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Liberare Ocalan significa riportare la pace in Medio Oriente

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Al grido di “È arrivato il momento. È ora!” è partita, lo scorso 23 settembre, la campagna di liberazione di Ocalan, fondatore del PKK (Partito dei Lavoratori del Kurdistan) e ideatore del confederalismo democratico, visione politica basata su liberazione della donna, confederalismo dei popoli ed ecologia.

Abdullah Ocalan è detenuto all’interno dell’isola-prigione di Imrali, in Turchia, dal 16 febbraio 1999 e ha sempre rappresentato un interlocutore fondamentale per portare avanti il processo di pace fra la minoranza curda e lo Stato turco.

Eppure, nel corso degli ultimi anni, l’isolamento nei suoi confronti è diventato sempre più forte. Per questo motivo le comunità curde e gli attivisti in tutta Europa si stanno mobilitando con una serie di iniziative fino al 16 febbraio prossimo.

Questa, però, non è la prima campagna che viene portata avanti per sostenere la fine dell’isolamento e la liberazione di Ocalan.

Fin dal primo anno di incarcerazione, la detenzione del fondatore del PKK è stata caratterizzata da un alto grado di disumanità e violazione dei diritti umani: per i primi 11 mesi Ocalan è stato l’unico prigioniero, sorvegliato da centinaia di soldati, privato di contatti umani.

Per anni, i colloqui con gli avvocati e la famiglia sono stati sospesi arbitrariamente e a fasi alterne. Proprio pochi giorni fa, gli è stato notificato il divieto di telefonate per 6 mesi, dopo 6 mesi in cui non ha potuto vedere i suoi avvocati.

Eppure, nel corso di questi anni Ocalan si è sempre speso per portare avanti il processo di pace. Per ben tre volte, l’ultima delle quali nel 2009, ha chiesto il cessate il fuoco al PKK, che ha risposto positivamente.

Contemporaneamente, da quando è in carcere, Ocalan ha elaborato una nuova visione politica ispirata ai principi del confederalismo democratico: la rivendicazione del popolo curdo non è più uno Stato, ma una nuova forma di convivenza, basata sulla democrazia dal basso, la liberazione della donna e il rispetto per la terra. Una visione che diversi popoli nella Siria del Nord e dell’Est (conosciuta anche come Rojava) stanno cercando di mettere in pratica.

Nonostante tutto questo, nel 2015 vi è stato un deciso cambio di rotta da parte dello Stato turco, che ha chiuso qualsiasi possibile trattativa con il PKK e ha ricominciato una feroce guerra contro il movimento di liberazione curdo, oltre che inasprito di anno in anno la repressione interna nel paese e l’isolamento nei confronti del leader del PKK.

Per questi motivi lo scorso 10 ottobre si sono svolte le prime manifestazioni per la libertà di Ocalan, in Italia e in Europa.

A Roma, la comunità curda e decine di attivisti sono scesi a piazza Barberini. Altri presidi sono stati organizzati ad Alessandria e Milano e manifestazioni di solidarietà si sono svolte a Firenze, Livorno, Catania.

Questo è soltanto il primo passo di una lunga campagna che ha in programma presidi permanenti, marce, campagne mediatiche e seminari, volti a sensibilizzare e informare sul tema e a fare pressione sui governi affinché intervengano.

Presidio del 10 ottobre in Piazza Barberini, Roma

Ciò che il movimento di liberazione curdo vuole sottolineare è che liberare Ocalan significa dare una chance di pace al Medio Oriente. Sia perché questo significherebbe un importante passaggio nella relazione fra minoranza curda e Stato turco, sia perché si avallerebbe il modello di confederalismo democratico che punta alla convivenza fra quei popoli del Medio Oriente distrutta dai confini degli Stati-nazione dopo la prima guerra mondiale.

Come dichiarato dall’Ufficio Informazioni Kurdistan Italia, «l’isolamento su Imrali è quindi strettamente legato alla guerra contro il movimento democratico curdo e al suo modello di soluzione, il confederalismo democratico. Per questo motivo, la lotta per la pace e la democrazia nella regione può essere pensata solo insieme alla lotta contro l’isolamento di Öcalan».