteriore ipotesi di “solidarietà” è il supporto operativo immediato, ossia che lo Stato rifiutante presti aiuti economici al paese di primo ingresso dei migranti.

Il nuovo Patto tutela l’identità europea o i migranti?

Ma il patto non convince. Lo dimostrano le reazioni delle realtà che si occupano attivamente dei migranti e dei loro diritti. In particolare il timore è che la nuova politica migratoria europea continuerà a riproporre le stesse problematiche del sistema Dublino. Marissa Ryan, presidente dell’ufficio UE di Oxfam, ha sottolineato che la commissione, «nell’intento di raggiungere un ampio consenso [sul patto, n.d.r.], ha ceduto alle pressioni dei governi dei paesi membri il cui solo obiettivo è la diminuzione del numero di richiedenti asilo in Europa».

Il timore è che dietro la nuova politica migratoria europea si celi una più marcata tutela di una presunta “identità europea. Complice di questa visione è l’avanzata di derive sovraniste dei governi di alcuni Stati membri. Il cancelliere austriaco Kurz ha riproposto la “linea dura” del blocco di Visegrad, affermando che si opporrà a qualsiasi meccanismo redistributivo e che è necessario, piuttosto, rafforzare la cooperazione coi paesi di provenienza ed inviare aiuti sui territori.

Niente di nuovo sotto il sole, verrebbe da dire. Anzi, un rafforzamento della visione dell’Europa come di un’isola felice ed impermeabile dall’esterno. Se i negoziati sulla proposta di regolamento non dovessero apportare novità in senso contrario, chi vi approda verrà ancora trattenuto per mesi ai confini e non avrà garanzie concrete di entrare. Il problema è che l’approccio di compromesso della commissione europea cozza visibilmente con la tutela dei diritti umani, un valore fondativo dell’unione che non è retaggio solo dei cittadini europei.