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Lesbo, gli abusi di polizia e gruppi di destra sui migranti

Nel Mondo

A Lesbo continua la violenza nei confronti dei migranti. È quanto emerge dal recente report del Border Violence Monitoring Network (BVMN), una rete di ong che monitora le violazioni dei diritti umani ai confini esterni dell’Unione Europea. La rete si concentra in particolare sui migranti della rotta balcanica, e le fonti dell’analisi delle violenze del BVMN sono le stesse “persone in movimento” (People On the Move, abbreviato POM) che denunciano, ormai da mesi, le vessazioni che sono costrette a subire.

Il contesto politico greco è caratterizzato da un atteggiamento securitario nei confronti dei migranti. L’attuale governo di Kyriakos Mitsokakis, in carica dal luglio 2019, ha infatti voluto favorire la riduzione degli arrivi, l’aumento dei rimpatri verso la Turchia ed una militarizzazione dei controlli ai confini dello Stato.

Le condizioni di coloro che riescono ad arrivare in Grecia sono critiche: dal settembre 2019 c’è stato uno “smistamento” delle persone dagli hotspot presenti nelle isole greche verso la terraferma, per distribuirli in modo più omogeneo ed evitare situazioni di sovraffollamento. Tuttavia il regime detentivo perdura: i migranti all’arrivo non hanno alcuna libertà di movimento.

È esemplare il caso dell’isola di Lesbo. Dal febbraio 2020 sia le ong attive sull’isola che gli stessi migranti hanno richiesto di poter circolare liberamente, ma il governo greco non ha consentito anche per la forte opposizione della popolazione locale. Uno dei risultati è stato il sovraffollamento del campo profughi di Moria, teatro del vasto incendio dello scorso 9 settembre. Il monitoraggio condotto dal BVMN ha fatto emergere diversi casi di abusi della polizia, ma anche di gruppi di estrema destra e semplici cittadini, nei confronti dei migranti sull’isola.

In particolare dopo l’incendio a Moria, i rifugiati e richiedenti asilo detenuti nella struttura sono stati trasferiti in un campo provvisorio dell’isola. La linea del governo greco a Moria ha continuato ad essere dura, con l’invio a Lesbo di nove contingenti di polizia in assetto antisommossa. Gli agenti, per indurre i migranti allo spostamento nel nuovo campo, li ha vessati minacciandoli di mandarli in carcere e di bloccare le loro richieste di asilo.

Nel trasferimento da un centro all’altro, i migranti hanno dormito per strada e nei campi vicino a Moria, e la polizia è intervenuta su persone inermi con gas lacrimogeni e pestaggi. Violenze che sono proseguite con maggior intensità dopo la richiesta dei migranti che, al grido di «Azadi» (“libertà” in lingua urdu), hanno chiesto di non essere trasferiti in un altro centro.

I POM sono stati vittime di violenza anche da parte di non meglio precisati “vigilanti” di estrema destra. Si tratta di guardie armate non assimilabili alle autorità ufficiali di polizia, che negli scorsi mesi hanno preso di mira i migranti eseguendo arbitrari controlli di identità ed attaccando le barche in arrivo.

L’aumento delle violenze di questi gruppi sui migranti a Lesbo erano state denunciate ben prima dell’incendio di Moria – almeno dal maggio scorso – da Mare Liberum. In particolare l’associazione non-profit tedesca aveva parlato di fascisti che hanno dato fuoco ad un magazzino dove viveva un gruppo di rifugiati. La stessa sorte è toccata ad un hotel della penisola greca che era stato costruito per ospitare richiedenti asilo vulnerabili provenienti da Moria. Anche giornalisti che cercavano di documentare le violenze, così come attivisti e dipendenti di Mare Liberum e di altri ong sono finiti nel mirino delle violenze di questi gruppi.

La “grande assente” di ciò che sta succedendo a Lesbo è, ancora una volta, l’Unione Europea. Nemmeno l’annunciato nuovo Patto su migrazione e asilo sembra far sperare in un miglioramento delle condizioni dei POM all’arrivo nell’Unione, considerando che è previsto un rafforzamento di Frontex e che essa è spettatrice silenziosa della serie di respingimenti che il governo greco sta attualmente effettuando, con documentate violenze sui migranti all’arrivo.

La Grecia è la “zona cuscinetto” del continente sin dal 2015: l’Unione Europea, più o meno velatamente utilizza il paese per attenuare il flusso di migranti in entrata. Sono prove di questa ferma volontà i finanziamenti, per una cifra complessiva di 130 milioni di euro, dei centri di detenzione sulle isole greche e sulla terraferma. Quindi se l’Unione non ha una responsabilità diretta sulle violenze nei confronti dei migranti, essa ne è complice nella misura in cui aiuta economicamente il governo greco nella sua politica anti-migratoria.