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La vita nei campi profughi saharawi durante il coronavirus

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«È difficile per la gente non incontrarsi per prendere un tè insieme», scrive Najla, dal campo profughi saharawi di Smara, in Algeria, «la vita sociale è il nostro modo di sopravvivere».

Quella di Najla è una delle frasi che più colpisce sull’impatto che l’emergenza coronavirus può avere su una comunità, e cioè spezzarne i legami e la forza collettiva. Una frase ancor più vera se si pensa alle condizioni in cui 173.600 persone circa vivono nei cinque campi profughi a Tindouf, sud dell’Algeria, dal 1979.

Dipendenti per lo più dagli aiuti internazionali e impossibilitati a tornare nelle loro case nel Sahara Occidentale sotto occupazione marocchina, i saharawi vivono con poco e condividono tanto.

Per questo Najla non nasconde le sue ansie: «Ora stiamo tutti in casa, ma sono preoccupata per la mia famiglia e per le altre persone che vivono nel campo».

Le conseguenze dell’emergenza coronavirus nei campi profughi saharawi

Najla condivide il suo spazio domestico con le altre nove persone della sua famiglia e un gatto. Lavorava come traduttrice e guida per chi veniva a visitare i campi e aveva un sogno: costruire una piccola biblioteca di quartiere.

Ma tutto questo si è fermato dal 16 marzo, quando le autorità saharawi hanno preso delle misure precauzionali: blocco degli spostamenti fra un campo e l’altro, invito a restare a casa ed evitare assembramenti, quarantena di 14 giorni per chi viene da fuori.

Come Najla, anche Sidahmed, attivista e traduttore per la Demining Danish Group, adesso è costretto a casa con la sua famiglia e non lavora. Addala, che vive nel campo di Auserd, passa «tutto il giorno a casa: qui la gente è spaventata e ha paura, perché sa che se il virus arriverà non ci sono abbastanza risorse mediche».

Campo profughi di Smara – foto di Sidahmed Jouly

La vita nei campi profughi saharawi va avanti grazie ad una certa economia informale e agli aiuti internazionali. Due fattori venuti meno con l’emergenza: «Tutta quella economia informale che si era sviluppata, fatta di lavori alla giornata, e che permetteva alla gente di andare avanti, ora non c’è più perché sono vietati gli spostamenti da un campo all’altro e mancano anche le stesse richieste di lavoro», ci spiega Sidahmed dal campo di Smara. «Le persone qui non hanno guadagni messi da parte ed erano completamente impreparate ad affrontare una situazione simile, sono state colte di sorpresa».

Dall’altro lato, anche l’accesso agli aiuti internazionali è diventato più complicato per via del blocco dei voli e degli spostamenti. Anche per questo l’UNHCR, il World Food Programme e altre ONG hanno lanciato una call internazionale per raccogliere 15 milioni di dollari per poter intervenire sia dal punto di vista sanitario, che alimentare, che educativo. L’Unione Europea ha già aderito, donandone 5,3. «Ma i tempi burocratici di queste cose sono molto lenti e gli effetti dell’emergenza più immediati», aggiunge Sidahmed.

Cisterne d’acqua dell’UNHCR in arrivo nei campi profughi durante l’emergenza – foto di Notizie Wesatimes


Anche nel campo dell’istruzione le conseguenze si sono fatte sentire. Zagma, che è la responsabile della gioventù nel campo di Auserd, racconta che tutto è stato trasportato online: «In questo periodo abbiamo fatto attività online sia con gli adolescenti che con i bambini, due volte a settimana: diamo loro degli spunti, delle idee per continuare a studiare». Con tutte le problematiche legate ad internet, alla disponibilità di risorse materiali e alla rete elettrica, che non sempre è costante.

Come i saharawi si sono organizzati per gestire l’emergenza

Nonostante le difficoltà, il governo saharawi sta facendo tutto il possibile per gestire al meglio l’emergenza. Oltre alle misure precauzionali, già il 7 marzo aveva dato vita ad un gruppo di lavoro specifico sul covid19.

«La nostra commissione è formata da dieci persone, guidate dal dottor Abed Rahman Mairas e siamo tutti saharawi», spiega Tecber Ahmed Saleh, biologa 33enne che vive nel campo di Layoun e lavora all’interno del Ministero della Salute.

«Abbiamo iniziato con delle campagne di sensibilizzazione e prevenzione, informato il governo sulle misure da intraprendere e abbiamo creato dei protocolli in caso di sospetti covid19», continua Tecber. La procedura prevede l’isolamento della persona e l’analisi del tampone, che viene portato nel laboratorio di un ospedale in Algeria con cui collaborano.

«Abbiamo poche risorse, quasi nessun ventilatore e carenza di specialisti nel settore, per questo ci concentriamo soprattutto sulla prevenzione». Ci sono i kit per fare i tamponi – donati dall’Africa CDC – ma mancano i macchinari per esaminarli, che si trovano nell’ospedale di Tindouf. Nel frattempo, l’Algeria ha anche costruito un ospedale di campo che prevede una sezione isolata per seguire i pazienti covid.

Il sostegno dell’Algeria rappresenta infatti un’azione importante per il popolo saharawi. Non soltanto a livello pratico, ma anche di solidarietà e fratellanza fra i popoli. Dopo l’invio di 200.000 prodotti farmaceutici e 154 tonnellate di cibo da parte della Mezzaluna Rossa Algerina, la Ministra della Solidarietà Nazionale del paese Ghania Eddalia ha parlato di «un forte messaggio per esprimere il nostro supporto ai saharawi e alla loro causa per l’autodeterminazione».

Il popolo saharawi, infatti, attende da 30 anni un referendum per l’autodeterminazione promesso dall’ONU. Le speranze, però, si fanno sempre più vane, mentre la lotta per la sopravvivenza continua.