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La regolarizzazione del governo non è servita ai braccianti

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A più di un mese dall’apertura della procedura per la regolarizzazione dei migranti, il provvedimento pensato dalla Ministra Bellanova si conferma un flop. Soprattutto per quanto riguarda i braccianti.

Avevamo già parlato dei rischi di questa misura, che di fatto delega la regolarizzazione alla contrattazione individuale fra migrante e datore di lavoro e ai rapporti forza già esistenti. Questa difficoltà diventa più profonda quando tocca chi è sfruttato nelle campagne.

Cosa ci dicono i dati sulla regolarizzazione?

Dal 1° giugno, il Viminale ha emesso tre report quindicinali che danno un’idea del numero e della tipologia di domande arrivate fino a questo momento.

Al 15 luglio si contano 112.328 richieste, di cui l’87% è per lavoro domestico e soltanto il 13% riguarda il lavoro agricolo. La maggior parte delle prime è stata inviata in Lombardia, Campania e Lazio, mentre le 14.360 richieste per il “lavoro subordinato” nei settori legati all’agricoltura e all’allevamento riguardano soprattutto Campania, Sicilia, Lazio e Puglia.

Fra le nazionalità più diffuse, ucraini e bangladesi per il lavoro domestico; albanesi, marocchini, indiani e bangladesi sono le prime quattro nel secondo campo.

L’esperienza sul campo

«In base alla mia esperienza posso dire che questa misura di regolarizzazione non ha funzionato, soprattutto per quanto riguarda i braccianti», commenta Gianluca Dicandia, avvocato e attivista del Csa Astra e Lab Puzzle, a Roma, oltre che della Casa dei Diritti Sociali. «Sia perché è assurdo pensare di chiedere 500 € ai caporali che dovrebbero regolarizzare i migranti sia perché il settore agricolo ha bisogno di agevolazioni e incentivi per chi decide di regolarizzare».

Tutto questo ha portato a poche domande, tanti dubbi e anche casi di truffe. Non soltanto perché spesso è toccato al lavoratore dover pagare quei 500 €, ma anche perché «in questo contesto anche chi voleva truffare si è subito attivato, lasciando il lavoratore completamente senza nulla» e sfruttando il suo bisogno di stabilità.

Inoltre, sono rimasti alcuni punti poco chiari riguardo la misura: questo permesso può essere confermato dopo i 6 mesi qualora un migrante trovasse lavoro in un altro settore? E poi, regolarizzare – e magari far emergere dieci anni di lavoro in nero – significherebbe, per il datore di lavoro, anche dover versare i contributi di tutti quegli anni? Tante domande che hanno contribuito a creare confusione in chi vorrebbe usufruire di questa misura e diffidenza da parte di chi dovrebbe regolarizzare ma non ha alcun interesse a farlo.

«La ministra ha definito questa riforma parziale e ha fatto appello alle organizzazioni del terzo settore e alle persone che sono più vicine ai cosiddetti “invisibili” per cercare di sfruttare al meglio questa misura», continua l’avvocato, «ma questa cosa può essere condivisibile solo fino ad un certo punto e per chi, magari, già lavorava nel settore agricolo, altrimenti diventa un giogo, una condanna».

La parola “sanatoria” ha suscitato speranze e illusioni fra tutti i cittadini immigrati senza però dare una certezza reale per il loro futuro. È con tutto ciò che le organizzazioni dal basso si sono dovute confrontare, ci racconta Gianluca, decidendo anche quando era il caso di avviare una procedura e quando invece era meglio lasciar perdere. Ma soprattutto facendo chiarezza e informando su limiti e possibilità.

Nel frattempo, anche gli emendamenti proposti dalla campagna Ero Straniero, sostenuti dal Tavolo Asilo e volti ad ampliare i beneficiari della regolarizzazione, sono stati rifiutati in Commissione Bilancio. Un gesto che non dà spazio a ripensamenti della riforma e che conferma la visione produttivistica con cui è stata ideata.

I migranti continuano ad essere solo braccia. Non è anche questo razzismo?

@Foto di Giovanna Dimitolo