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La lotta per lo ius culturae e contro il razzismo

Nel Mondo

Ius culturae. È questo quello che chiedono più di 1 milione di italiani senza cittadinanza, “stranieri” nel loro paese eppure nati e cresciuti qui.

Si tratta di una battaglia che va avanti da anni e che oggi riprende vigore sulla scia di quello che sta accadendo in America. In questi giorni, infatti, in tantissimi si sono mobilitati al grido di Black Lives Matter. Le piazze italiane hanno visto come protagoniste proprio le cosiddette “seconde generazioni”, che più volte hanno sollevato la questione dello ius culturae.

Ius culturae: perché ce n’è bisogno

«Nel mondo di oggi, dove tutto è così veloce e il fenomeno migratorio è in crescita, è necessario attuare una riforma della cittadinanza al passo coi tempi» commenta Paolo Barros, consigliere comunale a Roma e presidente di Black Italians, associazione di ragazzi e ragazze italiani di discendenza straniera.

«Noi puntiamo sullo ius culturae: chi nasce da genitori stranieri e cresce qui è già inserito all’interno della comunità, ne è parte integrante, e per questo dovrebbe avere diritto alla cittadinanza già dall’età di 12 anni», dopo aver concluso il primo ciclo di studi. Attualmente vi sono tre proposte per riformare la legge sulla cittadinanza: oltre a quella legata allo ius culturae e a firma Polverini, vi sono altre due proposte basate sul principio di ius soli.

Al momento, invece, la cittadinanza si acquisisce principalmente per ius sanguinis. Chi invece è nato da genitori stranieri ma è cresciuto in Italia può ottenerla al compimento del 18esimo anno d’età, ma l’iter burocratico non è facile: «Si ha soltanto un anno di tempo per richiederla, in più bisogna dimostrare di aver risieduto e studiato in Italia per tutti e 18 gli anni, anche attraverso certificati di vaccinazione che non capisco cosa c’entrino con la cittadinanza», commenta il consigliere comunale.

È una discriminazione giuridica che incide sulle vite dei singoli. Lo stesso Paolo Barros ci racconta la sua esperienza personale: «Non ho subito pesanti atti di razzismo, ma ad esempio da adolescente non ho potuto andare a giocare alla nazionale di basket, non essendo riconosciuto cittadino italiano». Paolo è di origini capoverdiane e soltanto al compimento della maggiore età è riuscito ad ottenere la cittadinanza. Ma c’è anche chi, a causa dei numerosi ostacoli burocratici, spesso non ce la fa e, avendo solo un anno di tempo, rimane straniero nel suo paese.

Contro il razzismo: una lotta culturale

La questione della cittadinanza e dello ius culturae è strettamente legata al razzismo in Italia. È per questo che Black Italians, fin dalla sua nascita nel 2016, si è impegnata per cambiare l’immaginario collettivo che riguarda il concetto di straniero: «Vogliamo cambiare il “percepito” e far capire che i neri sono tanti, sono anche italiani e sono parte attiva e integrante della comunità e vogliamo farlo attraverso la cultura e lo sport». Non a caso, del movimento fanno parte figure di tutti i tipi: da registi a politici e avvocati.

Parallelamente, Black Italians porta avanti una battaglia contro il razzismo anche attraverso manifestazioni e presidi in collegamento con altre realtà che lavorano sullo stesso tema.

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Manifestazione “I can’t breathe” a Roma – foto di Elisa Elia

È fra gli organizzatori, ad esempio, della piazza “I can’t breathe” di Roma, e annuncia già una grande mobilitazione per lo ius culturae nei giorni a venire.

«La situazione italiana non è come quella americana, ma anche qui ci sono razzismo e sfruttamento, fomentati da alcuni politici che fanno propaganda d’odio e promuovono una guerra fra poveri», commenta Barros. «Nel frattempo anche qui gli ultimi muoiono, ma nell’indifferenza generale: è come se ormai questa fosse la normalità», aggiunge poi, ricordando come proprio pochi giorni fa un bracciante pakistano attivo contro il caporalato sia stato ucciso a Palermo, senza che la notizia avesse alcuna eco.

Forse meno evidente ma più subdolo, il razzismo in Italia c’è ed è la base culturale di un paese che non ha fatto i conti con il suo passato coloniale e di tanti uomini e donne che non riconoscono il privilegio dell’essere bianchi.

C’è una versione più violenta di questo razzismo, che si riversa sugli ultimi – gli immigrati –, e c’è una versione più soft, che nega gli stessi diritti a chi non è considerato italiano. Ma sempre di razzismo si tratta. Per questo ogni lotta – che sia culturale, giuridica o politica – è fondamentale per cominciare a minare le fondamenta di questo sistema e costruirne uno diverso. Dove il razzismo non avrà più spazio.